La "pianificazione" come base per costruire una nuova economiaTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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La “pianificazione” come base per costruire una nuova economia

La “pianificazione” come base per costruire una nuova economia

Quanti all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica e del socialismo reale hanno parlato del “fallimento” delle economie pianificate hanno proiettato il nuovo mondo verso l’imperio del neoliberismo, che di quel modello era l’antitesi, eppure la situazione mondiale da quella scelta in poi è peggiorata piuttosto che migliorare.

Le “economie pianificate” sono fallite. Questo è il mantra che economisti di varia estrazione hanno recitato senza sosta almeno dal 1989 a oggi. Una campagna di odio ideologico verso il “pubblico” che si è espansa come il fuoco nella prateria dato che dall’altra parte il socialismo reale si sgretolava pezzo dopo pezzo. Non rimase quindi nessuno a difendere le ragioni del pubblico e della pianificazione, prestando così il fianco a quella che possiamo propriamente chiamare una “reazione” compiuta delle classi borghesi e privilegiate dopo decenni passati alla difensiva con il ruolo preminente dello Stato a dirigere l’economia. I risultati di quei decenni di Boom che vanno dal 1945 agli anni Ottanta sono sotto gli occhi di tutti, fu lo Stato a dirigere l’economia e a pianificare la crescita, e pur con ombre giganti legate alla corruzione e al malaffare, se oggi in Europa disponiamo ancora di un welfare state e di infrastrutture avanzate è stato proprio grazie al ruolo dirigente dello Stato.

Con la sconfitta del socialismo reale qualcuno ha pensato bene di gettare alle ortiche anche l’idea che lo Stato debba occuparsi del progresso comune e della gestione di una comunità, lasciando così campo libero ai demagoghi della libertà dei mercati, i teorici del neoliberismo che hanno teorizzato la quasi scomparsa del pubblico a favore dell’imperium dei privati nella folle idea che alla fine la società riesca in questo modo ad autoregolarsi. Questo invece non succede, non solo, non è mai successo, e tutti i paesi laddove le classi dirigenti hanno applicato il restringimento delle prerogative del pubblico si è assistito a una degradazione progressiva dei diritti della popolazione più umile e al concentramento progressivo di dette ricchezze nelle mani di chi già ne possedeva la maggior parte.

Non casualmente lo “Stato” è temuto dai potentati industriali, finanziari ed economici che oggi dominano più dei governi l’economia globale. Le multinazionali e i potentati privati infatti sanno bene che l’unico ostacolo che possono trovare sulla loro strada è quello del pubblico, ovvero di una organizzazione strutturata che rappresenti gli interessi della comunità in grado di porre un freno al loro predominio assoluto sui mercati e al loro vampirismo. Nei paesi socialisti del XX secolo questo accadeva, e se anche quegli Stati hanno fallito nel restringere la libertà personale e nel mancare di innovazione e coraggio in economia, almeno questi potentati avevano una sorta di bilanciamento dall’altra parte in grado di limitarli. Venuto meno il socialismo reale ecco che i privati hanno vampirizzato il pubblico in modo predatorio, e a distanza di trent’anni dalla fine del sogno dell’Urss possiamo oggi dire che la privatizzazione di ogni settore della nostra vita non ha affatto migliorato la società, anzi.

E tra tutte le prerogative di uno Stato è una in particolar modo a far tremare i polsi ai potentati e alle multinazionali: l’Istruzione. Delle masse scolarizzate infatti acquisiscono indirettamente una coscienza di sè, un embrione di una coscienza di classe che permette loro di avere consapevolezza maggiore dei propri diritti e quindi di sensibilizzarsi nei confronti dell’ingiustizia. Non a caso il potere pervicacemente da secoli combatte per ottenere per sè la prerogativa della gestione dell’istruzione, e il fatto che in Occidente negli anni Sessanta e Settanta del Novecento si sia aperta una breccia nel settore della cultura che vi ha fatto penetrare le idee marxiste di progresso sociale non è stato dimenticato da quegli stessi che tremarono di fronte all’espansione mondiale del comunismo. Ma le loro bugie e interpretazioni semplicemente non reggono alla prova dei fatti, che invece ci mostrano come la privatizzazione totale dei servizi conduca uno Stato verso il c0llasso morale e materiale piuttosto che verso la rinascita. Prima o poi qualcuno si accorgerà che l’unico strumento in grado di costruire una società giusta ed equa per tutti è proprio lo Stato, visto non più come esercizio del potere fisico ma come strumento per il cambiamento delle cose presenti, come mezzo delle classi subalterne per riuscire a evitare di farsi schiacciare dai potenti. Ma è chiaro che se le masse permettono ai rappresentanti dei potenti di decidere le posizioni ritenute “valide” per partecipare all’ Agon politico, allora si è di fronte solo alla solita “farsa” del potere che perpetua se stesso, una sorta di commedia dell’assurdo nelle quali tutti recitano, chi consapevolmente, chi no. Solo chi utilizza la chiave interpretativa del marxismo però riesce a vedere la commedia in tutta la sua miserabile finzione, capendo che questo genere di politica delle “democrazie” occidentali altro non è che lo strumento che i potentati economici utilizzano per far sì che i loro privilegi rimangano preventivamente fuori dal dibattito politico, intoccabili ed eterni come il diritto che il capitalismo ritiene di avere sugli esseri umani.

Anche l’idea di Stato come “arbitro”, mutuata dal pensiero anglosassone, ha fallito miseramente alla prova dei fatti in quanto i potentati capitalistici sono riusciti a compenetrare a tal punto il sistema statale che l’arbitro risulta perlomeno non super partes, e completamente sbilanciato a favore delle classi dominanti, che poi sono le classe che controllano lo Stato nel capitalismo occidentale. Le classi dominanti sembrano quasi aver studiato Marx più delle classi subalterne a cui il filosofo di Treviri voleva riferirsi, e lo dimostrano in quanto si muovono scientemente come classi, ben consapevoli di esserlo e di avere obiettivi comuni da conseguire opprimendo e schiacciando le altri classi. Nulla di nuovo sotto il sole, peccato che in passato tale sfruttamento era del tutto palese, e l’ingiustizia accumulata fece saltare il tappo diverse volte, la prima nel 1789, la seconda nel 1917. Oggi il potere potremmo dire che per certi versi “s’è fatto furbo” e cerca di occultare questo sfruttamento facendolo al contrario percepire come “il migliore dei mondi possibili”. Così le classi subalterne non riescono a percepire la causa del loro malessere e finiscono per desiderare di diventare come quelli delle classi superiori, finendo per farsi educare dalle sirene mediatiche controllate appunto dalle classi dominanti, che in questo modo fanno gramscianamente “egemonia”.

Gracchus Babeuf

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