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sabato , 27 maggio 2017
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La Palestina nell’Onu. Le conseguenze della pace

La giornata di ieri ha segnato un grande passo morale in avanti per le sorti della striscia di Gaza. Con l’ingresso della Palestina tra gli Stati osservatori dell’Onu si delineano infatti nuovi interessanti scenari per quanto riguarda l’assetto geopolitico della regione. L’auspicio diffuso è che non si tratti però di una “pace cartaginese”.

Palestinian holds up flag as he celebrates reconciliation agreement between rival Palestinian factions Fatah and Hamas during rally in Gaza City

Fonte: Oltremedianews

Dopo 45 anni l’occupazione israeliana della Palestina inizia a scricchiolare. Nell’assise dell’Onu di ieri, infatti, l’assemblea delle Nazioni ha votato a favore dell’annessione della Palestina tra gli Stati osservatori dell’Organizzazione (al pari del Vaticano). I duri conflitti che da troppi anni a questa parte vengono perpetuati tra gli israeliani (in particolare la destra sionista) e gli abitanti originari della Striscia di Gaza e della Cisgiordania potrebbero dunque essere in procinto di cedere il passo a prospettive diverse da quelle che siamo abituati a conoscere. L’accettazione dei palestinesi al ruolo di osservatori dell’Onu non ha di certo una gran valenza in termini prettamente politici, ma rappresenta un soddisfacente passo morale in avanti nell’evoluzione della vicenda.

Cerchiamo di capire quali nuove possibilità potrebbero scaturire da questi importanti accordi e di ricostruire le vicende della Valle di Giordania.

Quando nel dopoguerra l’Onu assegnò parte della Terra di Canaan agli ebrei, per rimediare agli orrori inflitti al popolo ebraico dal nazismo, tutti sapevano che la convivenza tra le due genie sarebbe stata insostenibile. Ma poco valsero le questioni antropologiche davanti al bisogno di una coscienza pulita e alla felicità che non pochi provarono di poter finalmente trovare una postazione stabile al popolo dalla storia più controversa e travagliata che si ricordi. Gli aiuti occidentali allo stato Israeliano (che non venne invece riconosciuto inizialmente da molti degli Stati del medioriente) ne hanno fatto nel tempo un avamposto di nevralgica importanza per gli affari in Oriente, nonché una potenza politica, economica e militare indiscussa. Dal 1947 ad oggi i Palestinesi hanno perso tutte le guerre intraprese per riacquisire la loro indipendenza: si consideri che adoggi l’85% della Striscia di Gaza è in mano a Israele e solo il restante 15% è di competenza degli oriundi palestinesi. Né le due intifade, né Arafat che si presentò all’Onu con la kefiah e la pistola e nemmeno le politiche diplomatiche di Abu Mazen dello scorso anno (ricordiamo che nell’autunno del 2011 la Palestina chiese di diventare membro effettivo dell’Onu – e non osservatore come oggi – ma sulla richiesta gli Usa esercitarono il loro diritto di veto) sono riuscite a dare una svolta decisiva alla situazione. L’unico cardine immutabile della vicenda è stato il massacro di milioni di palestinesi da parte dei ben più armati israeliani.

Tornando ad oggi, tanto gli Israeliani per bocca del presidenteNetanyahu quanto alcuni stati europei (come la Gran Bretagna) continuano a manifestare la loro contrarietà – gli Inglesi si sono astenuti dalla votazione – ad un qualsivoglia riconoscimento ufficiale del tanto vagheggiato Stato Palestinese. In generale un pò tutta l’Europa, che nemmeno questa volta si è risoluta in una decisione comune, pur avendo in larga parte votato a favore dell’ingresso, non ha rinunciato alla sua natura essenzialmente neutrale e si è congratulata sia con i vincitori che con i vinti. Gli Stati Uniti, invece, hanno ribadito più volte il loro fermo dissenso dinnanzi ad una situazione che “deve essere risolta solo ed esclusivamente dai diretti interessati, senza la mediazione degli organi internazionali”, come ha detto di recente il presidente israeliano.

Le conseguenze precipue della pace, e i relativi vantaggi che spetteranno alla Palestina, sono ufficialmente tre.

- Adesione all’Organizzazione mondiale della sanità. Che sicuramente darà una grande mano ai Palestinesi nel portare soccorso ai circa 4 milioni di poveri che abitano nella zona.

- Ingresso nel Programma alimentare mondiale. Che attualmente assiste oltre 100 milioni di persone in 78 Stati.

- Ingresso nella Corte Penale Internazionale. E proprio su questo punto le reazioni israeliane si fanno  comprensibilmente più virulente. Se la Palestina riuscisse ad esser ufficialmente riconosciuta dalla corte, avrebbe il diritto di commissionarle inchieste sui soprusi insabbiati che Israele ha perpetuato nel tempo nei suoi confronti.

Questo significa forse che si è prossimi al riconoscimento di un certificato di nascita (come Abu Mazen ha definito la decisione dell’Onu) a tutti gli effetti? Verosimilmente no. Il riconoscimento venuto ai Palestinesi è una concessione fatta dall’aristocrazia degli Stati mondiale, che non ha alcun interesse nello stravolgere gli assetti geopolitici che le assicurano il predominio a livello mondiale (ci riferiamo in particolare agli interessi che gli Usa maturano nei confronti di Israele). L’auspicio è che questa “pace” non sia una “pace cartaginese” – per evocare l’espressione di  Keynes -  e non si declini della volontà di mettere le mani e accaparrarsi le poche risorse residuali della Palestina. Alcuni insinuano infatti che la votazione dell’Onu punti ad un mutuo favore: la cessazione dell’indipendentismo armato palestinese in cambio di un riconoscimento internazionale. Ciò comporterebbe la possibilità di commercializzare la zona ancora selvaggia della Striscia di Gaza.

Altro interessante punto di forza per i Palestinesi è un segnale di convergenza tra Hamas e il governo di Abu Mazen. Il raggiungimento del traguardo di ieri è forse valso più di molti anni trascorsi a combattere il nemico. Non a caso anche i capi più influenti di Hamas non hanno esitato a riconoscere, seppur solo limitatamente a questa operazione, l’abilità del presidente.

Inoltre il mondo occidentale ha apprezzato che la Palestina stia cercando di risolvere la situazione per vie istituzionali e non affidandosi alla guerriglia. Proprio per questo motivo probabilmente in molti li hanno ritenuti meritevoli della “promozione” conferitagli ieri.

Il mondo tira un sospiro di sollievo, i Palestinesi possono dichiararsi soddisfatti e gli Israeliani si vedono costretti ad ingoiare un boccone amaro. L’augurio diffuso è che il cerimoniale di oggi non sia un tentativo di anestetizzare le rivendicazioni di un popolo che si è visto colonizzato dalla gente di Sion nel nome di un testo sacro che, nemmeno a farlo apposta, pareva proprio cadere a fagiolo nell’assegnazione di uno Stato agli Ebrei nel dopoguerra.

    Fabrizio Leone

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