La rivincita di Serse, ovvero la (s)vendita delle TermopiliTribuno del Popolo
domenica , 24 settembre 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

La rivincita di Serse, ovvero la (s)vendita delle Termopili

Nel silenzio quasi completo dei mass media, la Grecia sempre più vicina al tracollo attua un vasto piano di privatizzazioni per fare cassa. Tra i beni in vendita spicca la piana delle Termopili, teatro di una delle più famose battaglie dell’antichità.

Photo Credit: www.corriere.it

Fonte: Oltremedia

Si sa, ai tempi degli shock economici e del finanzacapitalismo non bisogna più sorprendersi di nulla: anzi, in fin dei conti ci si abitua piuttosto facilmente ai tagli alla spesa sociale (chiamati più sottilmente “tagli alla spesa pubblica”), alla diminuzione dei diritti dei lavoratori e ad altre amenità siffatte. In tutto ciò, sanità e istruzione sono i bersagli prediletti degli chef Tony della politica, di chi insomma i tagli li fa per mestiere: qualcuno protesta, qualcun altro si fa male, ma alla fine la spesa pubblica in questi settori viene comunque tagliata. Tuttavia, alla cultura spetta un inglorioso primato: in un contesto in cui sono a rischio il lavoro e la salute, essa per molti cessa di essere un bene da tutelare, e anzi finisce in fondo alla classifica delle priorità della collettività. Forse solo in un contesto del genere poteva accadere quel che è accaduto in Grecia: stando a quel che riporta ilGiornale.it, il governo greco avrebbe inserito la piana delle Termopili all’interno di un vasto piano di privatizzazioni.

Molti lo ricorderanno dalla scuola, tanti si rinfrescheranno la memoria con il film “300”: alle Termopili si è combattuta una delle più famose battaglie dell’Occidente. Siamo nel 481 a.C.: Serse, figlio del defunto re di Persia Dario e re egli stesso, dà inizio alla seconda spedizione persiana (la prima era stata quella voluta da suo padre) per conquistare la Grecia. Serse affida a Mardonio, il generale che aveva già combattuto durante la prima guerra persiana, il comando di un esercito imponente: nonostante le cifre fornite dallo storico Erodoto siano volutamente esagerate (egli narra di milioni di soldati provenienti da ogni angolo dell’impero persiano e di migliaia di imbarcazioni da guerra e da trasporto), è verosimile pensare che quello che varcò l’Ellesponto nel giugno del 480 a.C. fosse il più grande esercito mai allestito sino a quel momento. Le città greche, consce del pericolo, cessano immediatamente le ostilità tra di loro e individuano varie linee di sbarramento per tentare di arginare l’avanzata dell’imponente esercito nemico; la Tessaglia, indifendibile, viene abbandonata a se stessa e deve presto arrendersi ai Persiani. Tra il monte Eta e il mare c’era un piccolo corridoio di terra, il passo delle Termopili: e di lì l’esercito del Gran Re sarebbe dovuto inevitabilmente passare. Contingenti di varie città vengono inviati a costituire un blocco da opporre, almeno momentaneamente, all’esercito persiano: in totale circa seimila opliti, sotto il comando del re spartano Leonida I. A fine luglio le due armate si scontrano: i Greci sono in nettissima inferiorità numerica e i Persiani, oltre al numero, possono vantare anche la qualità dei diecimila Immortali, un reparto sceltissimo di soldati così chiamati perché il loro numero restava costante: non appena uno di loro moriva, era subito rimpiazzato. Per due giorni i Persiani inviano un reparto dopo l’altro cercando di sfondare le difese greche, che tengono: persino gli Immortali non hanno fortuna contro gli opliti schierati a difesa del passo. L’errore dei Greci fu quello di lasciare relativamente incustodito un sentiero secondario, l’Anopaia, che si dice sia stato mostrato ai Persiani dal pastore greco Efialte. I Focesi che lo sorvegliavano, appena avvistati gli Immortali che avanzavano per attaccarli, fuggirono senza pensarci due volte: il contingente greco era stato dunque aggirato, e i Persiani si apprestavano ad attaccarlo di fronte e alle spalle. Compresa la gravità della situazione, Leonida diede l’ordine di ritirarsi a molti degli uomini al suo comando. I famosi trecento soldati spartani, invece,restarono pronti a sacrificare le proprie vite; i circa settecento tespiesi che si sacrificarono insieme a loro furono anche più sfortunati, perché pur morendo in modo altrettanto eroico non passarono alla storia assieme ai trecento spartani. Offerta a Leonida la possibilità di arrendersi, sembra che egli l’abbia rifiutata in modo sprezzante e orgoglioso (si diceva che l’esercito spartano non si fosse mai ritirato in battaglia): ne seguì un bagno di sangue in cui persero la vita circa quattromila Greci. Quell’estate non fu felice per i Greci, che persero anche il controllo dell’Egeo dopo essere usciti da una battaglia navale, quella dell’Artemisio, che era stata priva di un vero e proprio vincitore. Ma i trionfi di Salamina e di Platea portarono all’insperata sconfitta del gigantesco esercito persiano e all’età che si suole chiamare classica della Grecia.

Forse tra qualche anno bisognerà pagare i diritti delle foto che raffigurano la piana delle Termopili. Certo, le magliette e le tazze con Leonida e gli Immortali avranno un fascino particolare: ma credo che una riflessione su quanto sta per accadere sia opportuna. Vendere ai privati un bene pubblico, un patrimonio storico, archeologico e geografico di inestimabile valore non è di per sé giusto o sbagliato: è il frutto di una scelta politica. In questo momento il mondo (o almeno una buona parte di esso) è governato secondo i principi del neoliberismo, del libero mercato, in cui il privato – inteso come categoria – trionfa sul pubblico. Se è vero che ci stiamo abituando alla sanità privata, ai trasporti pubblici privati (quasi un ossimoro) e all’istruzione privata, i beni culturali gratuiti e pubblici sembrano ancora relativamente al riparo dalla privatizzazione: è nel senso comune l’idea – in realtà per nulla ovvia e squisitamente politica – che tutti abbiano diritto a fruire gratuitamente della cultura e del patrimonio archeologico e paesaggistico di un paese. La privatizzazione della piana delle Termopili potrebbe essere un notevole precedente per tutti i governi che si trovino nella necessità di far quadrare i conti: se in un futuro – speriamo il più lontano possibile – dovessimo trovarci con l’acqua alla gola e il governo paventasse il rischio di non riuscire a pagare gli stipendi ai dipendenti statali, in quanti si opporrebbero alla vendita del Colosseo o della Tour Eiffel per fare cassa? L’unica cosa che realisticamente ci si può augurare è che i media e la classe politica abbandonino la retorica dell’inevitabile, della cura dolorosa e dell’austerità e comincino a chiamare le cose col loro nome: come Leonida ci ha insegnato morendo alle Termopili anziché ritirarsi, come a chiunque sarebbe sembrato ovvio, anche nei momenti più drammatici della geopolitica non esiste l’inevitabile.

 Simone Mucci

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top