La notte nera dell'industria italianaTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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La notte nera dell’industria italiana

La notte nera dell’industria italiana

Raccontano che la recessione è finita ma la crisi continua a distruggere quello che resta dell’industria italiana che ormai non vede più nessuna luce in fondo al tunnel.

Giornali, tv e opinionisti continuano da qualche giorno a dire che il peggio è finito, che la ripresa è dietro l’angolo. Crederci però è un pò difficile se uno guarda alla situazione devastante dell’industria italiana, con industrie che chiudono l’una dopo l’altra e gli investimenti che mancano ormai da troppo tempo. La crisi colpisce il tessuto industriale del Paese da Nord a Sud, al punto che negli ultimi due mesi sono diventati cinquemila i posti di lavoro diventati a rischio a causa della chiusura delle attività industriali. La lista delle industrie in difficoltà sembra quasi simile a un bollettino di guerra, dalla Sangemini fino alla Mivar, alla Plasmon e persino alla Mercedes Italia, ovvero aziende che hanno tutte annunciato ristrutturazioni e chiusure da settembre fino a oggi. Aziende storiche come l’Ideal Standard hanno confermato di voler chiudere stabilimenti, vedi quello di Orcenico di Zoppola (Pordenone), dove oltre 450 persone rimarranno a casa. Anche il mondo delle telecomunicazioni comunque non vede la luce, basti pensare che la Alcatel ha appena deciso di lasciare a casa diecimila persone in tutto il mondo entro il 2015, di cui ben 586 solo in Italia. Inutile dire che uno dei settori più colpiti è quello dell’automobilistico, con le vendite di automobili che diminuiscono di anno in anno. Solo per fare qualche esempio, in Italia i volumi di vendita sono fermi ai livelli peggiori degli anni Settanta. La Mercedes Benz Italia ad esempio ha deciso di rivedere la sua posizione nel nostro Paese e ha già chiuso ben 11 sedi negli ultimi tre anni. C’è poi sullo sfondo la questione irrisolta dell’Irisbus per cui il Lingotto un anno fa annunciò la fine della produzione e la vendita. Esistono ancora 400 operai in Valle Ufita, in provincia di Avellino, che aspettano di sapere cosa sarà di loro. Soffre anche la De Tomaso, dove oltre 900 lavoratori a Grugliasco hanno già dovuto fare diversi mesi di cassa integrazione per poi ricevere l’11 ottobre una lettera di licenziamento che diventerà operativa il 4 gennaio. E il settore alimentare? Non va meglio dato che alla Sangemini di Terni ci sono 130 persone in mobilità, e alla Plasmon, da poco ceduta alla Heinz, pesa la situazione di oltre 200 esuberi. A tutto questo vanno aggiunti i casi cronici di quelle aziende che già hanno perso la speranza nel futuro, vedi la Alcoa, la Lucchini e la Indesit. Ai visionari che vedono la ripresa quindi forse bisognerebbe ricordare i numeri della crisi italiana, come mai a cifre di spread e di Pil crescenti non corrisponde una vitalità nel settore industriale? Il timore è che la ripresa, ammesso che ci sia, riguardi solo una piccola porzione di italiani.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/caese/3040664928/”>caese</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/”>cc</a>

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