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giovedì , 19 gennaio 2017
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La quarta guerra mondiale

La crisi del Vicino oriente sembra divenire sempre più calda e complicata. Le sue ricadute, dirette e indirette, sull’Europa si fanno sempre più pesanti. Ma è l’intero clima internazionale a surriscaldarsi. 

L’articolo è stato pubblicato nel numero di gennaio 2016 della rivista on line Gramsci oggi www.gramscioggi.org

La dinamica è innescata dal tentativo statunitense si ottenere un dominio a pieno spettro che affermi Washington come l’unico vero centro decisionale del pianeta a scapito della libertà e della sovranità degli altri popoli e delle altre nazioni.

Con la prima guerra mondiale si è assistito all’urto tra gli imperialismi delle Grandi Potenze europee che fino a prima si erano spartiti il mondo all’interno di una logica che potremmo definire di “concerto competitivo”. Fino a che gli antagonismi non divennero tanto irriducibili da accendere il fuoco alle polveri e mettere in moto la macchina infernale degli ultimatum, delle alleanze, delle dichiarazione di guerra e delle mobilitazioni.

Con la seconda guerra mondiale si è assistito al fenomeno della guerra totale nel pieno senso del termine, con il coinvolgimento diretto dei civili nel conflitto (sia passivo che attivo) e con l’implosione definitiva dell’ordine eurocentrico delle relazioni internazionali. La guerra segnò, de facto, l’egemonia statunitense e la subordinazione a Washington degli altri paesi a capitalismo avanzato. Un fenomeno senza nessun precedente storico. L’egemonia statunitense era frenata e contrastata dall’URSS e dal campo socialista.

La guerra fredda in fondo è stata la terza guerra mondiale. O la prima guerra mondiale dell’era atomica. Il meccanismo della mutua distruzione assicurata ha impedito che il confronto bipolare degenerasse in uno scontro diretto tra giganti. La guerra ha così assunto una molteplicità di forme: corsa agli armamenti strategici, competizione economica, conflitto ideologico, gara d’influenza nel Terzo Mondo, guerre calde, per procura, a livello regionale, etc…

Il periodo unipolare delle relazioni internazionali successivo alla vittoria statunitense nella guerra fredda è a ben vedere durato circa un decennio, tra la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’aggressione alla Jugoslavia nel 1999. Poi, progressivamente, specie a partire dal 2001, il tentativo di egemonia statunitense è stato sempre più ostacolato dalle forze che iniziavano a coordinarsi per arginare lo straripare della potenza americana e per affermare la necessità di un equilibrio multipolare nelle relazioni internazionali. Nel giugno del 2001, mentre l’attenzione della gran parte dell’opinione pubblica “critica” era concentrata a guardarsi l’ombelico durante il G8 di Genova, Mosca e Pechino iniziavano a dare concretezza a una crescente intesa strategica a vocazione antiegemonica.

La tensione tra tentativi di egemonia ed equilibrio di potenza, che aveva storicamente caratterizzato la realtà europea durante l’età moderna e contemporanea (studiata magistralmente da Ranke) [1] aveva assurto dimensione mondiali, mettendo in relazioni tutte le scacchiere in modo sempre più stretto.

Così, ad esempio, un aumento di tensione in Medio oriente risucchia progressivamente i principali attori internazionali, mentre la minaccia costituita dalla corsa agli armamenti (anche termonucleari) da parte degli Usa e il loro progetto di scudo antimissile chiama in causa direttamente un paese come la Corea del Nord che, all’altro capo del pianeta, decide di dotarsi di un proprio arsenale di deterrenza nucleare. Visto la fine che hanno fatto i paesi che erano in cattivi rapporti con Washington e che vi hanno rinunciato (a partire dall’Iraq) l’insegnamento che si può trarre circa le conseguenze che derivano dal firmare il trattato di non proliferazione è parso piuttosto chiaro a Pyongyang. Del resto, di fronte a un paese che possiede l’arma assoluta (e si dimostra incline ad usarla, come nel 1945, o a minacciarne l’uso) quale garanzia resta agli altri se non la deterrenza? Quando si parla di globalizzazione…

Lo scontro tra tentativo di egemonia statunitense ed equilibrio di potenza multipolare rappresenta l’attuale fase della vita internazionale. La quarta guerra mondiale, o la seconda guerra fredda tra Usa e alleati-satelliti-vassalli da una parte e Russia, Cina et alii dall’altra.

Le questioni regionali, che vivono certo anche di dinamiche proprie, come del resto accadeva anche durante la guerra fredda (si veda il conflitto arabo-israeliano ad es.) vengono così poste in stretta interazione con la contraddizione principale. Specie quando ad essere in fermento sono scacchiere strategicamente fondamentali per l’equilibrio delle forze: come il Vicino oriente, l’Asia centrale, etc…

Spesso, ben inteso, sulle criticità che attraversano diverse ragioni agiscono direttamente gli interessi delle grandi potenze. L’attuale tragedia nel Vicino oriente, come quella dei Grandi Laghi africani sul finire degli anni ’90 del Novecento (non ancora giunta al suo epilogo) del resto, sono state innescate dalle mire dell’imperialismo statunitense. La Siria era nel mirino da tempo e la sua destabilizzazione è stata preparata con cura. Dapprima l’imperialismo ha cercato di blandire Bashar Assad perché Damasco rinunciasse alla sua sovranità e si vendesse al miglior offerente. Era l’epoca in cui il presidente siriano non era dipinto come un feroce dittatore ma era ospite d’onore alla parata sui campi Elisi per celebrare, di fianco a Sarkozy, la festa nazionale francese o riceveva la visita ufficiale del Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, a giusto coronamento di un rapporto di amicizia tra i due paesi mediterranei che è stato tessuto con pazienza e caparbietà nel corso della guerra fredda, a dispetto dell’opposto schieramento di riferimento e delle crisi mediorientali (antagonismo con Israele e guerra civile libanese). Bashar riceveva allora consigli su come liberalizzare l’economia, con ripercussioni significative sulla società siriana e sulla necessità di liberare i detenuti politici appartenenti alla Fratellanza musulmana, formazione che negli anni ’80 aveva praticato ampiamente il terrorismo. Ma la richiesta vera era quella di abbandonare l’alleanza con l’Iran, il sostegno ad Hezbollah e alle altre forze patriottiche libanesi e rinunciare ad una politica estera orientata a difendere e garantire gli interessi del proprio paese.

Ma Damasco non mise in questione l’Asse della Resistenza che nella regione stava cercando di tenere testa ai piani di ridefinizione del “Grande Medio oriente” stabiliti a Washington e a Tel Aviv.

Il timore che le resistenze sul piano globale e quelle sul piano regionale potessero saldarsi rafforzandosi a vicenda fu uno degli spettri che accompagnarono sin dall’inizio i sogni degli strateghi statunitensi. Da qui sono provenute buona parte delle critiche all’Amministrazione Bush che, con i suoi interventi in Afghanistan e in Iraq, ha finito per distruggere gli argini fino ad allora utilizzati per contenere l’Iran e che con la sua politica ha avvicinato tra loro tutti gli antagonisti degli Usa.

L’intesa tra Mosca, Pechino e Teheran è infatti divenuta una realtà. Mentre l’amicizia tra Damasco e Mosca è stata riesumata dal nuovo attivismo che ha caratterizzato il Cremlino durante la presidenza Putin.

Queste intese sono state rafforzate dalla guerra per procura contro la Sira scatenata a partire dal 2011 e preparata da molto, molto tempo. Una guerra per procura tramite bande mercenarie e criminali ex galeotti che viene definita tecnicamente guerra a bassa intensità, anche se la formula non da sufficiente ragione del livello di distruzione e barbarie che può subire una società sottoposta a questo tipo di aggressione.

Se le bande non sono riuscite a rovesciare la Repubblica Araba di Siria e a trasformarla in uno stato fallito a tutti gli effetti, sull’esempio libico, hanno però provocato un innalzamento inaudito della tensione internazionale tra le grandi potenze. Gli Usa e i loro alleati hanno infatti ventilato più volte l’intervento diretto per risolvere la situazione di stallo sul terreno ma la Russia li ha fermati, sia in sede ONU che sul teatro operativo. L’impegno russo a fianco di Damasco e dell’Asse della Resistenza mobilitato contro l’Isis e contro le altre bande mercenarie mira a consentire una controffensiva per liberare le zone occupate dal califfato e a mettere al riparo l’alleato siriano da un intervento diretto dell’Occidente.

A fronte delle narrazioni che corrono veicolate dai media è opportuno precisare alcuni punti del presente conflitto in corso.

Non si tratta di una guerra tra Occidente e Islam. L’Isis e prima ancora altre formazioni di matrice jihadista, integralista, islamista radicale sono sempre state sponsorizzate dall’Arabia Saudita, monarchia assoluta attiva nel diffondere l’oscurantismo wahhabita. E l’Arabia Saudita è uno stabile alleato degli Usa nella regione dal 1943. L’islam politico reazionario patrocinato da Riyad è sempre stato sostenuto dagli Usa per arginare le correnti che nel mondo arabo-islamico cercavano di promuovere un apolitica di emancipazione all’interno delle loro società e, soprattutto all’esterno, nei confronti dei condizionamenti del colonialismo, del neocolonialismo e dell’imperialismo. Dunque l’obiettivo dell’Isis e dei gruppi affini, che lo hanno preceduto e che lo affiancano, sono principalmente le realtà del mondo arabo e islamico che non ne condividono la visione oscurantista. Non a caso oggi contro queste milizie terroriste in prima fila non ci sono certo presunti crociati del presepe ma popoli, paesi ed eserciti arabi e musulmani: dall’Esercito arabo siriano, alla Repubblica islamica dell’Iran, al partito di Dio libanese Hezbollah. L’Occidente non è certo assente, le sue élites sostengono nei fatti, dietro spinta Usa, l’islamismo radicale reazionario per i loro scopi geopolitici. O chiudono un occhio, obtorto collo Al di là delle lacrime di coccodrillo versate in occasione delle stragi di Parigi, nei piani alti dei centri decisionali atlantici c’è chi continua a pensare che Parigi valga bene una messa. Il vile abbattimento di un aereo da combattimento russo da parte della Turchia nel momento in cui i russi erano impegnati a bombardare le arterie del rifornimento economico dell’Isis e il sostegno che i turchi hanno ricevuto da parte di Obama dopo questa azione la dicono lunga.

L’Islam si è storicamente diffuso e affermato in regioni che oggi sono cardinali per l’equilibrio mondiale; la sua manipolazione consente di destabilizzare un’ampia regione a cavallo tra Golfo Persico, Russia, Cina, Europa, Africa, Asia centrale e subcontinente indiano. Zona ricca di giacimenti minerari e cruciale per la partita volta a disegnare le vie di commercio e le reti di oleodotti e gasdotti del prossimo futuro.

Non si tratta di uno scontro settario tra sunniti e sciiti. Questa chiave di lettura, che filtra sempre più anche nei circuiti più informati, merita alcune precisazioni. Si tratta di uno scontro tra reazione e rivoluzione nel mondo arabo-islamico. Queste correnti sono sorte e alimentate dalle petromonarchie del Golfo contro i gruppi nazionalisti panarabi, che sono laici (come il regime baathista siriano), contro le altre forze progressiste del mondo arabo (comunisti, etc…) e contro l’islamismo rivoluzionario di matrice khomeinista.

Certo, la questione dell’appartenenza religiosa viene spesso utilizzata ad arte per mobilitare, fanatizzare, escludere da parte dei sauditi e dei loro sgherri. Quando la rivoluzione islamica iraniana depose lo Scià la sua promessa di emancipazione sociale e la sua scelta di campo antimperialista minacciò potenzialmente gli emiri del Golfo. Per arginarla fu naturale puntare sulla carta della differenza confessionale e iniziare una battaglia ideologica, politica e, alla fine, militare per contrapporsi ed isolare Teheran. Ma è opportuno precisare che sono gli stessi sunniti che non condividono l’oscurantismo wahhabita (cioè la grande maggioranza) a trovarsi nel mirino del network del terrore che è stato costruito nei decenni a suon di petrodollari e complicità.
Per semplificare, le forze che si fronteggiano si dispongono lungo due assi: Russia, Cina, Iran, Siria, Hezbollah e forze patriottiche libanesi da un lato; Usa, Arabia saudita, emirati del Golfo, Israele, Turchia, Nato al seguito dall’altro (con Francia e Inghilterra fino a ieri in prima fila) dall’altro. L’Isis e altri gruppi terroristi sono i mercenari con cui il secondo gruppo conduce la sua guerra a bassa intensità contro il primo. Ovviamente all’interno di ciascuna “coalizione” vi sono articolazioni e diversità che però al momento non mettono in questione gli schieramenti che sono venuti definendosi nel corso dell’ultimo decennio.

Così, il dialogo impostato con Teheran e che mira a staccare gli ayatollah dal fronte antiegemonico finora non è riuscito a scalfire la vocazione antimperialista della repubblica islamica iraniana. Le minacce dirette, anche tramite l’Isis, vengono percepite come mortali dai sostenitori di un mondo multipolare e per il momento è radicata la convinzione che in questa nuova guerra mondiale o si resiste assieme o il destino è di cadere uno dopo l’altro.

Le tendenze di lungo periodo dell’economia mondiale, con la crescita dell’Asia orientale con al suo centro la Cina come fonte di accumulazione e la costruzione di partnership strategiche tra le realtà emergenti, il saldarsi delle intese tra le realtà antimperialiste e, infine, la crescita degli scambi Sud-Sud con mutuo beneficio spingono in direzione di un assetto multipolare delle relazioni internazionali.

Ma a queste evoluzioni si oppone la volontà di Washington di scrivere la storia di un altro secolo americano. Da queste tendenze derivano i pericoli che minacciano l’umanità oggi.

Questa quarta guerra mondiale si caratterizza per il suo volto molteplice, per essere una guerra senza limiti: valutaria, economica, politica, mediale, basata sulla corsa agli armamenti (anche termonucleari), caratterizzati da piani di distruzione dei meccanismi di deterrenza tra i grandi detentori di arsenali atomici, articolata in sofisticate operazioni di intelligence e di cyber war ma anche affidata a mercenariato in grado di riprodurre (e riprodursi) all’interno di conflitti di stampo tribale, asimmetrica e pervasiva.

1. L. Von Ranke, Le Grandi Potenze; Firenze, Sansoni 1954

Spartaco Puttini

Fonte: Marx21.it

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