La Palestina, il Medioriente e le guerre per le risorseTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:
La Palestina, il Medioriente e le guerre per le risorse

La Palestina, il Medioriente e le guerre per le risorse

La Palestina torna al centro della cronaca politica, ancora una volta in maniera distorta: gli aggressori israeliani diventano gli aggrediti e viceversa. Poco si parla del regime di occupazione israeliano che, ignorando le risoluzioni dell’ONU e con la complicità degli USA e delle altre potenze occidentali, nega quotidianamente al popolo palestinese non solo la prospettiva di un proprio Stato autonomo, ma anche la dignità di una vita che si possa definire umana.

Il territorio destinato ai Palestinesi, dal 1946 ad oggi, si è ridotto paurosamente a causa dell’espansione delle colonie israeliane, restringendosi a poche aree senza continuità. Negato è ancora il diritto al ritorno dei palestinesi costretti a fuggire dalla propria terra a partire dalla tristemente famosa Nakba del 1948 fino ad oggi. Si tace colpevolmente sulle condizioni delle migliaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra i quali vanno segnalati quelli in regime di detenzione amministrativa, una misura che comporta la detenzione senza limiti di tempo e senza formalizzazione delle accuse. Si ignora volutamente che la Striscia di Gaza, isolata dal resto della Palestina, è diventata un enorme campo di concentramento, rigidamente controllato dalle truppe israeliane, dove la crisi umanitaria è all’ordine del giorno e carenti sono permanentemente l’elettricità, l’acqua, le medicine e altri beni essenziali per la vita. E non si tiene conto delle continue operazioni “mirate” dell’esercito israeliano che costringono i palestinesi a vivere in uno stato di guerra permanente e causano un continuo stillicidio di vittime.

Oggi, nonostante tutto questo, di fronte al massacro perpetrato dall’esercito israeliano (mentre scrivo, sono stati raggiunti i 300 morti palestinesi, contro due israeliani), i mezzi di “informazione” italiani e la larga maggioranza delle forze politiche parlano di reazione israeliana ai lanci di missili palestinesi e all’uccisione di tre giovani israeliani, facendo credere che Israele stia rispondendo a presunti crimini compiuti da Hamas. Al massimo si sottolinea pudicamente che tale reazione sarebbe spropositata, ma non si arriva mai a negare ad Israele il diritto all’intervento armato, diritto che viene insistentemente negato a chi resiste ad una continua e feroce occupazione.

Sarebbe quasi superfluo sottolineare come nei nostri media tre giovani israeliani uccisi contino di più delle centinaia e centinaia di bambini e giovani uccisi o feriti dalle truppe israeliane negli ultimi anni[1]. È invece maggiormente importante evidenziare che il governo israeliano ha sfruttato a proprio vantaggio il crimine, dopo aver accusato Hamas senza addurre prova alcuna[2] e senza magari chiedere un’inchiesta internazionale indipendente, per legittimare un intervento armato che si pone obiettivi di natura palesemente imperialista.

Per capire l’attuale crisi israelo-palestinese, va innanzitutto inquadrato il contesto in cui avviene l’offensiva israeliana, segnato da un preoccupante incendiarsi della situazione mediorientale sotto l’incalzare dell’imperialismo statunitense ed europeo che fa leva anche sulle forti divisioni esistenti tra gli Stati di questa regione asiatica.  La conquista di mercati e di aree di approvvigionamento di materie prime rimane ancora oggi il fattore determinante dei rapporti internazionali in generale e della politica estera statunitense in particolare.

La Siria di Bashar-al-Assad resiste tuttora all’aggressione di bande mercenarie e islamiche che l’Occidente, Israele, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno sostenuto per eliminare un governo scomodo, il quale – anche grazie al supporto della maggioranza della popolazione siriana, al sostegno dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, all’opposizione all’intervento NATO da parte della Cina e soprattutto della Russia – ha tuttavia resistito, diventando un baluardo contro l’espansione dell’imperialismo statunitense, israeliano ed europeo in una regione strategica com’è quella che dalle coste orientali del Mediterraneo giunge fino al cuore dell’Asia, incuneandosi tra Russia, Cina e India. Alcuni importanti osservatori hanno sottolineato che questa guerra ha avuto a che fare fin dall’inizio anche con il petrolio e il gas, risorse di cui la Siria dispone in maniera significativa e che le compagnie occidentali vorrebbero porre sotto il proprio controllo attraverso un cambio di regime o la balcanizzazione del paese; inoltre è stato evidenziato che in questo conflitto giocano un ruolo importante i gasdotti, fondamentali per portare le risorse fossili nei mercati europei: in particolare un accordo stipulato da Teheran, Baghdad e Damasco nel 2011 consentirebbe di far arrivare il petrolio iraniano in Europa attraverso l’Iraq e la Siria, aggirando quei corridoi controllati dalle compagnie statunitensi ed europee, il principale dei quali passa in Turchia (il che spiega anche il ruolo fondamentale di Ankara nella destabilizzazione della Siria)[3].

Alla guerra in Siria si collega in maniera diretta l’attuale conflitto iracheno sia per le motivazioni, sia per le modalità di azione dell’imperialismo occidentale. Va segnalato che a destabilizzare un Iraq già fortemente percorso da divisioni interne è innanzitutto il cosiddetto ISIL (Stato islamico dell’Iraq e del Levante, ora IS, Stato islamico), uno dei soggetti maggiormente coinvolti nell’aggressione alla Siria e che ora rivolge le sue attenzioni soprattutto all’Iraq, del quale già ha conquistato una porzione importante con le sue relative risorse petrolifere. A nord i kurdi hanno nel frattempo posto sotto il proprio controllo la regione petrolifera di Kirkuk. Insomma in Iraq è in atto una balcanizzazione del paese che viene vista con favore dagli Stati Uniti e da Israele[4], dal momento che il governo di al-Maliki si è dimostrato fin troppo indipendente e propenso ad accordi con gli avversari di Washington e Gerusalemme: non solo ha stipulato il suddetto accordo per la realizzazione del gasdotto Iran-Iraq-Siria, ma ha anche firmato importanti accordi petroliferi con la Cina e ha consentito il passaggio degli aiuti militari dell’Iran alla Siria[5].

Sia in Siria che in Iraq si gioca inoltre una sorta di scontro a distanza tra l’imperialismo occidentale e il principale paese della regione, l’Iran, alleato del governo siriano e di quello iracheno di al-Maliki, nonché degli Hezbollah libanesi. L’Iran rappresenta, pur tra contraddizioni, il principale baluardo della resistenza antimperialista in Medioriente. Ed è possibile che gli USA stiano cercando di far cadere l’Iran in una trappola spingendolo ad intervenire in maniera diretta in Iraq[6], per poi avere la giustificazione per organizzare un intervento diretto contro Teheran. Non vedo tuttavia come quest’ultimo scenario possa essere praticabile per l’Occidente, vista la forza del regime iraniano (la “rivoluzione colorata” qui non ha avuto successo e le forze armate iraniane sono ben altra cosa rispetto a quelle di cui disponeva un tempo l’Iraq di Saddam Hussein) e considerando che a quel punto si varcherebbe una sorta di linea rossa che farebbe precipitare il mondo verso una guerra generalizzata (con il coinvolgimento di Cina e Russia).

In questo contesto di aggressione imperialista nella regione mediorientale, in Palestina è accaduto un fatto che preoccupa non poco Israele: l’accordo, avvenuto nell’aprile di quest’anno, tra Fatah e Hamas teso alla formazione, dopo alcuni anni, di un governo palestinese di unità nazionale (insediatosi agli inizi di giugno). Si tratta di uno sforzo unitario dagli esiti incerti, che tuttavia rappresenta una minaccia per Israele, il cui regime di occupazione, nel più tradizionale schema colonialista, si fonda anche sulla divisione del popolo assoggettato[7]. Soprattutto Israele non può tollerare che, mentre è impegnato insieme agli Stati Uniti e ad altre potenze occidentali e mediorientali nel tentativo di ridisegnare il Medioriente a proprio vantaggio, si rafforzi il suo nemico interno. L’omicidio dei tre ragazzi israeliani e l’aggressione a Gaza si configurano quindi congiuntamente come un tentativo israeliano di far fallire l’unità nazionale palestinese, indebolendo col ricorso alla violenza Hamas e l’appoggio popolare di cui gode nella stremata Gaza e spingendo Fatah a fare dietro-front sotto ricatto (qualora non si dovesse sotterrare il tentativo di unità nazionale, Israele non interromperebbe l’escalation militare).

Tuttavia non basta. Anche sullo sfondo dell’attuale aggressione israeliana si staglia la questione del controllo delle risorse energetiche. Infatti, al largo delle coste di Gaza, nelle acque territoriali palestinesi, è presente un importante giacimento di gas, che i palestinesi non sono riusciti mai a sfruttare per l’opposizione di Israele e il cui sfruttamento potrebbe essere avviato grazie ad un’intesa tra l’Autorità nazionale palestinese e la russa Gazprom, alla quale una ritrovata intesa tra Fatah e Hamas darebbe una forza maggiore[8].

Concludendo, il massacro scatenato da Israele ha una chiara natura imperialista e va inquadrato nel contesto generale dell’attuale Medioriente. Non è possibile cioè sostenere la lotta palestinese se al contempo non vengono appoggiate tutte quelle forze che, indipendentemente dalla loro natura ideologica, oggi si oppongono in quell’area altamente strategica alle aggressioni per la conquista di risorse e mercati scatenate da Stati Uniti, Israele e dai loro svariati alleati.

Giorgio Raccichini, PdCI Federazione di Fermo

[1] Dal 2000, Israele ha ucciso 1400 minorenni palestinesi e ne ha arrestati 8000, Infopal, 25-06-2014,http://www.infopal.it/dal-2000-israele-ha-ucciso-1400-minorenni-palestinesi-e-ne-ha-arrestati-8000/

[2] Chi scrive è fortemente convinto che questo movimento politico e religioso palestinese non sia coinvolto nella maniera più assoluta, anche considerando il momento politico di unità nazionale faticosamente raggiunto dalle principali organizzazioni politiche palestinesi. Gli unici interessati ad un tale crimine erano obiettivamente Israele e gruppuscoli estremisti palestinesi accomunati dalla volontà di far fallire la storica intesa tra Fatah e Hamas.

[3] Manlio Dinucci, Siria: la corsa all’oro nero, Il Manifesto, 2 aprile 2013, http://www.voltairenet.org/article178044.html

Riprende la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria, 28 novembre 2012, http://www.voltairenet.org/article176777.html

Imad Fawzi Shueibi, La Siria al centro della guerra del gas nel Medio Oriente, 10 maggio 2012,http://www.voltairenet.org/article174070.html

[4] L’azione dell’ISIL e dei kurdi porterebbe alla formazione di staterelli maggiormente controllabili da Washington o potrebbe anche fornire il pretesto per un nuovo intervento armato occidentale.

[5] Patrick Boylan, La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi. Un motivo c’è, 13 luglio 2014,http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=106738&typeb=0

Contropiano, Iraq: Al Qaeda si prende Mosul e marcia verso Kirkuk. Emergenza umanitaria, 11 giugno 2014,http://contropiano.org/internazionale/item/24588-iraq-al-qaeda-si-prende-mosul-e-marcia-verso-kirkuk-emergenza-umanitaria

Manlio Dinucci, La balcanizzazione dell’Iraq, Il Manifesto del 17 giugno 2014, http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/24232-la-balcanizzazione-delliraq.html

Thierry Meyssan, Washington rilancia il suo progetto di divisione dell’Iraq, 16 giugno 2014,http://www.voltairenet.org/article184307.html

Thierry Meyssan, Jihadismo e industria petrolifera, 23 giugno 2014,  http://www.voltairenet.org/article184390.html

Thierry Meyssan, Il Kurdistan e il Califfato, 7 luglio 2014, http://www.voltairenet.org/article184629.html

Rivelazioni del PKK sull’EIIL e la creazione del Kurdistan, 10 luglio 2014, http://www.voltairenet.org/article184689.html

Israele pronto a riconoscere lo Stato curdo indipendente, 7 luglio 2014, http://www.voltairenet.org/article184632.html

Umberto Mazzantini, E così la guerra dell’Iraq è servita a rifornire di petrolio la Cina, 12 giugno 2013,http://www.greenreport.it/news/energia/iraq-petrolio-cina/

[6] Michel ChossudovskyLa programmata distruzione e frammentazione politica dell’Iraq. Verso la creazione di un califfato islamico sponsorizzato dagli Usa, 16 giungo 2014, http://www.resistenze.org/sito/te/po/ir/poiref16-014668.htm

[7] A Rami Hamdallah incarico di formare governo Fatah-Hamas, 29 maggio 2014, http://nena-news.it/rami-hamdallah-incarico-per-formare-governo-fatah-hamas

Nuovo governo di unità nazionale: Israele impedisce le riunioni tra Gaza e Ramallah, Infopal 4 giugno 2014,http://www.infopal.it/nuovo-governo-di-unita-nazionale-israele-impedisce-le-riunioni-tra-gaza-e-ramallah/

“Storico” accordo di riconciliazione nazionale palestinese, Infopal 24 aprile 2014, http://www.infopal.it/storico-accordo-di-riconciliazione-nazionale-palestinese/

[8] Manlio Dinucci, Gaza, il gas nel mirino, Il Manifesto del 15 luglio 2014, http://www.marx21.it/internazionale/medio-oriente-e-nord-africa/24336-gaza-il-gas-nel-mirino.html

Il bombardamento su Gaza: quello che nessuno vi dice, Infopal 16 luglio 2014, http://www.infopal.it/il-bombardamento-su-gaza-quello-che-nessuno-vi-dice/

Giorgio Raccichini

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top