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lunedì , 23 gennaio 2017
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La normalità a cottimo: ritornare a Nardò a un anno dallo sciopero

Dopo le cronache della scorsa estate sullo sciopero di Nardò («Quando migrano le lotte»12345) e sul lavoro migrante nella fabbrica verde («Notizie dalla fabbrica verde» 1;2), pubblichiamo il primo di una serie di articoli sul lavoro agricolo nel meridione d’Italia.

pubblichiamo dal sito: www.connessioniprecarie.org

A Nardò (Lecce) è tornata la normalità. Giusto un anno fa, il 31 luglio 2011, uno sciopero di due settimane era riuscito a rompere il silenzio sulla condizione lavorativa dei migranti nell’agricoltura meridionale. Ora la Masseria Boncuri, luogo in cui era nata e cresciuta quella protesta, è un posto spettrale: fuori erbacce e spazzatura, dentro escrementi e fili tagliati. Facile rendersi conto che non si tratta di vandalismo o di ruberie di pochi metri di filo di rame: i responsabili sono da ricercarsi piuttosto tra gli scagnozzi locali.

L’esperienza doveva essere zittita e sfregiato il luogo in cui si è costruita
.

Il Comune, per qualche anno principale finanziatore dell’accoglienza, e proprietario dello stabile, non sembra intenzionato a riaprirlo. E comunque ora è decisamente tardi, anche perché solitamente il campo apriva poco dopo la metà di giugno. La raccolta di angurie è pressoché finita e quella di pomodori si concluderà a fine agosto. La Provincialatita, mentre la Regione, che l’anno scorso durante lo sciopero aveva mobilitato due assessori, si è offerta di contribuire economicamente al campo ma non è stata in grado di consentirne l’apertura. L’associazione Finis Terrae e le Brigate di solidarietà attiva, che avevano vinto il bando per la gestione della Masseria nel 2010 e nel 2011, monitorano la situazione, ma sono prive di un sito logistico da cui operare e si devono confrontare con forti pressioni per mantenere bassi i toni. La Cgil, infine, ha lanciato dal 5 al 14 luglio proprio a Nardò la campagna «Gli invisibili delle campagne di raccolta», che consiste nell’assistenza legale, medica e contrattuale portata direttamente ai migranti nei luoghi di abitazione con un camper attrezzato, ma solo per qualche giorno: una campagna che resterà di mera testimonianza e molto difficilmente inciderà sui rapporti di forza nei campi di raccolta, così come è successo per altre iniziative simili negli anni scorsi.

Forse qualcuno pensava che qualcosa sarebbe cambiato dopo l’operazione «Sabr» della Dda di Lecce nel maggio di quest’anno che ha ripulito la faccia meno presentabile della struttura produttiva e lavorativa neretina arrestando una ventina tra imprenditori e caporali anche stranieri. Alcune delle accuse, tra cui quella che aveva fatto scalpore, di «riduzione in stato di schiavitù», sono nel frattempo cadute e qualche caporale è già in libertà. A Nardò il clima è teso e molti, anche tra gli italiani, non hanno voglia di parlare della situazione. D’altra parte le organizzazioni padronali fin dalla primavera scorsa avevano ben pensato di dichiarare lo stato di crisi: scarse le necessità di manodopera, inutile riaprire la Masseria. Ma i lavoratori migranti sono giunti, sebbene meno numerosi del solito, e, come in altre aree del Mezzogiorno, sono tornati a sistemarsi sotto gli ulivi o in qualche casa abbandonata. Una parte è sicuramente alloggiata nelle case degli imprenditori agricoli che quest’anno vogliono mantenere un basso profilo.

A poche centinaia di metri da Boncuri, sul lato opposto della strada, un’ex-falegnameria e un uliveto ne ospitano un centinaio: una decina di igloo, vari materassi buttati a terra, qualche vecchia brandina, qualche cucina organizzata alla meno peggio. In questo campo auto-organizzato, il Comune ha messo a disposizione sei bagni chimici e una cisterna d’acqua. Poco lontano qualche decina di migranti carica un camion di angurie, altri raccolgono i pomodori. Basta avanzare di qualche metro ancora e una grande serra è in via di ultimazione. Nonostante le continue lamentele, il settore regge e sembra in grado di garantire lauti profitti, a pochi. Vero è che accanto ai campi di pomodori, angurie, ulivi e uva, molti sono quelli colonizzati dal fotovoltaico. Un altro business che il padronato pugliese ha colto al volo.

Ora i lavoratori migranti sono divisi in piccoli nuclei, per nazionalità e per capo nero. Il turnover lavorativo gestito dal padronato e dai suoi caporali ha richiamato nuova forza lavoro che non aveva mai messo piede prima da queste parti. Non a caso proprio in una telefonata intercettata dalla Dda di Lecce, a proposito di un gruppo di lavoratori, un imprenditore locale diceva: «Li abbiamo sfiancati, mandatecene altri». James, ghanese, non era mai stato da queste parti: viene da Castelvolturno, è arrivato un mese fa e non è ancora riuscito a reperire un ingaggio. Come altri sta tornando verso la casa abbandonata che lo ospita dopo aver recuperato un paio di sacchetti con qualche genere alimentare fornito settimanalmente dalla sede locale della Caritas: «Sono tre anni che sto in Italia, ma qui è veramente dura. Non riesco a trovare lavoro e non ho soldi. Non so bene cosa fare, forse parto per Foggia per vedere se riesco a trovare qualcosa».

Quanti puntualmente ritornavano ogni stagione hanno forse seguito più saggi consigli: stare lontani da Nardò. In effetti, ritroviamo pochi dei migranti dell’anno scorso. Daniel che viene dal Sudan è uno di questi e si lamenta della mancata apertura della Masseria: «Ma come? L’anno scorso c’era l’acqua, potevamo farci la doccia e ora qui dobbiamo fare chilometri per riempirci due bottiglie d’acqua? È uno schifo, siamo tornati indietro». Eppure il sindaco di Nardò, Marcello Risi, a metà luglio affermava: «la Masseria Boncuri e la lurida tendopoli attrezzata sull’antistante piazzale d’asfalto erano questo: un ghetto nauseabondo».

Nella raccolta accanto ai migranti quest’anno è tornata anche qualche decina di braccianti italiani, in particolare donne, a causa della crisi economica. Una nuova composizione sociale e politica si presenta quindi a sostenere l’agricoltura neretina. Essa è «regolata» tra l’altro da un nuovo contratto provinciale di lavoro, firmato dai sindacati confederali e dalle organizzazioni padronali a fine maggio, che legalizza il lavoro a cottimo: 1 centesimo al chilo per le angurie, 2 centesimi al chilo per i pomodori grandi (cioè 6 euro a cassone di 300 chili) e poco più di tre centesimi al chilo per i pomodorini (cioè 10 euro a cassone). È facile per qualsiasi consumatore sensibile capire l’irrisoria quota riservata al lavoratore, rispetto al prezzo finale. Peraltro, l’anno scorso da queste parti il cottimo pagato ai braccianti era circa la metà: 3,50 euro a cassone per i pomodori e 6 euro per i pomodorini. Difficile pensare che le aziende raddoppino le paghe per rispettare il nuovo accordo.

Ma è l’introduzione contrattuale del salario a cottimo, un salto indietro nella storia del movimento operaio italiano, che ha fatto trasalire più di qualche sindacalista. L’espansione del cottimo nell’economia italiana è avvenuta quasi sempre in modo illegale e ora comincia a prendere una sua forma giuridica; siamo certi che non mancheranno quanti lo proporranno come ricetta per contribuire al rilancio del paese, in un momento, come si dice, tanto difficile.


Il lavoro a cottimo e la dispersione nelle campagne lasciano nell’isolamento e nella solitudine i lavoratori migranti, così come quelli italiani. Forse l’anno scorso la sistemazione poteva apparire disastrosa. Ma quella Masseria ha costituito uno spazio pubblico di discussione che, con la sua forma aperta e grazie alla presenza di volontari e militanti, ha rotto l’isolamento in cui si trovano i braccianti stranieri in tutto il Mezzogiorno e ha permesso la straordinaria presa di parola dello sciopero. Quell’esperienza ha rappresentato e continua a rappresentare un simbolo della capacità di autorganizzazione dei lavoratori migranti in Italia, anche per quanti nel corso degli ultimi mesi hanno messo in campo, da Pioltello a Basiano a Castelnuovo Scrivia, articolate e ricche forme di espressione della propria soggettività.

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