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giovedì , 25 maggio 2017
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La maestra elementare e lo sviluppo economico

Gli economisti che si sono interrogati sulle dinamiche dello sviluppo economico nel corso di questi due secoli hanno individuato nella valorizzazione del “capitale umano” uno dei fattori chiave che lo innescano.

Fonte: Zeroconsensus

Scuola1

E’ evidente come questo fondamentale fenomeno sia intrinsecamente legato al concetto di innovazione di prodotto/processo/mercati che continuamente deve essere ricercato ed inseguito all’interno delle aziende (sia a capitale pubblico che a capitale privato senza alcuna distinzione) per soddisfare i mutevoli bisogni che si riscontrano nella società. Dunque come si innescano questi processi di innovazione? Secondo Schumpeter l’attore fondamentale è il cosiddetto “imprenditore innovatore” ovvero un particolare tipo di uomo, amante del rischio e con una fortissima curiosità che lo spinge a ricercare continuamente strade inesplorate da percorrere. Quasi una figura mitica. Al di là del fatto che l’innovatore debba essere per forza un imprenditore così come teorizzato dal grande economista asburgico, sicuramente viene da domandarsi come possa nascere una persona con queste caratteristiche sia che poi decida di lavorare come imprenditore, o come scienziato in un centro di ricerca o come artista.

E’ evidente che nella genesi di questo tipo di individuo gioca un ruolo fondamentale la sua istruzione (e qui torna la valorizzazione del capitale umano di cui dicevamo all’inizio) e dunque il tipo di stimoli e il tipo di insegnamenti che gli vengono impartiti. Secondo l’umile opinione di zeroconsensus il fattore fondamentale nella formazione dell’innovatore è l’insegnamento di un pensiero critico, ossia di un pensiero che non si limiti ad accettare la “verità rivelata” proposta dell’insegnante ma che tenti di individuare in essa i punti deboli e di proporre anche soluzioni nuove. Questo tipo di forma mentis una volta acquisita accompagnerà per il resto della vita l’alunno e ciò – con il tempo – potrebbe portare anche nell’ambito lavorativo alla realizzazione di processi/prodotti/mercati innovativi e dunque in definitiva ad uno sviluppo economico generalizzato.

A questo punto però c’è da porsi un altra domanda: quale tipo di scuola (dalle primarie fino all’Università) è necessaria per educare questo genere di alunno? Senza dubbio, non una scuola che educhi al conformismo. Questo ci fa comprendere che la scuola – a mio modo di vedere – debba essere non dogmatica e dunque laica: la verità rivelata da accettare come fede non è compatibile con l’educazione di un innovatore. Ovvio, sempre a modesto avviso di chi scrive, che solo una scuola laica, aperta, plurale e che insegni a dubitare di tutto e di tutti può conseguire questo obbiettivo. In altre parole – non me ne vogliano i credenti – l’insegnamento della religione (cattolica o qualunque altra) è fortemente inibitoria per un alunno che vuole/deve essere educato allo spirito critico.

Altro aspetto fondamentale è se sia idonea un tipo di scuola incentrata sul sapere tecnico così come teorizzata da economisti di “eletta scuola bocconiana” e loro scimmiottatori. Per come la vede chi scrive il sapere tecnico da insegnare al fine di avere futuri cittadini-produttori immediatamente spendibili nel processo produttivo porta alla non educazione al pensiero critico e dunque porta a futuri cittadini con scarsa propensione all’innovazione (l’assenza di pensiero critico rende difficile l’individuazione di nuove strade). Al fine di creare innovatori le scuole di ogni ordine e grado devono stimolare la fantisia, la creatività, l’amore per il bello e possibilmente anche la ricerca del giusto, In altre parole, materie che al giorno d’oggi sono viste come “una perdita di tempo” quali la letteratura, il disegno, la storia, la filosofia, il teatro debbono essere rivalutate e tutto questo proprio per motivi di ordine economico: la creazione di cittadini con spirito crtico che possano, nell’ambito della loro attività lavorativa, essere anche innovatori. Insomma l’esatto opposto delle orrende fabbriche  di conformismo che vorrebbero imporci in ossequio al mercato e alla necessità di produrre. In altre parole, le scuole che vorrebbero imporci per aumentare la nostra competitività e produttività si tradurrebbero in fabbriche di conformisti non in grado di innovare il nostro tessuto economico e condannando in definitiva la nostra economia ad un inesorabile declino.

Ecco perchè la  battaglia per una scuola plurale, non dogmatica, laica e non incentrata sulla produttivià è una battaglia chiave non solo per continuare ad avere cittadini consapevoli ma anche lavoratori veramente produttivi.

Giuseppe Masala 

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