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domenica , 23 luglio 2017
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La partita di Tsipras e il futuro dell’Europa

13 miliardi di euro, aumenti IVA, tagli alle baby pensioni e tasse per gli armatori. Questa la proposta messa sul tavolo da Tsipras, questo è quanto il premier greco può concedere in cambio di un prestito ponte e una ristrutturazione del debito (ormai arrivato al 180% del PIL). Un piano che contiene più di qualche concessione ai creditori, ma che sembra non accontentare tutti: se trapela soddisfazione da parte di alcuni, fonti provenienti da «paesi che parlano tedesco» segnalano un netto rifiuto dell’idea di una nuova ristrutturazione del debito greco.

Fonte: Oltremedianews

Una retromarcia vera e propria se si pensa che proprio l’oggetto delle trattative verteva sull’ormai conclamata insostenibilità del debito greco. Come pensavano che si sarebbero altrimenti pagati questi debiti, di nuovo con altri debiti? Insomma, la sensazione è che ci sia qualcuno che sta spingendo sin dall’inizio per l’espulsione di Atene dalla UE. Per quale motivo e quanto questo scenario sia da collegare con un riassetto generale degli equilibri in Europa e sul piano globale si proverà a discuterne partendo da qualche spunto di riflessione.

Anatocismo o usura? Una premessa è d’obbligo: al netto dei rimpalli di colpe su cui si è giocata una vergognosa campagna referendaria diffamatoria del popolo greco, è bene sapere che oggi il debito di Atene è composto in gran parte da interessi prodotti da interessi. Un meccanismo che in Italia si chiama anatocismo ed è vietato dall’art. 1383 del codice civile. Se poi a ciò si aggiungono gli interessi da usura pagati sul debito in essere e gli effetti recessivi delle misure di austerity (tutte diligentemente applicate dai governi precedenti a Tsipras) che da ormai 5 anni affossano l’economia greca contribuendo a rendere il paese insolvente, ecco che risulta evidente come al momento nessuno è in grado di dare lezioni su alcun che, men che meno gli esecutivi delle disastrate economie europee ancora in fase di stagnazione, o i teorici dell’austrity senza crescita le cui congetture, diligentemente applicate da tutti i governi greci, si sono rivelate un autentico fallimento.

Sarebbe però fuorviante continuare a discutere sulle colpe del disastro ellenico. Si perché mentre nei salotti e nei palazzi ovattati di Bruxelles euro-burocrati, politici e governi nazionali attendevano gli esiti del referendum di Atene nella convinzione che alla fine la Ragione dell’economia avrebbe prevalso e indotto i greci ad accettare supini le condizioni dettate ‘dal mercato, un fatto mai sperimentato in Europa nell’epoca contemporanea scuoteva il paese che ha inventato la democrazia: la crisi di liquidità, le file ai bancomat, le banche chiuse, il denaro che sparisce, non circola, ceduto per dei lingotti d’oro nelle strade dei ricchi, semplicemente scomparso dalle tasche dei più poveri. Proviamo solo ad immaginare cosa succederebbe oggi se improvvisamente il denaro scomparisse. Eppure, mentre ‘i mercati’ facevano assaggiare ai greci lo spettro della dura legge dell’economia, proprio tra quegli incubi che inchiodavano con moderne catene quelle persone in fila ai bancomat dell’intero paese, emergeva la volontà, la ribellione, la capacità di opporre la politica, la domanda di diritti, la rivendicazione per una condizione migliore rispetto allo stato materiale delle cose, alle dure leggi non scritte del mercato, alla forza del fatto. Diritto e fatto, referendum ed economia, il No che ripropone il conflitto contro un Si che odora di morte.

Diritto e fatto, appunto. La volontà e la rivendicazione politica che vince – non a caso – col mezzo del referendum, contro la forza del fatto – lo spettro della crisi di liquidità e l’insolvenza – il ricatto che indurrà Tsipras nelle prossime ore a firmare un accordo che sa di compromesso. Qualcuno sta già parlando di sconfitta per il governo greco, anche ad Atene alcuni ambienti di Syriza la pensano così, un malcontento che si è visto nel voto di ieri al parlamento greco dove la maggioranza si è spaccata. eppure liquidare il tutto come un fallimento appare conclusione frettolosa e superficiale. Dinanzi ad un compromesso (neanche così svantaggioso considerati i precedenti) che comunque andava concluso per scongiurare una drammatica crisi di liquidità, la valenza del risultato referendario, infatti, rimane intatta perché sono proprio gli ambiti ad essere differenti. Una situazione sintetizzata perfettamente dai greci, in fila per il bisogno ma invocanti un’altra Europa. Da una parte c’è la necessità che impone scelte difficili dettate da rapporti di forza che oggettivamente oggi schiacciano un piccolo paese di 11 milioni di abitanti, sconvolto dalla speculazione, dalla miopia della propria classe dirigente, dall’ingombrante egemonia tedesca sul continente. Dall’altra la battaglia politica da condurre dentro l’unico spaziopolitico che a ben vedere è rimasto nel Vecchio Continente. Non l’Europa della Commissione, né quella dei tribunali asettici, non l’Europa degli eurosummit tra capi di governo con diverso peso specifico, bensì l’Europa dei popoli, nella veste dell’unico organismo avente una diretta legittimazione popolare quale è il Parlamento Europeo. E non è un caso se proprio il più pesante je accuse di Tsipras alla gestione europea della crisi non sia arrivato da una semplice conferenza stampa, bensì da uno scranno parlamentare. Applausi, fischi, abbracci e contestazioni, soprattutto dibattito tra pari rappresentanti del popolo europeo: nelle forme e nelle procedure di un parlamento c’è tutta la sostanza della sua funzione rappresentativa. Insomma senza quel voto contrario all’Europa dei diktat non ci sarebbe stato alcun dibattito sulla crisi greca, e nessuno avrebbe saputo cosa pensano i parlamentari europei della situazione odierna. Si tratta di un qualcosa di estraneo agli ingessati sorrisi degli incontri bilaterali. Se mai l’Europa cambierà non potrà che farlo tramite un’affermazione del ruolo dell’istituzione parlamentare.

Ma perché c’è bisogno di Europa e soprattutto chi vuole la sua fine? Se un’Europa non può che essere rappresentativa e partecipata non si può non partire proprio da quel referendum per ricostruire il ruolo politico e storico che spetta all’integrazione europea in questo nuovo secolo. Se inizialmente lo stesso concetto di Stato era il frutto degli interessi borghesi che entro un ordinamento nazionale vedevano l’habitat per il proprio sviluppo economico, le radici della svolta democratica e sociale che ha caratterizzato le esperienze europee novecentesche sono da ricercarsi nella capacità dei soggetti politici reali protagonisti del XIX secolo, la classe operaia e in generale i ceti meno abbienti, di organizzarsi su base nazionale e portare avanti le proprie istanze all’interno dei rispettivi paesi. Oggi la globalizzazione ha imposto un venir meno della dimensione territoriale, quei diritti che erano riconosciuti nell’ambito nazionale sono stati svuotati dei loro contenuti dalla capacità dei flussi di capitali di aggirare i tentativi imprimere una funzione sociale alla proprietà e agli investimenti. Con regole troppo rigide e sistemi fiscali troppo redistributivi un investitore semplicemente può decidere di andare altrove. Sulla scia di questa tendenza che ha coinvolto il progetto di integrazione europea, in molti sono stati portati a pensare che l’Europa sia un progetto dei capitalisti: grandi industriali bisognosi di spostare risorse su un territorio ricco e popolato come il Vecchio Continente. Se queste sono le ragioni iniziali e che di sicuro sino a poco tempo fa hanno dominato la spinta degli industriali verso l’integrazione europea, la sensazione è che questa spinta si sia al momento esaurita. Né si può dire che l’Europa sia un sogno solo di qualche ricco finanziere. Questo è quello che oggi analisi poco approfondite vogliono far credere, ma sarebbe un torto al Manifesto di Ventotene difficilmente tollerabile: è sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e sulla irriducibile richiesta di pace e diritti che è nato il sentimento solidaristico che ha ispirato l’integrazione europea. Ma quale dei due progetti europei è oggi in piedi? Quello dell’Europa dei capitali o quello dell’Europa dei popoli? Posta così la domanda, coi tempi che corrono, la risposta può sembrare facile e pendere per la prima opzione. Eppure niente può darsi per scontato.

Se oggi si chiedesse ad un qualsiasi cittadino europeo un parere sull’Unione sicuramente questo sarebbe negativo. E a ben ragione. Cinque anni di crisi hanno dimostrato un’incapacità di garantire stabilità e benessere ai popoli, soprattutto incapacità di rispondere adeguatamente alle crisi con misure condivise e di ampio respiro. Non solo. Pesano la questione immigrati, l’assenza di una strategia di politica estera comune, la persistenza di conflitti armati all’interno della stessa Europa: ieri l’ex Jugoslavia, oggi l’Ucraina, per non parlare del Mar Mediterraneo. Osservazioni corrette, non c’è dubbio, ma non per forza sufficienti per archiviare un progetto d’integrazione lungo cinquant’anni. Dall’operaio all’imprenditore, se si provasse oggi a chiedere ad un investitore che opera sul piano internazionale un parere sull’Unione Europea la sua sarebbe una risposta che denoterebbe una certa indifferenza. Quanto oggi l’UE può cambiare la vita e rispondere alle esigenze di un ricco finanziere? Se fino a qualche decennio fa era fondamentale abbattere le barriere doganali, oggi le barriere non stanno in piedi perché superate dalle innovazioni tecnologiche, da un’economia che sguscia a sistemi rigidi e che guarda ai compromessi e alle contraddizioni europee come ad un ostacolo piuttosto che un valore. Del resto non ci vuole l’Europa per imporre di abbassare i salari: bastano le leggi del mercato e la perfetta mobilità dei capitali. Chi mette dazi o alza barriere è fuori automaticamente da ogni flusso di risorse, semplicemente perché tutto il mondo va nella stessa direzione. Si può ben comprendere allora che forse non è l’Europa ad essere oggi una costruzione dei grandi capitali ma è piuttosto la prima che si piega agli stessi in assenza di una vera legittimazione popolare delle sue istituzioni. Quanto invece l’Europa abbia cambiato e possa ancora cambiare la vita di milioni di lavoratori europei non è difficile immaginarlo: lasciando stare la moneta unica e la libertà di spostamento nel continente, un sistema di garanzia dei diritti a livello continentale di sicuro sarebbe più efficace in un tempo in cui gli ordinamenti nazionali sono aggirati; ma anche una politica industriale a livello continentale, maggiori regole contro l’inquinamento, politiche fiscali redistributive, più opportunità lavorative, pace, stabilità, peso politico internazionale, soprattutto, lotte e rivendicazioni comuni. Sicuri che a tutti gioverebbe una rinnovata spinta verso un sistema di rappresentanza e di effettiva garanzia dei diritti a livello continentale? Piuttosto è il contrario: abbattere le barriere sì, ma mantenere divisioni e disuguaglianze che sono sinonimi di lauti profitti e concorrenza al ribasso. Anche a costo di far saltare il progetto europeo. Se la Grecia lunedì uscisse dall’euro, di sicuro a pagarne le conseguenze non sarebbero i ricchi che magari già da anni hanno spostato i loro principali investimenti fuori dai confini ellenici.

E’ così che si può spiegare il ritorno prepotente del protagonismo dei governi nazionali. Venuta meno la territorialità dei rapporti giuridici ed economici, nel secolo della finanza e delle delocalizzazioni dei servizi, se è vero che c’è bisogno di regole comuni, non è detto che le forme di integrazione riguarderanno l’Europa geografica così come la conosciamo. Di sicuro la tendenza è al superamento degli stati nazionali, ma ciò potrebbe accadere secondo forme e percorsi del tutto diversi da quelli che sino ad oggi erano immaginabili. Potrebbe anzi darsi che ognuno persegua sinergie diverse compatibili con i propri interessi economici. Qualcuno guarderebbe ad un partenariato privilegiato con gli USA, qualcun altro con Russia e Cina, qualcuno ancora con la Germania. Una tendenza di lungo periodo che nel frattempo potrebbe avere un andamento tortuoso e tutt’altro che lineare. Oggi il vuoto di potere in UE e la crisi economica che ha fatto emergere interessi divergenti momentanei tra i vari paesi ha riportato in auge il ruolo dei governi nazionali, ben più ricattabili dalla finanza internazionale e allo stesso tempo ancora efficaci strumenti di conquista e protezione di posizioni di potere in un mondo che di certo non va verso un periodo di pace e stabilità. Non è un caso, dunque, che proprio con il venir meno dei luoghi politici della cooperazione e della integrazione – figli del tentativo di trovare nel diritto internazionale una forma di mediazione ai conflitti – siano riemersi i governi e con essi la dittatura delle posizioni di forza, politiche ed economiche: Berlino più forte di Roma e Atene, investitori capaci di condizionare le politiche di un governo legittimamente eletto.

Insomma sembra tutto nero eppure rimane uno spiraglio. Lo spazio delle decisioni di forza a dire il vero è sempre stato presente ma non si può dire sia frutto di uno stato di natura, bensì è utile affermare che se l’Europa oggi è in un certo modo, ciò non è per qualche forza meccanicistica capace di incidere ineluttabilmente sul futuro dei popoli, essendo bensì evidente come la sua costruzione sia frutto di un preciso progetto politico ed ideologico. Potrà dirsi che tale progetto privilegia la forza alla mediazione, ma non può dirsi che non sia voluto. Così se oggi i mercati finanziari sono capaci di incidere sulle politiche dei governi nazionali di certo essi esercitano una pressione, ma non per questo può dirsi che la prevalenza delle regole del mercato sulle regole dell’integrazione non sia frutto di una precisa volontà.

E allora ecco che proprio da un referendum e da un’iniziativa politica comunque incapaci di opporsi alle pressioni e alle contingenti ragioni economiche si palesa lo spiraglio di un conflitto irrisolvibile tra forza e volontà. La forza del mercato, la forza del più potente, contro l’insopprimibile richiesta di diritti che arriva proprio da chi oggi è senza diritti. Ecco perché così come il ‘900 ha visto governi borghesi e autoritari trasformarsi in strumenti di emancipazione popolare, oggi proprio l’Europa dei poteri forti appare l’unico spazio politico per far rivivere le rivendicazioni di libertà e uguaglianza che hanno segnato il percorso verso il progresso europeo. Nel secolo della lex mercatoria, delle innumerevoli fonti extrastatuali che scavalcando le costituzioni nazionali, impongono regole nuove a volte nemmeno scritte, s’insinuano nella vita quotidiana in forza del fatto, nel secolo dei diritti ‘riconosciuti’ mercato permettendo, delle libertà che generano disuguaglianze, della tolleranza repressiva che ammette il diverso purché rimanga tale, nel secolo asiatico che porta via le opportunità dall’Europa, ne mette in discussione l’egemonia economica ma soprattutto culturale, ne incrina certezze e prosperità, in questo secolo in cui il fatto sembra imporsi sulle conquiste della storia che hanno prodotto democrazie, diritti e condizioni di vita mai raggiunte prima d’ora, è proprio da chi è senza diritti, pur piegato dal contingente, che arriva una inesauribile domanda di integrazione sociale. Contro l’imperialismo economico delle multinazionali, contro i governi fantoccio che generano guerre e conflitti, contro le visioni mistificatrici proposte dai nuovi nazionalismi e dai fondamentalismi religiosi, l’unico spazio per la pace, il progresso economico e sociale, è nell’Europa unita. Non l’Europa fredda e incompleta dei tecnocrati, bensì un’Europa con una Costituzione capace di proteggere diritti reali, portati avanti da soggetti reali e rivolti alla risoluzione di conflitti reali. Un’Europa democratica, parlamentare, con un governo forte e legittimato dalla fiducia del voto popolare. E’ questa l’Europa dei popoli,  è a questa Europa che ogni greco ha pensato nel buio dell’urna, e questo sarà il progetto politico, la vera sfida, di chi tra migranti, poveri, disoccupati, apolidi, è oggi più che mai senza diritti.

Michele Trotta

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