La pausa caffè fa male... al lavoroTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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La pausa caffè fa male… al lavoro

Vi proponiamo due casi esaminati, rispettivamente da giudici amministrativi e da giudici civili, aventi ad oggetto la condotta negligente di abuso della cosiddetta pausa caffè, tenuta da parte di un impiegato pubblico nel primo e da parte di un dipendente privato nel secondo, ad entrambi debitamente contestata pur se con le dovute differenze sotto l’aspetto sanzionatorio.

Fonte: Oltremedianews

Con la sentenza n. 1 del 9 gennaio 2013, il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento (Sezione Unica) ha rigettato il ricorso proposto da una dipendente della Polizia di Stato avverso il provvedimento con cui le era stata comminata la sanzione disciplinare del richiamo scritto per essersi allontanata dal posto di guardia, senza avere neppure indossato la divisa, per andare a prendere un caffè e una bottiglietta d’acqua presso il distributore automatico presente negli uffici, nonostante fosse già iniziato il suo turno di servizio.

La dipendente ha proposto ricorso al Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento chiedendo l’annullamento del provvedimento sanzionatorio intimatole, ma i giudici amministrativi hanno rigettato il ricorso sostenendo che il “ritiro di acqua e caffè dal distributore automatico, non costituisce l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito ma solo un comportamento (forse diffuso, ma) anche esso non conforme a canoni di diligenza e scrupolo professionale, in base ai quali non sembra certo decoroso andare a prendere il caffè immediatamente all’inizio del turno, quando si presume che una persona già abbia fatto la colazione mattutina”.

Il Tribunale Amministrativo è giunto alla predetta conclusione nel presupposto che costituisce regola di diligenza e di corretta comprensione del ruolo ricoperto presentarsi sul posto di lavoro pronti a svolgere, dal principio, le proprie mansioni attenendosi ai doveri anche formali ed esteriori che le caratterizzano.

Nello stesso senso si è, successivamente, espressa la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 7819 del 28 marzo 2013 (Sezione Lavoro) con riferimento a un caso riguardante, invece, un impiegato presso un istituto di credito.

Tale impiegato aveva, invero, proposto ricorso presso il giudice del lavoro avverso il suo licenziamento, ritenuto illegittimo perché disposto in assenza della “giusta causa” e in totale violazione del principio di proporzionalità rispetto al comportamento addebitato, chiedendo, dunque, che venisse accertata la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 18 della Legge 20 maggio 1970, n. 300 (cosiddetto Statuto dei lavoratori).

La Corte di Cassazione ha, però, confermato la decisione pronunciata dalla Corte di Appello di Catania e, quindi, la legittimità di tale licenziamento al suddetto dipendente di banca.

In particolare, la condotta contestata aveva per oggetto: il rifiuto di effettuare un’operazione richiesta da un cliente, ancorché prevista da un manuale operativo da tempo in uso nella banca; l’allontanamento dal posto di lavoro senza procedere alla chiusura della cassa; l’omissione della registrazione di un versamento effettuato da parte di un cliente; nuovamente l’abbandono, nel giorno successivo, del posto di lavoro per “recarsi al bar”, noncurante della presenza di almeno quindici clienti in attesa davanti al suo sportello.

Secondo la Suprema Corte di Cassazione, infatti, la giusta causa di licenziamento di un dipendente di banca deve essere apprezzata non solo con riguardo all’interesse patrimoniale del datore di lavoro, ma anche e soprattutto tenendo conto della potenziale lesione dell’interesse pubblico alla sana e prudente gestione del credito.

In tale ottica, assume particolare rilievo il rigoroso rispetto da parte dei dipendenti delle regole dettate a tutela di tali beni.

Con riferimento all’ultimo caso segnalato, la deduzione difensiva dell’impiegato secondo cui al momento del suo allontanamento per la “pausa caffè” risultavano operative più casse, non è stata ritenuta decisiva dalla Corte di Cassazione nel presupposto che la presenza delle casse, peraltro non corroborata dalla verifica circa la funzionalità delle stesse, non escludeva che il venir meno di anche una sola cassa avrebbe, comunque, rallentato le operazioni delle altre su cui venivano dirottati i clienti in attesa.

Tale affermazione, per di più, non incideva sulla valutazione della negligenza della condotta del dipendente, espressa nella sentenza di secondo grado della Corte di Appello di Catania.

I casi esaminati, dunque, solo apparentemente mostrano una certa rigidità nei confronti dei lavoratori negligenti mediante la sanzione comminata.

Nel primo, infatti, il comportamento del dipendente pubblico è strettamente connesso con quanto sancito dalla Costituzione nell’art. 54, comma 2, secondo cui “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Nel secondo caso, è evidente la connessione tra l’interesse della clientela della banca alla gestione del credito e la condotta del dipendente che svolge funzioni di garanzia della suddetta gestione e di custodia del denaro.

Sara Venanzi

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