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domenica , 26 marzo 2017
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La necessità di ritrovarsi in comunità

Nella progressiva evoluzione dell’uomo moderno non poche sono state  le mutazioni nel suo stare nella società. Non vorrei dilungarmi troppo su tutto il pensiero che si trova alle spalle del concetto di  ”animale sociale”, ovvero la naturale ed istintiva predisposizione  dell’uomo a vivere in interdipendenza con i suoi simili, un concetto che posto in relazione con la realtà non trova più la sua perfetta sovrapponibilità.

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Concetto di fatto non solo fisico: L’uomo sta con gli altri non solo in relazione ad uno spazio ben definito, la sua necessità di stare con gli altri risponde anche a specifici bisogni emotivi.
Il concetto di interdipendenza si basa su simpatia ed empatia, abilità di percezione che facciano da ponte fra gli individui stessi. Questo è il meccanismo inconscio che ci porta ad essere strettamente correlati l’uno con l’altro, noi stessi e il mondo. Ma il fatto che sia un azione inconscia non deve illudere sulla sua automaticità: anche lo scorrere dell’acqua in un fiume è un processo automatico e per forza di cose inconscio, ma se per qualche ragione viene posto un blocco nel letto del fiume, è possibile che l’acqua non scorra più. Sostanzialmente, oggi giorno la nostra sfera emotiva, quella più profonda è drammaticamente atrofizzata. Questa nostra sfera, in un processo durato secoli, ha via via perso di valenza nella vita umana: intendere l’uomo come entità duplice, retta dal binomio irrazionale-razionale, ne limità la sua comprensione in una prospettiva più profonda: con questa idea binomialità si è andati a scindere l’equilibrio delle due parti prediligendo lo sviluppo logico-razionale, intendendo le proprie passioni sottomesse al controllo dell’intelletto. Perciò laddove l’agire istintivo e passionale viene a meno, lo sostituisce l’opposto contrario, un agire appunto basato sul calcolo attento non più sul valore dell’azione stessa ma sui benefici derivanti. Il valore insomma viene subordinato al profitto, ricalcando lo stesso filo logico legato al funzionamento del capitalismo.

Il capitalismo è ciò che ci sta rendendo soli: senza esserne coscienti abbiamo assimilato lo stesso agire che si utilizzerebbe nella finanza e nell’economia. Da questo non può che conseguire una perversione dei rapporti umani dato il venire a meno dell’interdipendenza per via di una nuova spiccata svolta individualistica che mina al naturale cooperare degli uomini. Dal punto di vista socio-economico il danno di questa predisposizione egoistica è notevole: non ci si potrebbe spiegare sennò per quale motivo la crescita della ricchezza non sia giustamente suddivisa, ma anzi, n costante aumento il numero degli individui al di sotto della soglia di povertà.

Riacquistare l’identità di comunità, perciò riacquistarne i tratti caratteristici come ad esempio una naturale predisposizione al mutualismo e alla cooperazione, rivedendo anche il concetto di accesso alle risorse comuni, come potrebbe essere l’utilizzo di terreni e dell’acqua pubblica, potrebbe riuscire almeno iniziando a livello micro, alla distribuzione di un discreto benessere. Ricordiamo che alla definizione di benessere non concorre ovviamente solo il possesso di denaro, il quale è comunque determinante e soprattutto nel modo in cui esso viene speso. Il bene comune dovrebbe essere il filo che ci dovrebbe condurre a riacquistare il nostro agire sociale, o meglio il nostro agire socialmente per il benessere condiviso.

Roberta Canu

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