La politica estera e le elezioni presidenziali in BrasileTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

La politica estera e le elezioni presidenziali in Brasile

Non sono solo le conquiste sociali e l’autonomia nazionale nell’attuazione di una economia popolare che non sia nell’interesse dell’oligarchia finanziaria nazionale e internazionale che subirebbero un’immensa regressione se uno dei due candidati del campo neoliberale e conservatore – Aécio Neves, del PSDB, o Marina Silva del PSB – vincesse le elezioni.

Fonte:  vermelho.org.br | Traduzione di Marx21.it
E’ anche a rischio la politica estera: la scelta brasiliana dell’integrazione regionale sovrana e solidale tra paesi e popoli indipendenti e per svolgere un ruolo internazionale progressista, a favore di un nuovo ordine libero da egemonismi, per un mondo di cooperazione e pace.

Sebbene apparentemente molto distante dal vivere quotidiano del popolo e dal dibattito politico corrente, anche la politica estera è messa in causa nella campagna elettorale.

Tanto Aécio Neves come Marina Silva hanno avanzato l’opinione che il Brasile debba cambiare l’orientamento di Itamaraty (la sede del Ministero degli esteri, ndt), con proposte assurde e retrograde, come la priorità alle relazioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, l’abbandono dei meccanismi di integrazione regionale in nome di relazioni bilaterali “pragmatiche” e la condanna, in base a un accentuato pregiudizio reazionario, delle partnership di successo con Cuba nel programma “Più Medici” e nella costruzione di opere di infrastruttura nella più grande delle Antille. Anche un sedicente candidato ecologista, ex segretario di José Serra e Gilberto Kassab (noti e discussi dirigenti politici dello schieramento conservatore, ndt), senza alcuna rappresentatività elettorale, si è scagliato in un recente dibattito televisivo contro l’accordo firmato da Brasile e Cuba, dai dimostrati effetti positivi nella cura della salute nel nostro paese.

Negli ultimi giorni, i principali giornali conservatori hanno pubblicato materiali nell’intento di squalificare la politica estera brasiliana. Il giornale Folha de S. Paulo, araldo del cosmopolitismo post-moderno, ha pubblicato un lungo reportage che analizza le contraddizioni interne in Itamaraty, ampliando l’importanza dei problemi amministrativi e fabbricando una crisi che non esiste nella diplomazia brasiliana.

Già il vetusto Estadão, il portavoce più tradizionale delle classi dominanti più retrive e degli interessi dell’imperialismo statunitense in Brasile, aveva reagito furiosamente al discorso presidenziale in apertura dei dibattiti di alto livello all’Assemblea Generale dell’ONU, occasione in cui più di una volta Dilma Rousseff si è presentata al mondo come statista e leader nazionale che parla da pari a pari con gli altri capi di Stato e di governo. Il giornale si è mostrato irritato perché Dilma ha fatto conoscere al mondo che il Brasile sta percorrendo con sicurezza il cammino della sua costruzione come grande nazione progressista e che esercita un ruolo geopolitico progressista. Alla stregua di un pamphlet di Aécio o Marina, il giornale della famiglia Mesquita ha protestato per l’uso della tribuna dell’ONU “per fare campagna elettorale”.

Il fatto è che, fin dal primo mandato dell’ex presidente Lula, la destra brasiliana e i circoli imperialisti internazionali formulano un discorso ideologico per combattere quella che chiamano la democrazia “petista” (del Partito dei Lavoratori) e il carattere “ideologico” della politica estera brasiliana. Ma è di ideologia reazionaria che è impregnata la critica sul fatto che le direttrici presidenziali per Itamaraty avrebbero un carattere di partito, entrerebbero in conflitto con gli interessi permanenti dello Stato nazionale e si allontanerebbero dalle tecniche e dalle pratiche del commercio internazionale e della diplomazia.

In sostanza, la critica è rivolta alle scelte della nuova Politica Estera Brasiliana inaugurata nel 2003 – a difesa della pace, del multilateralismo e della democratizzazione delle relazioni internazionali, l’impegno per l’integrazione regionale sovrana e solidale, la costituzione di nuovi poli geopolitici, in opposizione all’egemonismo dell’imperialismo statunitense e dell’Unione Europea.

E’ sulla base di un orientamento ideologico, che tanto i candidati dell’opposizione quanto i loro strumenti mediatici insorgono ora, dopo 12 anni, contro i successi che il Brasile ha raggiunto nello scenario internazionale – il consolidamento dei Brics, il rafforzamento del polo progressista in America Latina e nei Caraibi, compresi Cuba e i paesi bolivariani, con la Celac trasformata in solida istituzione multilaterale e meccanismi di integrazione, e il conseguente rafforzamento delle relazioni commerciali.

I critici della politica estera non tollerano nemmeno che il Brasile abbia condannato il massacro sionista contro i palestinesi e la scelta dell’uso della forza da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Medio Oriente.

In definitiva, esiste una lotta delle idee, un conflitto politico e ideologico attorno alla politica estera. Nelle elezioni presidenziali il popolo brasiliano deciderà anche su questo.

VAI SULLA PAGINA FB DEL  TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top