La memoria dell’acqua un film di Patricio GuzmánTribuno del Popolo
domenica , 22 ottobre 2017
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La memoria dell’acqua un film di Patricio Guzmán

Esaltazione iperbolica di una natura già di per sé meravigliosa, altisonante. Un’attenzione profonda per i particolari. Regia magistrale, trionfale nella sua umiltà e purezza. Un focalizzarsi sui suoni rilassanti, riappacificatori. Lo scartavetrare preciso e regolare dell’artigiano che modella piccole canoe come quella con cui arrivò a Capo Horn con suo padre, da piccolo. Il fruscio delicato del Cile, cartonato, srotolato sul mare di carta blu dalla pittrice che l’ha realizzato. Il rombo del temporale imminente, il creparsi del ghiaccio che sprofonda in mare ritornando acqua.

 “Io mi domando, l’atteggiamento dei più forti sarà sempre stato uguale ovunque?”

Patricio GuzmánL’acqua in tutte le sue forme, in tutti i suoi stati. C’è poco da dire davanti alla meraviglia, la bocca resta aperta e il cervello sorride incredulo. “La memoria dell’acqua”, film, documentario. Termini sminuenti per qualcosa che somiglia di più ad un’ esperienza mistica. Andrebbe guardato due volte, nella stessa sala, lo stesso giorno. Prima sfruttando tutti i sensi, poi usando solo l’udito. Assaporando e sfogliando quei suoni che non passano in secondo piano nemmeno durante le interviste ai protagonisti di questo lungo ciclo che comincia come tutto dalla vita, e finisce inevitabilmente con la morte. Si potrebbe però pensare che morte sia solo il termine adatto a definire un passaggio di stato, da quello solido a quello liquido che può poi ancora trasformarsi, perché, siamo fatti d’acqua, “tutto è fatto d’acqua con qualche particella di altro materiale qua e là”. E allora, se siamo fatti d’acqua, acqua ritorneremo, dando voce all’oceano. Una voce che il regista sente di dover restituire a chi non può più parlare. Il mare raccoglie, nasconde, consuma, testimone e mai responsabile. Si fa protagonista di civiltà antiche in simbiosi con il territorio in cui vivono e assiste alla loro violazione, al loro imbarbarimento a causa dell’uomo bianco che viene per distruggere, conquistare, “acculturare”, indottrinare, evangelizzare. Il Cile è un enorme paese con più di 4000 chilometri di coste. Il suo mare ne ha di cose da dire.

Gli indigeni sudamericani Selknams  si adattarono ad esso, diventandone memoria. Oggi sono soltanto 20. Hanno la loro lingua diversa da quella dei conquistadores. La parlano ancora. “Gabriela, come si dice Dio, nella vostra lingua?” “Non esiste, non ce l’abbiamo” “ E polizia?” “no, non ce l’abbiamo, non ne abbiamo mai avuto bisogno”.

L’uomo dimentica le bestialità commesse, credendo che diventino così piccole e leggere da poterle gettare in acqua, come fossero piccoli sassi che vanno a fondo in poco tempo. Ma il mare conserva, ricorda e riporta con la risacca la voce dei giusti. Si mescolano i timbri, i dialetti, le lingue, le storie.

Cile 1970 – Salvator Allende riceve l’approvazione del governo per la maggioranza ottenuta alle elezioni presidenziali. Una frangia non “simpatizzante”, appoggiata fortemente dal governo degli Stati Uniti, che ha sempre “giocato” a spostar gli assi politici dei paesi di vocazione comunista, esercitò pressioni sul governo. L’11 settembre 1973 l’esercito cileno rovesciò Allende, che perse la vita durante il golpe. La giunta con a capo Augusto Pinochet rubò il diritto ad esercitare potere. Ciò che ne conseguì è ben noto e l’acqua dell’oceano pacifico lo ricorda bene. Migliaia di oppositori al regime furono torturati, uccisi, attaccati a dei pezzi di rotaie e gettati in mare, uno dopo l’altro.

Ed è un piccolo bottone che comincia e chiude il ciclo. Un bottone che rese schiavo l’uomo che lo ricevette in dono. Un bottone simbolo di espropriazione dalle proprie origini. Un bottone, unica traccia di chi ha pagato con la vita la bestialità di un regime dittatoriale.

“E’ così brutale ciò che è successo in Cile, nel nostro paese. Trovare il colpevole non è la fine del cammino, è soltanto l’inizio, è una parte. Se l’acqua ha memoria, si ricorderà anche di questo” Raúl Zurita Canessa, poeta cileno.

Non c’è odio in tutta questa storia, né risentimento, c’è una serena volontà di esaltare la natura testimone impotente dell’orrore, la volontà di restituire una voce, che sia pure lo scrosciare di un’onda, a chi dorme sul fondo di quel mare culla, di quel mare bara, suo malgrado.

Patricio Guzmán che si oppose al golpe, è riuscito a dare un senso a quel vasto mare, di cui molti hanno negato l’esistenza riducendolo a sepolcro della libertà.

Tiziana Laurenza

Tribuno del Popolo

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