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lunedì , 24 luglio 2017
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La Palude e il “Gattopardo”

La palude siciliana si estende, si allarga, e rischia di contaminare anche il resto d’Italia. L’esito delle elezioni regionali, spacciato come il segno di una discontinuità reale anzi di una rottura senza precedenti costituisce al contrario un’altra micidiale tappa del sempiterno gattopardismo siciliano. Provo a ragionare attraverso la storia politica della regione degli ultimi 15 anni. 

La palude siciliana si estende, si allarga, e rischia di contaminare anche il resto d’Italia. L’esito delle elezioni regionali, spacciato come il segno di una discontinuità reale anzi di una rottura senza precedenti costituisce al contrario un’altra micidiale tappa del sempiterno gattopardismo siciliano. Provo a ragionare attraverso la storia politica della regione degli ultimi 15 anni.

La Sicilia, nel ventennio berlusconiano, è sempre stata il granaio del consenso elettorale, e non solo, del centrodestra. Nasce in Sicilia l’incubatrice di Forza Italia, con Dell’Utri e Micciché; è in Sicilia che si registra il più grande atto di forza elettorale di Berlusconi con il 61 a 0 dei collegi uninominali, Palermo e Catania governate da Diego Cammarata e Umberto Scapagnini.

Poi nel 2001 inizia l’era di Totò Cuffaro conclusasi a Rebibbia, e in seguito l’irrompere di Lombardo: la Sicilia terra di saccheggio e devastazione delle risorse pubbliche e soprattutto dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Si giunge al 2012, dopo l’ennesimo Presidente dimissionario per ragioni giudiziarie e di mafia, e cosa accade? Il centrosinistra si divide e il 53% dei siciliani resta a casa. Vince Crocetta alleato dell’Udc.

Da questa desolante ricostruzione, trarre elementi di analisi coerente è assai complicato: tanti e molteplici sono le implicazioni politiche e le contraddizioni di un quadro politico destrutturato, fluido e ancora in cerca di un assestamento, ma che inevitabilmente si ripercuotono sulle dinamiche e prospettive nazionali. Per quanto schematicamente, proverò a esser chiaro.

L’astensionismo al 52,5% è un dato gigantesco e storico nella storia della democrazia italiana: non c’è alcun precedente in tal senso a qualunque livello. Si tratta della vera ‘quistione’ che si intreccia con la tenuta dello Stato democratico. In Sicilia la politica del malaffare, della corruzione, delle infiltrazioni mafiose ha sconfitto la democrazia. Insomma una spia di allarme vero per l’intero paese, segno inequivocabile di una crisi verticale non solo della politica e dei partiti ma del modello occidentale di democrazia.

Rosario Crocetta ha vinto con il 30,5% del 47,5% dei votanti, a cui va sottratto un 6% di schede nulle o bianche: in definitiva con uno scarso 15% dell’intero corpo elettorale (617.073 voti). Nel 2006, Totò Cuffaro vinse con un milione 374 mila voti, battendo Rita Borsellino che ne raccolse circa un milione e centomila (quasi il doppio di Crocetta). Mentre nel 2008 Anna Finocchiaro ottenne il 30,8 per cento dei voti validi (886.044 voti), più che doppiata da Raffaele Lombardo, che incassò il 65 per cento prendendo un milione di voti in più di lei.

Crocetta non solo non ha conseguito un forte mandato politico ma, ancora una volta senza precedenti, le urne non gli hanno assegnato una maggioranza politica. Crocetta, Presidente debole e condizionabile, avrà tre strade dinanzi a sé: o imboccare con determinazione una stagione di riforme di rottura che condurrebbe presto alla fine del suo governo, o contrattare giorno per giorno i provvedimenti di governo, oppure raggiungere subito un’intesa politica per un governo Pd-Udc-Api-Mpa-Grande Sud. È questa terza ipotesi quella più probabile, perché il gattopardo nella palude ingrassa. In ogni caso nulla di buono si profila per la Sicilia.

Il M5S è il primo partito con il 15%. Risultato senza dubbio eccellente; eppure anch’esso va valutato dentro quel 47% di votanti. In parole povere, neppure Grillo ha arginato il disprezzo popolare verso la politica. Grillo ha intercettato delusi del Pdl e del Pd, ha svuotato Idv e ha raccolto qualche punto percentuale anche a sinistra, ma non ha segnato alcun recupero sul piano dell’astensionismo.

Il Pd è inchiodato al 13%, mentre l’Udc si attesta all’10%, sbiadito ricordo del 20% grazie ai fasti cannolici di Cuffaro.

Il Pdl crolla al 13%, mentre l’Mpa regge con il suo 9%.

A fare due rapidi conti emerge subito che la maggioranza resta nelle mani delle forze di centrodestra.

In queste ore si assiste a un grottesco susseguirsi di analisi e opinioni simmetriche ma tanto superficiali quanto strumentali nell’attribuire una valenza nazionale al dato siciliano per replicare quello schema per le elezioni politiche della primavera prossima: da una parte sta chi dice che l’alleanza tra Pd e Udc è l’unica alleanza possibile in quanto vincente; da un’altra parte sta chi continua a ribadire che con il Pd, a prescindere dall’ipotetica alleanza con l’Udc, è impossibile aprire persino un confronto di merito.

In realtà, non valgono né l’una né l’altra.

a) Per quanti molti si sforzino a presentare l’alleanza Pd-Udc come quella vincente e necessaria per il governo nazionale, scostando appena la coperta ci si accorge che le due forze non vanno oltre il 25% in Sicilia. La musica non cambierebbe molto a livello nazionale, dove la maggiore forza del Pd verrebbe ridimensionata da una media nazionale dell’Udc assai più bassa di quella siciliana.

Senza contare che i fautori dell’innaturale alleanza omettono di dire che essa darebbe ancor di più fiato alla propaganda di Grillo. Insomma quella vittoria si è svolta in realtà all’insegna dell’arretramento piuttosto che all’avanzamento elettorale.

b) Per quanto concerne la seconda prospettiva, bisogna ammettere che la sconfitta dura rimediata a sinistra dalla FdS a Sel a Idv costituisce quella che mi permetto di tradurre come l’archiviazione della linea della sinistra d’alternativa chiusa a ogni rapporto con il Pd. Questa linea l’abbiamo praticata, l’abbiamo sperimentata elettoralmente in una regione popolosa, come la Sicilia, con circa 4 milioni di elettori, nella migliore composizione possibile (cioè due liste: Idv e la sinistra unita con FdS, Sel e Verdi) e nelle migliori condizioni possibili: 1) dopo un anno di politiche liberiste asperrime del governo Monti, ancora più sanguinose in una terra come la Sicilia, 2) dopo 5 anni di saccheggio, clientelismo, prevaricazione, aumento della disoccupazione al 20%, impoverimento generale dei siciliani, con il secondo Presidente di fila, dopo Cuffaro, caduto per un’inchiesta di mafia, 3) con un centrodestra disgregato e in caduta libera, 4) ha vinto il continuismo con il passato, interpretato da Rosario Crocetta protagonista di una formidabile stagione inciucista: ex sindaco antimafia sostenitore di un Presidente abbattuto da una poderosa inchiesta di mafia e alleato dell’Udc.

Ingenuamente qualcuno attendeva un voto di rottura, di discontinuità almeno: invece il risultato è una sconfitta secca, senza appello, senza attenuanti. Non c’è alcuna rivoluzione dietro l’angolo, non c’è il segno di alcun avanzamento delle forze progressiste, nessun movimento popolare. Anzi. Quell’unità a sinistra e quell’alternativa al Pd non sono state ritenute credibili. E più dure sono le condizioni materiali più i cittadini chiedono l’unità delle forze democratiche e progressiste. Chi ha condotto la campagna elettorale tra la gente comune ha sbattuto il muso non solo contro le solite pratiche clientelari, la prevedibile apatia, disillusione, ma soprattutto contro lo sconcerto, la rabbia, il livore per l’ennesima divisione del centrosinistra. L’eterna maledizione delle divisioni, ormai è chiaro, conduce sempre più in un vicolo cieco e con il fuoco alle spalle!

Certo, difficile poter concludere in Sicilia un’alleanza con Crocetta, supporter politico del governo Lombardo, in alleanza per giunta con l’Udc che, pur senza la scorza di Totò Cuffaro, ha contribuito al disastro della politica e dell’economia siciliane. Ma anche per questa ragione il caso Sicilia non può essere declinato come paradigma nazionale.

C’è però, a mio avviso, un ultimo, nient’affatto irrilevante aspetto. La costante crescita del M5S dovrebbe indurre tutti i gruppi dirigenti politici da un lato a migliorare la qualità della politica e a valutare la costruzione di alleanze politiche e programmatiche più popolari; e, da un altro lato, spingere almeno i partiti presenti in parlamento ad agire con estrema prudenza sul terreno della riforma elettorale. Le ipotesi in campo che puntano a demolire l’impianto delle coalizioni, magari introducendo soglie elevate di sbarramento, raggiungerebbero una pluralità di esiti esiziali:

a) un parlamento balcanizzato ma non per questo più rappresentativo; b) un parlamento nuovamente privo della sinistra; c) una forza populista disinteressata al governo come il M5S; d) un parlamento sempre più ostaggio della tecnocrazia europea; e) l’eclissi della democrazia rappresentativa per un lungo periodo. Il tutto sembra coincidere perfettamente con il disegno tenacemente perseguito in diversi ambienti per assicurare il Monti bis.

In ogni caso, è stato messo a nudo l’argomento strumentale del potere di scelta degli elettori. Com’è noto in Sicilia si elegge direttamente il Presidente della Regione, mentre per i deputati regionali si ricorre alle preferenze. Elezione diretta e preferenze (il massimo potere di scelta degli elettori) non hanno arginato affatto l’impressionante astensionismo. Vi è del resto la controprova: il grande consenso mietuto dal M5S è del tutto alieno dalle preferenze dei candidati ma espressione di un voto di opinione per il leader carismatico.

In conclusione, la palude siciliana dunque si allarga, e mentre la sinistra vi affoga il gattopardo vi sguazza: bisogna evitare che raggiunga Roma. Oggi abbiamo un compito, suonare non la sveglia ma l’allarme. Davvero, senza retorica, ma con la drammatica concretezza dell’oggi. Tutti i progressisti dovrebbero tendere alla massima unità possibile per scongiurare la permanenza della tecnocrazia autoritaria al governo dell’Italia. Svegliare, quindi, tutti da un pernicioso intorpidimento, da un sonno che nel passato ha generato mostri. Svegliare tutti affinché il sonno arcaico dei siciliani non diventi il sonno degli italiani. Non resta molto tempo!

“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali”

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)

Orazio Licandro,  coordinatore segreteria nazionale Pdci

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