La Resistenza fu un "secondo risorgimento"?Tribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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La Resistenza fu un “secondo risorgimento”?

La Resistenza fu un “secondo risorgimento”?

Spesso siamo portati a pensare che la Resistenza fu un fatto puramente italiano. Taluni ricorrono alla definizione di “secondo Risorgimento”, proprio per sottolineare il senso patriottico della lotta partigiana. Ovviamente la Resistenza fu anche questo: una risposta forte e decisa, nutrita dall’amor di patria, contro lo straniero invasore.

Foto: Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia (Insurrezione a Venezia), 1952, olio su tela.

Fonte: http://www.laricostruzione.org/?p=419

Ma questo aspetto può essere ritenuto preminente?

L’impegno comunista e antifascista, animato da ragioni squisitamente politiche, fu anche un fattore rilevante. Anzi, forse fu uno degli aspetti più determinanti, in termini qualitativi e quantitativi. Il ruolo svolto dagli operai, dai contadini e dagli intellettuali fu anch’esso un aspetto tutt’altro che secondario. Lo stesso Sandro Pertini, in un suo celebre proclama del 25 aprile 1945, invocava lo “Sciopero generale” come strumento risolutivo di lotta:

Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.

Furono i grandi scioperi che, a partire dal marzo del 1943, tolsero la terra sotto ai piedi prima all’Italia mussoliniana e poi all’aggressione nazifascista: questo solo per ricordare come la lotta contro il nazi-fascismo fu condotta vittoriosamente anche grazie alla funzione strutturale dei lavoratori che, inoltre, militarono diffusamente ed eroicamente in molte brigate partigiane. Un esempio su tutti è rappresentato dalla celebre Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, attiva in Umbria grazie alla partecipazione di molti operai metalmeccanici di Terni e di contadini della regione.

Come negare, poi, la funzione educatrice e dirigente delle forze politiche comuniste, socialiste e liberali di sinistra?

Per di più ci domandiamo: come può essere spiegata la notevole partecipazione di combattenti stranieri tra le fila partigiane basandosi sul paradigma della “lotta patriottica”?

Tutti ricordiamo il partigiano sovietico Anatolij Tarasov che prese parte alla Banda dei Fratelli Cervi. A torto, ricordiamo un pò meno il compagno Anatolij Abramov che fu circondato dai nazifascisti e, a corto di munizioni, si fece esplodere con una bomba a mano uccidendo molti dei suoi aggressori. La partecipazione sovietica alla lotta di liberazione, che si espresse anche con la formazione di varie squadre partigiane, è un dato di fatto incontestabile.

Ma non furono soltanto i sovietici gli stranieri che si unirono ai partigiani italiani.

Nella Ottava Brigata Garibaldi di Forlì, ad esempio, fu costituita una “Compagnia russa” che comprendeva anche jugoslavi e cecoslovacchi.

Nella sola Emilia Romagna furono almeno un migliaio gli stranieri che operarono nelle brigate partigiane: sovietici, cecoslovacchi, jugoslavi, tedeschi, polacchi, austriaci, sudafricani, statunitensi, inglesi ed altri.

Nella provincia di Reggio Emilia, inoltre, militarono addirittura due squadre partigiane composte da soldati austriaci e tedeschi “disertori”: la “Squadra Vienna” e la “Mietec”, che svolsero sia azioni militari che attività informative.

Il comune di Rolo, in provincia di Reggio Emilia, tra i tanti combattenti partigiani ricorda anche la figura del tedesco Walter Fischer. Egli fu incarcerato nel 1933 per non aver aderito al Partito nazista e venne successivamente arruolato in un reparto della Wermacht presso il Lago di Garda. Da qui, nel 1944, prese il largo per schierarsi convintamente con la 77esima Brigata S.A.P., assieme alla quale contrastò sia le truppe tedesche che le formazioni della Repubblica Sociale Italiana. E come non ricordare il maresciallo Hans Schmidt e i suoi 4 commilitoni che si schierarono al fianco dei partigiani italiani e finirono per perdere la vita?

E che dire del tedesco antifascista “Enz”, attivo nel nord-Italia? Abbandonate le truppe naziste, si attivò nei G.A.P. e dopo numerose azioni, venne imprigionato, torturato e ucciso dalle SS. Nonostante le atroci torture subite, “Enz” non rivelò alcuna informazione sensibile ai tedeschi, fedele com’era ai suoi compagni partigiani.

Spesso (e volentieri?) la cinematografia ci tramanda l’immagine stereotipata del tedesco cattivo e nazista fino al midollo: magari cattivo e nazista in quanto tedesco!

Il ruolo svolto dai “disertori” tedeschi nella lotta partigiana in Italia è un aspetto che va opportunamente approfondito, nei numeri e nelle motivazioni. Opinione condivisa è che, in mezzo alle diverse ragioni, tra i militari tedeschi vi fosse una radicale opposizione verso la politica guerrafondaia della Germania hitleriana. Ebbene, la Resistenza fu anche questo: una drastica opposizione alla politica imperialista di aggressione, tragicamente incarnata dal fascismo e dal nazismo. Al di là della nazione d’appartenenza. Perchè il militare tedesco “disertore”, prima di essere tale, era innanzitutto un cittadino e un lavoratore, così come lo erano i partigiani italiani e quelli sovietici, jugoslavi, cecoslovacchi, eccetera.

A Lesignano Bagni, in provincia di Parma, campeggia un monumento alla memoria di cinque partigiani uccisi, quattro russi e uno italiano.

Lo stesso vale a Teramo, presso Ceppo di Bosco Martese, dove una lapide ricorda i fatti del 25 settembre 1943 omaggiando anche i partigiani jugoslavi.

Così come a Roma, nel cimitero di Prima Porta, un altro monumento ricorda i partigiani jugoslavi caduti. Potremmo fare molti altri esempi, ma ci interessa sottolineare che quelle lapidi sono dei simboli efficaci di quella che fu la Resistenza: una lotta unitaria, al di là delle appartenenze nazionali, contro un modello sociale autoritario, aggressivo e antipopolare. Una lotta dei popoli per la pace e il progresso.

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