La posta in gioco. Intervista esclusiva al Segretario del PdCI Oliviero Diliberto | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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La posta in gioco. Intervista esclusiva al Segretario del PdCI Oliviero Diliberto

Verso il 2013 è il titolo della nostra rubrica. Il 2013 sarà l’anno delle elezioni, a Roma si voterà tre volte e la sensazione è che il Paese, flagellato dalla crisi economica globale, sia al giro di boa. Quello che succederà nei prossimi 12 mesi potrebbe cambiare il destino dell’Italia per i prossimi 20 anni. Oggi abbiamo invitato a dire la sua il segretario del PdCI Oliviero Diliberto.

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/5/post/2012/10/la-posta-in-giocointervista-al-segretario-del-pdci-oliviero-diliberto.html

Verso il 2013 è il titolo della nostra rubrica. Il 2013 sarà l’anno delle elezioni, a Roma si voterà tre volte e la sensazione è che il Paese, flagellato dalla crisi economica globale, sia al giro di boa. Quello che succederà nei prossimi 12 mesi potrebbe cambiare il destino del paese per i prossimi 20 anni. E’ per questo che abbiamo deciso di intraprendere un filone di interviste che ci aiuterà a comprendere il cammino delle forze politiche sino alla tornata elettorale e le reali prospettive per la creazione di una coalizione che segni un punto di discontinuità con l’agenda Monti ed inauguri una stagione di avanzamento sul piano dei diritti civili e sociali.

Oggi con noi in redazione il segretario del PdCI Oliviero Diliberto.

Partiamo dal giudizio sul governo Monti. 

Il giudizio sul governo Monti non può che essere netto e cristallino: pessimo. Monti è riuscito dove Berlusconi, pur provandoci, non è arrivato: pensate all’articolo 18. Sta massacrando i giovani, le donne, i lavoratori e i pensionati. Ha fatto pagare la crisi sempre agli stessi, i più deboli, e ha salvato i ricchi, le banche e le grandi imprese. Monti ha aggravato la crisi economica. Non c’è un solo indicatore che sia migliorato da quando è incarica: disoccupazione più alta, recessione più pesante, produzione calata, tasse aumentate, consumi diminuiti, spread elevato, debito pubblico cresciuto. Sono cose, del resto, che dicono anche Confindustria e la Corte dei Conti. È un Governo ingiusto, cattivo e iniquo, ma anche profondamente inadeguato a risolvere la crisi nella stessa ottica delle compatibilità del mercato.

In tanti, però, vorrebbero proseguire sulla linea dell’agenda Monti.
I continui balletti di Monti riguardo al suo futuro rappresentano plasticamente la posta che la politica italiana si sta giocando per i prossimi trenta anni: una linea di continuità con il tecnoliberismo contro il rilancio di una prospettiva redistributiva, di equità (ancorché moderata, ma equità…).

Più che una lotta tra destra e sinistra sembra uno scontro tra politica e tecnocrazia.
È così. La tecnocrazia vuole cancellare la politica sostituendosi ad essa. Per questo i poteri forti soffiano sul vento dell’antipolitica. Il neoliberismo – che già da tempo ha sconfinato a sinistra – vorrebbe ora andare oltre, farsi potere costituente, divenire quadro regolatore dell’amministrazione della cosa pubblica, fuori dal quale è impossibile operare.
Sarebbe la fine della politica, ovvero della possibilità di fare scelte di governo.
Dentro il neoliberismo sarebbe possibile solo individuare soluzioni tecniche: posso scegliere come applicare l’austerità, non se disapplicarla e fare, ad esempio, programmazione economica o politiche di crescita neokeynesiane.
Oppure pensate alla vera e propria inversione delle fonti del diritto cui assistiamo in Italia: gli accordi tra privati – datore e lavoratore – divengono preminenti rispetto allo statuto dei lavoratori, che è una legge. È ciò che sta scritto nell’articolo 8 della finanziaria di Berlusconi che proponiamo di abrogare con il referendum.

Sono cose enormi. Questa non è solo la fine della politica, è anche la fine della democrazia rappresentativa per come ce l’ha consegnata il ‘900. Se nell’agone politico irrompono le forze del lavoro, organizzate in partiti di massa (e con alle spalle una grande potenza internazionale, come era l’Unione Sovietica), i poteri forti sono costretti, in qualche modo, a farci i conti. In Europa occidentale questo è successo nella seconda metà del ‘900. Le classi dominanti dovettero scendere a patti con il movimento operaio, facendo molte concessioni: lo stato sociale, legislazioni per i lavoratori, diritti sociali e civili.
Cancellare la politica significa, dunque, cancellare il conflitto tra capitale e lavoro così come si è potuto sviluppare nell’ambito della democrazia rappresentativa. L’obiettivo finale della tecnica neoliberista è, dunque, la stessa democrazia rappresentativa. Per cancellare con essa tutte le conquiste del movimento operaio novecentesco. Uno scenario esiziale: la posta in gioco è davvero storica!

Quindi, Monti dopo Monti contro Bersani?
C’è un lavorio, un affanno, un impegno risoluto di mezzo paese per impedire al centro-sinistra di governare. La posta in gioco è ancora una volta quella di impedire che il centro-sinistra vinca approfittando della crisi delle destre. Una situazione molto diversa da quella di una normale alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Perché in una fase di scomposizione e ricomposizione del quadro politico come quella odierna si definiscono gli scenari e gli equilibri per i decenni successivi.

Il 2012 sembra come il 1994: allora vinse Berlusconi, stavolta tocca a Monti aprire il nuovo ciclo delle destre?
Alla fine della prima repubblica le classi dirigenti e i poteri forti – compresa la mafia – si ritrovarono orfani di una classe politica che li aveva largamente garantiti e rappresentati per 40 anni. La “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti, costituita fondamentalmente dal Pds e dal Prc, rischiava di vincere le elezioni: i (post)comunisti e i comunisti al governo. Bisognava fermarli. Scelsero Berlusconi: non era il massimo, ma non avevano altre carte da giocare. Anche gli americani, ovviamente, diedero il via libera. Quella transizione costò al Paese l’avvento al potere della peggiore classe politica della storia repubblicana.
Anche oggi siamo a un cambio di fase. L’abbiamo detto al nostro congresso: siamo alla fine di Berlusconi; attenzione, perché potrà succedere di tutto. E, infatti, sta succedendo.

L’anno scorso a settembre fu scattata la foto di Vasto. Probabilmente ai banchieri di mezzo mondo non dev’essere piaciuta molto. Quell’ipotesi fu affossata dalla nomina del governo Monti, non a caso un tecnocrate delle banche. Se, invece, si fosse votato, Bersani probabilmente siederebbe già a Palazzo Chigi. Le destre hanno già vinto? 
Il campo delle destre non si è ancora riorganizzato, i poteri forti non hanno ancora scongiurato la vittoria del centrosinistra. Il progetto di “sterilizzare” Bersani affiancandogli Casini dopo il voto sembra – ad oggi – impraticabile. L’idea di non far vincere nessuno per rifare un governissimo con Monti è ancora sul tavolo, ma le spinte per riunire i moderati e vincere a viso aperto stanno prendendo ogni giorno più forza. Se Monti ci starà bene, sennò toccherà a un altro.

L’ha detto chiaramente anche Berlusconi: i moderati sono tutti quelli che non vogliono far vincere la sinistra. Per questo, sembra, che lui non si candiderà. Per questo la partita centrista di Casini pare avere esaurito i margini di azione, perché con una destra riorganizzata e presentabile c’è poco spazio per la politica centrista dei due forni. I poteri forti spingono sempre di più Casini verso l’unità delle forze moderate, le pressioni sono fortissime. È il segno di una loro debolezza e del terrore che hanno che il centro-sinistra, vincendo, segni di sé il prossimo ciclo della politica italiana.

Però il Pd il governo Monti lo sostiene, ha votato le peggiori nefandezze della Fornero contro il lavoro e le manovre di austerity che stanno massacrando il paese.
Il Partito Democratico ha, infatti, a mio modo di vedere, compiuto errori drammatici: ma saremmo ipocriti se non aggiungessimo che il Pd ha largamente subito la scelta iniziale del governo Monti e poi le sue nefaste politiche, schiacciato tra il Quirinale e Palazzo Chigi.

È questa la cifra della politica del Pd a sostegno di Monti.
Ciò ha significato, per il Pd, anche votare quelle leggi. Non giustifico, cerco di capire senza schematismi o paraocchi. La domanda, semplice e chiara, è: poiché il Pd ha votato quelle leggi, non si potrà dialogare con esso, per il futuro?
Se si accettasse questa tesi, saremmo di fronte ad un estremismo che definire infantile sarebbe un complimento.
Denunciare gli errori di una forza politica non significa anche rinunciare a fare politica, rinchiudendosi in un recinto isolato, senza dialogare con il più grande partito che organizza vasti strati del popolo della sinistra italiana. Bisogna guardare al Pd chiedendosi cosa vorrà fare dopo e chiedendo al Pd cosa ne pensa sulle questioni concrete: lavoro, scuola e, più in generale, sulla rottura col neoliberismo.

Il Pd ha diversi orientamenti, ma la scelta di Bersani qual è?
Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso la carta d’intenti – nell’ultima versione licenziata da Bersani, Vendola e Nencini – non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd.

Non rischiano di essere buone intenzioni destinate però a non realizzarsi?
Stanno cercando di fermare Bersani in tutti i modi: gli hanno scatenato contro i grillini da una parte e Renzi dall’altra. Gli industriali, il patto di sindacato del Corriere della Sera, il Vaticano, gli Usa e le banche hanno lanciato la loro poderosa offensiva per riorganizzare la destra e impedire alla sinistra di prendere il potere. Bersani, però, ci sta provando.

I fronti dello scontro sono molti. Uno di questi – e tra i più importanti – è quello della legge elettorale. Non è surreale che si discuta di fare una legge elettorale per garantire il ritorno di Monti dopo Monti?
Solo l’ipocrisia italiana può rendere normale che, dopo anni in cui ci hanno raccontato che bisognava garantire la governabilità col bipolarismo, oggi si lavori a fare una legge elettorale per non dare la maggioranza a nessuno e riaprire la strada a Monti. Il quale, ovviamente – contrariamente a ciò che succede in un Paese normale, cioè democratico – non ci pensa nemmeno a candidarsi a premier, chiedere il voto agli elettori e, se vittorioso, tornare al governo forte della legittimazione popolare. C’è un grande revival del parlamentarismo e del proporzionale – in questo caso taroccato – da parte di chi, per decenni, ha costantemente umiliato la funzione del Parlamento. Chiaramente, ma è solo un inciso, le litanie sulla governabilità e sulla stabilità ricompaiono solo per alzare la soglia di sbarramento al 5%. Il popolo, giustamente indignato dall’interminabile sequela di scandali e ruberie che quotidianamente si susseguono, trepida per veder cancellato il porcellum, ignaro del trappolone che l’attende con la nuova legge elettorale.

Diciamoci la verità: con il porcellum il centrosinistra rischia di vincere e il Monti-bis si allontana, ecco perché vogliono cambiare la legge elettorale. 
Non c’è dubbio. Solo che a fare una legge che reintroduca il proporzionale puro, com’era prima del ’94, non ci pensano neanche lontanamente. E ciò dovrebbe rendere chiaro a tutti che stanno preparando una trappola. Ad ogni modo, siamo l’unico Paese al mondo che a sei mesi dalle elezioni non sa ancora con quale legge elettorale andrà a votare e che discute di legge elettorale per impedire a uno schieramento di vincere.

Un altro fronte è interno al Pd: Renzi.
I montiani Bersani ce li ha in casa. È evidente che la candidatura di Renzi è fatta apposta per far esplodere il Pd e tutto il centrosinistra. Il tema del rinnovamento, che io avverto come un’esigenza complessiva non più eludibile, deve riguardare le persone, ma con esse anche le idee: non c’è nulla di nuovo nel riproporre il neoliberismo o nel sostenere le posizioni di Marchionne. Rottamare le persone stando dalla parte del pensiero unico dominante è solo nuovismo. E svolta nuovista dopo svolta nuovista si rischia solo di morire per perdita d’identità e cancellazione definitiva dei valori della sinistra.

Quindi chi sosterrete alle primarie?
Notoriamente lo strumento delle primarie non ci è mai piaciuto. E troverei del tutto normale che il candidato premier lo facesse il leader del partito più grande della coalizione.
Lo scontro, al momento, è tra Bersani e Renzi. Vendola, che ha contezza della posta in gioco, ha evidentemente ritenuto che la sua candidatura possa essere utile a contrastare quella di Renzi, più che a indebolire quella di Bersani – un rischio che io ritengo ci sia.
È chiaro che Vendola si giocherà la sua partita, ma in ballo non c’è più il “big bang”, l’esplosione del Pd per fondere Sel con esso.
La candidatura di Vendola, dunque, potrebbe riaprire la questione dell’unità a sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Se ciò avvenisse, proporrò alla Federazione della Sinistra di sostenere Vendola alle primarie.

Anche se il centro-sinistra dovesse farcela, non pensa che sarebbe comunque schiacciato dai diktat europei inseriti nel Fiscal Compact? 
Oggi l’Europa della Bce, della Commissione Europea, della Merkel e delle banche è la massima interprete dell’ideologia fallita del neoliberismo, nella sua variante ossimorica dell’austerità espansiva. Ora si dice: c’è il fiscal compact, le politiche di austerità sono imposte da un trattato internazionale, chiunque governi ci sarà il massacro sociale. È la versione del centrosinistra e centrodestra pari sono con la variante dell’imposizione esterna dall’Europa.

Penso che il fiscal compact sia un obbrobrio, non solo perché ingiusto e dannoso, ma anche perché irrealizzabile. Però l’Italia non riuscirà mai a tagliare il suo debito pubblico al ritmo di 40 miliardi di euro l’anno per 20 anni. Lo sanno tutti, anche Mario Monti.  Il fiscal compact è un manifesto politico, voluto dalla Merkel e da Sarkozy. È il tentativo di cancellare la politica, normando con un trattato internazionale l’austerità per cancellare lo stato sociale nei paesi europei. È uno strumento potentissimo di pressione politica per limitare la sovranità dei governi europei, ma non è inevitabile e immodificabile.
Il fiscal compact va cambiato, cancellato o non applicato. Questo Bersani lo sa, e lo sa anche Hollande, che pure lo sta facendo votare in Francia. Per sterilizzare il fiscal compact bisogna cambiare gli equilibri europei. Bisogna che oltre che in Francia, il centrosinistra vinca in Italia e in Germania. Bisogna cambiare il segno dell’Europa cambiando il segno dei governi dei singoli paesi europei.

Sembrerebbe un percorso piuttosto difficile…
Certo, ma la sinistra può evitare di porsi questo problema? Se diciamo che il fiscal compact produrrà effetti inevitabili, noi cosa facciamo oltre a protestare? Organizziamo manifestazioni e mobilitazioni e lasciamo governare le destre per 20 anni, o proviamo a cambiare le cose? Non si può dire che la politica è finita perché c’è un trattato internazionale.

 

La sinistra, dunque, non può restare a guardare.
Da un lato c’è Bersani che vuole cambiare passo e non continuare sul solco tracciato da Monti, dall’altro c’è una destra che fa di tutto per impedirglielo.

Può la sinistra, possono i comunisti italiani, la Federazione della Sinistra, restare indifferenti a tale posta in gioco? Ci è indifferente una partita che, dopo vent’anni di berlusconismo, prova a rimettere in campo il centrosinistra contro una destra ancor più insidiosa che si attrezza per aprire un nuovo ciclo trentennale nel segno del tecnoliberismo? Ci è indifferente seppellire ogni prospettiva socialdemocratica?
Non abbiamo mai creduto alla teoria bertinottiana che centrodestra e centro-sinistra pari fossero. Non lo crediamo neanche oggi. La sinistra dovrebbe fare politica per dare una mano a chi vuol togliere il Pd dalla morsa in cui Monti, la Merkel e la troika l’hanno cacciato. Abbiamo il dovere di provarci. In politica non conta nulla avere ragione. Non serve a niente sentirsi la coscienza a posto per aver rispettato l’ortodossia ideologica. I comunisti, se non vogliono ridursi a un club culturale di reduci, devono fare i conti con la situazione reale, valutare i rapporti di forza e adottare, se necessario, una tattica spregiudicata. I comunisti in Italia hanno sempre fatto così.

Il PdCI, dunque, cosa farà?
La nostra proposta strategica è chiara, ed è sempre la stessa del congresso: ricostruire la presenza politica organizzata dei comunisti in Italia.
Che per noi vuol dire molte cose, compresa quella che, richiamandosi alla storia del Pci, afferma la necessità per i comunisti di essere partito di governo – ancorché non al governo, e non si può ogni volta star lì a spiegare la differenza a chi non la vuole capire…
Significa essere sempre unitari, mai velleitari. Realizzare questo obiettivo è la nostra priorità. Abbiamo una responsabilità storica enorme. Stiamo discutendo della vita o della morte, dopo il 2008 è già un miracolo essere arrivati vivi alla prova d’appello che avremo tra pochi mesi.

Riportare i comunisti in Parlamento: non c’è il rischio di essere accusati di poltronismo?
Premesso che nel 2008, com’è noto, sono stato l’unico segretario di partito che non si è ricandidato per lasciare il posto a un operaio e che da sempre nel nostro statuto c’è il limite dei due mandati a tutti i livelli. Su questo tema nessuno ci può dare lezioni. Ciò detto, i comunisti in Italia hanno sempre portato il conflitto sociale e le ragioni del mondo del lavoro nelle istituzioni. Pensarla diversamente è legittimo, ma l’extra-parlamentarismo per scelta non è mai stata una nostra opzione politica.

Quando incontro gli operai sardi dell’Alcoa posso solo esprimergli la nostra solidarietà, ma loro hanno bisogno di qualcuno che faccia qualcosa di concreto. Le chiacchiere non gli servono a nulla. Noi non possiamo nemmeno fare un’interrogazione parlamentare.
Vorrei ricordare, invece, che tra il 2006 e il 2008 riuscimmo a portare a casa la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione, il testo unico sulla sicurezza sul lavoro e il ritiro dei militari italiani dall’Iraq.
Da 5 anni in Parlamento non c’è più una sponda politica per il mondo del lavoro. Bisogna riportarcela. Noi sosteniamo le proposte di governo della Fiom e stiamo con tutta la Cgil, sosteniamo il suo piano per il lavoro e le sue proposte. Il sindacato dalla politica vuole delle risposte concrete, perché è anch’esso in difficoltà. E ne ha bisogno subito, perché il livello di attacco alla democrazia nel lavoro ha raggiunto livelli di non ritorno.

Però qualcosa di concreto state provando a farlo lo stesso con i referendum sul lavoro.
Abbiamo presentato tre referendum: ripristino dell’art. 18, abrogazione dell’art. 8 e abrogazione della riforma delle pensioni. Stiamo inoltre raccogliendo le firme per il reddito sociale e il salario minimo orario garantito, perché la precarietà dei giovani è il problema più grave e urgente che abbiamo. Se il centro-sinistra vincerà, chiederemo che sia il Parlamento a modificare quelle leggi. Il Pd non è pregiudizialmente contrario. Ha contestato il metodo dei referendum, ma ha ribadito la volontà di modificare quelle riforme. Il Pd sulle pensioni ha già svolto una battaglia importante, la proposta di Cesare Damiano, per risolvere la questione degli esodati e cambiare la legge.

Quindi pensate di fare un accordo col centro-sinistra?
Si, vogliamo provarci (non è detto si riesca, ma non provarci neppure, pregiudizialmente, sarebbe un enorme errore politico) e lo proporremo alla Federazione della Sinistra, che resta il luogo privilegiato della nostra azione politica. Proveremo con tutte le nostre forze a spiegare, convincere, spostare orientamenti che non condividiamo e che porterebbero la Fds al suicidio politico. Non è con lo “splendido isolamento” che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia! Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa.

Qualcuno dice che avete già contrattato dei posti in lista col Pd.
L’anno scorso alcuni giornali scrissero la stessa cosa e smentimmo pubblicamente. È una cosa che non esisteva allora e che non esiste oggi. Dirò di più: è una porcata messa in giro per calunniarci.

Nella Federazione della Sinistra, però, c’è una discussione aperta: Rifondazione è contro l’accordo col Pd, il PdCI, Salvi e Patta, invece, sono a favore. Non rischiate di uccidere la Federazione in questo modo?
La nostra proposta, sin dal Congresso di Salsomaggiore del 2008, è stata quella dell’unità dei comunisti. Nel 2011 l’abbiamo ribadita articolando la proposta dei “tre cerchi”: unità dei comunisti, della sinistra, delle forze democratiche.
Da anni chiediamo a Rifondazione di unire i nostri due partiti, come fatto di buon senso e base di partenza per l’unità più ampia della sinistra. Rifondazione non è mai stata disponibile e la Federazione della Sinistra è il livello di unità possibile, quello che siamo riusciti a realizzare.

Ora nella Federazione sembra non esserci una linea condivisa sulla politica delle alleanze.
Noi rivolgiamo a tutti nella Fds una proposta politica. Avremmo voluto costruire una sinistra unita (come per i referendum). Non ci sta nessuno. Non c’è una sola forza politica che si sia dichiarata disponibile a costruire la sinistra alternativa fuori dal centrosinistra.
Con chi la facciamo l’unità della sinistra alternativa? Sel e Idv non ci stanno. La Fiom non scenderà in campo direttamente. Però non si può sempre e solo dire che la colpa è degli altri. Forse, se avessimo da subito proposto l’unità a sinistra evitando di porre la pregiudiziale contro il Pd, avremmo potuto ottenere ben altri risultati.
La Fds rischia di precipitare in un isolamento mortale. Salvare la Federazione della Sinistra significa toglierla dall’isolamento politico e riportarla in Parlamento. Noi lavoreremo fino all’ultimo per conseguire questo obiettivo.
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