La precarietà dell'esistenzaTribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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La precarietà dell’esistenza

La precarietà dell’esistenza

Riceviamo e pubblichiamo un commento caustico e amaro sulla condizione del precario.“Di fatto, l’adattabilità alla necessità, è divenuta la gogna socio-lavorativa del lavoratore per non sopperire all’ingranaggio che il nuovo status lavorativo richiede. Pena: l’annullamento della propria individualità come persona e lavoratore”.

Fonte: Oltremedianews

Esiste un equilibrio instabile fra precarietà e senso di precarietà dell’esistenza di ogni singolo cittadino e lavoratore; un filo sottile che unisce in una spirale verso il basso il divenire e l’oblio, dove mobilità, flessibilità, adattabilità diventano lo spazio unico attraverso cui l’individuo determina la propria vita.

Il passaggio da una vita in precario equilibrio a una senza futuro è il marchio di fabbrica di questo tempo storico; la sciagurata condizione dei meno abbienti, è il risultato drammatico delle scellerate politiche sociali attuate dai governi in carica.

Di fatto, l’adattabilità alla necessità, è divenuta la gogna socio-lavorativa del lavoratore per non sopperire all’ingranaggio che il nuovo status lavorativo richiede.

Pena: l’annullamento della propria individualità come persona e lavoratore.

Lo spettro del non-essere e del non appartenere ad alcuna categoria sociale (se non a quella dei nullatenenti disagiati), sbilancia in modo sensibile la vita dell’attuale generazione, mina la futura, per dichiarare, infine, come unica colpevole, la passata.

È il prezzo della mancata responsabilità delle decisioni e azioni a suo tempo prese, o forse il fio di una delegittimazione sempre più evidente fra ciò che si è stato e ciò che si è nel tempo di una crisi che non si arresta.

La straordinarietà delle scelte prese nell’emergenza, diventa, il salvacondotto delle politiche del welfare, le quali, nella loro naturale anomalia, attuano – con innaturale nonchalance -, provvedimenti lontani dalle possibilità e dalle richieste dei cittadini.

Il non soccombere all’infausta condizione, ovvero il gioco perverso dell’equilibrisimo dilaniante della precarietà senza paracadute, permette al lavoratore di sentirsi ancora tale – raccogliendo l’incontrovertibile necessità dell’uomo (convenendo ad ogni principio esistenziale), di non appartenere alla categoria del senza tetto, considerato ancora oggi ultimo baluardo per un’esistenza sana e rispettabile, prima del trapasso alla morte come fine pena dell’esistenza.

Nel limite estremo delle due scene possibili, il punto di congiunzione pare essere dato dalla speranza di poter migliorare la propria condizione esistenziale. Speranza che separa, a sua volta e inevitabilmente, il confine fra una vita degna e una segnata di stenti e miseria.

Per questa ragione il binomio qualità-dignità della vita rappresenta la roccaforte ultima per ogni singolo cittadino nel mondodel lavoro; binomio che diventa allo stesso tempo il nodo vincolante per ogni politica del welfare, la quale necessariamente dovrà tener conto del livello di accettabilità (intesa come la migliore delle qualità di vita possibili – conditio sine qua non -), nella vita di ogni singolo cittadino.

Il dilemma, quindi, è definire la linea di confine che separa in modo netto le due posizioni al fine di ridisegnare una nuova via dignitosa e qualitativamente accettabile per la di vita del singolo e giocoforza della stessa società.

Angoscia, disperazione, smarrimento del singolo cittadino rappresentano il chiaro sintomo di una società malata, la quale sfocia il proprio dissenso nelle manifestazioni di piazza, negli scioperi collettivi, nei cortei, nelle pubbliche assemblee e dulcis in fundo nel convergere verso l’affermarsi sempre più prepotente di Nazionalismi e personaggi dal forte carisma – Marie Le Pen, Beppe Grillo e altri -, i quali, sfilati gli abiti originari delle logiche di partito e indossati i sari dei samaritani, delegittimano sigle, simboli, segni, creando stilemi  in conformità alla deriva politica dei loro paesi d’origine.

L’addentrarsi nella “pancia del popolo” da parte di chi realemte ascolta la voce del malessere popolare, risulta essere l’unica e possibile lenterna per costruire nuovi orizzonti sociali per ogni singolo cittadino/lavoratore.

L’addensarsi dei malesseri sociali è l’evidenza che la Politica intesa come “esercizio” per il bene collettivo sia giunta al un punto di non ritorno – è necessario che rilegga e rifondi i suoi paradigmi per ricreare fiducia e orizzonti futuri -; l’uragano della disperazione che ha invaso la vita dei cittadini è tale per cui questi ultimi vedano nell’approdo ai nazionalismi e alla violenza anti- l’inizio di un terremoto sociale ben più grave, dirompente e di difficile gestione per ogni singolo stato/nazione.

Ma questo è un altro discorso perché nell’intimo degli equilibri individuali, determinanti per l’esistenza del singolo, l’unica vera anomalia risulta essere la ricerca di non soccombere nelle fauci dell’umiliazione di non appartenere ad una classe sociale definita, ma entrare nel giogo dei senza nome e senza numero di matricola.

Nella diaspora umana fra ciò che si è e ciò che si è costretti ad essere l’unica certezza plausibile è racchiusa nell’attimo di congiunzione del trapasso dalla prima alla seconda vita, attimo di una lunga apnea in cui il respiro viene meno prima di riemergere dalla porta dell’umiliazione della non vita.

La società muovendosi crea sacche di ancoraggio che vanno muovendosi a loro volta, in queste terre di nessuno politica e antipolitica giocano la loro partita di sopravvivenza nel gioco dei poteri, ma il vero centro di appartenenza per l’esistenza dei singoli uomini è ben oltre quei giochi, sta nel sentirsi umani, al di là degli angoli bui che la vita presenta.

  Maurizio Musu

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