La prossima guerra razziale non riguarderà la razzaTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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La prossima guerra razziale non riguarderà la razza

La prossima guerra razziale non riguarderà la razza

La rivolta di Ferguson, in Missouri, sarà un punto di svolta nella lotta contro l’ingiustizia razziale, oppure una piccola nota a piè di pagina in qualche tesi di dottorato sulle sollevazioni civili nei primi anni del XXI secolo?

Fonte: http://commonware.org/index.php/cartografia/438-la-prossima-guerra-razziale

La risposta può essere trovata nel maggio del 1970.

Probabilmente avete sentito della sparatoria della Kent State: il 4 maggio 1970 la guardia nazionale dell’Ohio ha aperto il fuoco sulle proteste degli studenti alla Kent State University. In quei 13 secondi di sparatoria, sono stati uccisi quattro studenti e nove sono rimasti feriti, uno dei quali paralizzato in modo permanente. Lo shock e il clamore sono sfociati in uno sciopero nazionale di quattro milioni di studenti che hanno chiuso più di 450 campus. Cinque giorni dopo la sparatoria, 100.000 manifestanti si sono riuniti a Washington: la gioventù del paese si è energicamente mobilitata per porre fine alla guerra in Vietnam, al razzismo, al sessismo e alla fiducia cieca nelle istituzioni politiche.

Probabilmente non avete sentito parlare della sparatoria a Jackson State. Il 14 maggio, dieci giorni dopo che la Kent State aveva infiammato la nazione, alla Jackson State University nel Mississippi, in prevalenza nera, la polizia ha ucciso a fucilate due studenti neri (un liceale e il padre di un bambino di 18 mesi) e ne ha feriti altri dodici.

Non c’è stato alcun clamore nazionale. Il paese non si è affatto mobilitato. Quel leviatano senza cuore che chiamiamo Storia ha inghiottito l’intero evento, cancellandolo dalla memoria nazionale.

Se non vogliamo che anche l’atrocità di Ferguson sia inghiottita e diventi niente più che un’irritazione intestinale della storia, dobbiamo affrontare la situazione non solo come un altro atto di sistematico razzismo, ma come ciò che è: guerra di classe.

Focalizzandosi solo sull’aspetto razziale, la discussione diventa se l’assassinio di Michael Brown (o quelli degli altri tre uomini neri disarmati uccisi dalla polizia negli Stati Uniti nel giro di un mese) riguarda la discriminazione o se la polizia è stata giustificata. Allora discuteremo se non c’è negli Stati Uniti tanto razzismo dei neri contro i bianchi quanto ce n’è dei bianchi contro i neri. (Sì, c’è. Ma, in generale, quello dei bianchi contro i neri ha pesanti conseguenze sul futuro della comunità nera. Quello dei neri contro i bianchi non ha quasi nessun impatto sociale misurabile.)

Poi dibatteremo se la polizia in America è o non è essa stessa una minoranza in pericolo, anch’essa discriminata sulla base del suo colore, il blu. (Sì, lo è. Ci sono molti fattori da considerare prima di condannare la polizia, incluse le pressioni politiche, la formazione inadeguata e misteriose scelte politiche.) Quindi, ci chiederemo se si spara più spesso ai neri perché più spesso commettono crimini. (In realtà, gli studi mostrano che i neri sono presi di mira con più frequenza in alcune città, come New York. È difficile avere un quadro nazionale più ampio perché gli studi sono deplorevolmente inadeguati. Gli studi del Dipartimento di Giustizia mostrano che negli Stati Uniti tra il 2003 e il 2009, tra le morti collegate agli arresti c’è molta poca differenza tra neri, bianchi e latinos. Tuttavia, lo studio non ci dice quanti erano disarmati.)

Questo scuotimento dell’agenda razziale distrae l’America da una questione più ampia, cioè che gli obiettivi di eccessiva reazione poliziesca sono meno basati sul colore della pelle e più su una calamità che è perfino peggio dell’ebola: l’essere poveri. Ovviamente, per molti in America essere una persona di colore è sinonimo di essere poveri, ed esseri poveri è sinonimo di essere un criminale. Ironicamente, questa errata percezione è vera anche tra i poveri. Ed è quello che lo status quo vuole.

Il rapporto sul censimento degli Stati Uniti sostiene che 50 milioni di americani sono poveri. Cinquanta milioni di elettori costituiscono un potente blocco se fosse organizzato nel tentativo di perseguire comuni obiettivi economici. Dunque, è cruciale per l’1% più ricco mantenere i poveri divisi distraendoli con questioni emotive come l’immigrazione, l’aborto e il controllo delle armi, in modo che non si fermino mai a chiedersi come siano stati fregati per così tanto tempo.

Un modo per tenere divisi questi 50 milioni è la disinformazione. Una recente scheda di valutazione di PunditFact sulle notizie dei network conclude che a Fox e Fox News Channel il 60% delle affermazioni sono false. Alla Nbc e Msnbc, il 46% delle affermazioni sono state considerate false. Questa è la “notizia”, gente! Durante i riot di Ferguson, Fox News ha trasmesso una foto in bianconero di Martin Luther King con la didascalia in grassetto: “Dimenticando il messaggio di Martin Luther King, i manifestanti in Missouri si sono abbandonati alla violenza”. Hanno trasmesso una didascalia simile quando entrambi i presidenti Bush hanno invaso l’Iraq: “Dimenticando il messaggio di Gesù Cristo, gli Stati Uniti si sono dimenticati di porgere l’altra guancia e uccidono migliaia di persone”?

Come gli spettatori possono fare scelte ragionevoli in una democrazia se le loro fonti di informazione sono corrotte? Non possono, ciò è esattamente il modo in cui l’1% controlla il destino del 99%.

Peggio ancora, alcuni politici e imprenditori cospirano per mantenere i poveri così come sono. Nel suo spettacolo di intrattenimento su HBO “Last Week Tonight”, John Oliver ha denunciato l’affare dei prestiti a tempo e coloro che con tanta insensibilità sfruttano la disperazione dei poveri. Come fa a farla franca un’industria che estorce fino al 1.900% di interesse sui prestiti? Il rappresentante dello Stato del Texas Gary Elkins ha bloccato un disegno di legge per la regolamentazione dei prestiti, nonostante che sia proprietario di una catena di prestiti a tempo. E il politico che continuava a infastidire Elkins sul suo conflitto di interesse, Vicki Truitt, è diventata una lobbista dell’ACE Cash Express solo 17 giorni dopo aver lasciato la sua carica. In sostanza, Oliver ha mostrato come i poveri siano attirati al prestito, solo perché incapaci di ripagarlo e avere così la garanzia di un altro prestito. Il ciclo deve essere ininterrotto. Libri e film distopici come SnowpiercerThe GiverDivergentHunger Games ed Elysium mostrano la rabbia degli ultimi anni, e non solo perché esprimono la frustrazione degli adolescenti verso l’autorità. Ciò spiegherebbe parte della popolarità tra il pubblico più giovane, ma non tra i ventenni e perfino tra i più adulti. La vera ragione per cui ci accalchiamo per vedere l’interpretazione di Donald Sutherland in Hunger Games di un presidente degli Stati Uniti freddo e spietato che si dedica a preservare i ricchi mentre schiaccia il tacco sul collo dei poveri, è che tale ritratto suona come vero in una società in cui l’1% diventa sempre più ricco mentre il ceto medio sta collassando.

Non è un’iperbole; le statistiche dimostrano che è la verità. Secondo il rapporto del 2012 del Pew Research Center, solo la metà delle famiglie americane sono a medio reddito, con un calo dell’11% rispetto agli anni ’70; il reddito medio della middle class è sceso del 5% negli ultimi dieci anni, la ricchezza totale del 28%. Meno persone (solo il 23%) pensa che avrà abbastanza soldi per andare in pensione. La cosa più sconvolgente è che meno che mai gli americani credono nel mantra dell’American Dream, per cui se lavori duro ce la farai.

Invece di unirsi per affrontare il nemico reale, cioè i politici nullafacenti, i legislatori e altre figure al potere, cadiamo nella trappola di volgerci uno contra l’altro, spendendo le nostre energie a combattere i nostri alleati al posto dei nostri nemici. Ciò non riguarda solo la razza e i partiti politici, ma anche il genere. Nel suo libro Unspeakable Things: Sex, Lies and Revolution, Laurie Penny sostiene che le diminuite opportunità di carriera per i giovani uomini nella società li fanno sentire meno importanti rispetto alle donne; il risultato è che deviano la loro rabbia da quelli che hanno causato il problema a quelle che pure ne soffrono le conseguenze: le donne.

Sì, sono consapevole che è non è giusto dipingere i più ricchi con così ampie pennellate. C’è anche un certo numero di super-ricchi che sostengono le loro comunità. Mortificati dal loro stesso successo, si volgono ad aiutare gli altri. Ma non è il caso della moltitudine di milionari e miliardari che premono per ridurre i buoni pasto, non danno alcun rilievo al fardello del debito studentesco che grava sui nostri giovani, uccidono le estensioni dei sussidi di disoccupazione.

Per ognuna di queste uccisioni con armi da fuoco, morti per soffocamento, atrocità di chi si fa gli affari suoi, la polizia e il sistema giudiziario sono visti come gli esecutori di uno status quo ingiusto. La nostra rabbia sale e le rivolte chiedono giustizia. I canali delle notizie intervistano tutti e gli esperti assegnano le colpe.

E allora?

Non sto affatto dicendo che le proteste di Ferguson non siano giustificate: al contrario, lo sono. In realtà, abbiamo bisogno di più proteste in tutto il paese. Dov’è il nostro Kent State? Che cosa serve per mobilitare quattro milioni di studenti in una protesta di massa? Perché questo è quello che ci vuole per evocare un reale cambiamento. Il ceto medio deve unirsi ai poveri e i bianchi devono unirsi agli afroamericani in manifestazioni di massa, per cacciare i politici corrotti, per boicottare le imprese dello sfruttamento, per far approvare una legislazione che promuove l’uguaglianza economica e l’opportunità e punire quelli che giocano con il nostro futuro finanziario.

In caso contrario, avremo tutti quello che si è avuto a Ferguson: un sacco di politici e di celebrità che esprimono simpatia e indignazione. Se non abbiamo un’agenda specifica, una lista di ciò che esattamente vogliamo per cambiare e come, ci raccoglieremo più e più volte accanto ai corpi morti dei nostri bambini, genitori e vicini assassinati.

Spero che John Steinbeck possa aver ragione quando scrisse in Furore che “la repressione funziona solo nel rafforzare e unire gli oppressi”. Ma sono più incline a fare eco a “Inner City Blues” di Marvin Gaye, scritta un anno dopo le uccisioni di Kent State e Jackson State:

Inflation no chance

To increase finance

Bills pile up sky high

Send that boy off to die

Make me wanna holler

The way they do my life

Make me wanna holler

The way they do my life

 Kareem Abdul-Jabbar

* Pubblicato su “Time”. Traduzione di Commonware.ù

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