La rottamazione neoliberista della scuola della Costituzione è un attacco a tutti i lavoratoriTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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La rottamazione neoliberista della scuola della Costituzione è un attacco a tutti i lavoratori

Anche un cittadino mediamente distratto ha potuto avvertire che i provvedimenti sulla scuola del governo hanno suscitato nello stesso mondo della scuola un’opposizione finora vasta, visibile, multiforme. Renzi e i suoi ministri si sono prodigati a rintuzzare l’ondata di critiche, con una propaganda che tuttora alterna toni sprezzanti a false disponibilità al dialogo e non disdegna messaggi offensivi per gli insegnanti, come la sceneggiata alla lavagna del “capo” del governo. Non c’è dubbio: il governo è sempre in prima linea, anche in questo aspetto del lavoro politico; il ruolo delle forze parlamentari, in primis dello zelante PD, ma anche delle giubilanti FI e NCD, è in ciò di supporto.

Anche un cittadino mediamente distratto ha potuto avvertire che i provvedimenti sulla scuola del governo hanno suscitato nello stesso mondo della scuola un’opposizione finora vasta, visibile, multiforme. Renzi e i suoi ministri si sono prodigati a rintuzzare l’ondata di critiche, con una propaganda che tuttora alterna toni sprezzanti a false disponibilità al dialogo e non disdegna messaggi offensivi per gli insegnanti, come la sceneggiata alla lavagna del “capo” del governo. Non c’è dubbio: il governo è sempre in prima linea, anche in questo aspetto del lavoro politico; il ruolo delle forze parlamentari, in primis dello zelante PD, ma anche delle giubilanti FI e NCD, è in ciò di supporto.

Qual è il nodo del conflitto? Una prima risposta, astenendosi da giudizi di valore, può essere: la ristrutturazione (o, meglio, la sua continuazione) del sistema scolastico nazionale. Nel rispondere a questa domanda, non di rado c’è chi si sofferma ora su uno, ora su un altro aspetto di questa devastante controriforma, perdendo di vista il progetto complessivo di trasformazione, per non dire del suo rapporto con il contesto attuale: un atteggiamento prevedibile in questi tempi di deboli coscienze politiche, in cui riesce a prevalere una lettura di tipo sindacale, e di sindacati in tempi di deboli coscienze politiche.
Ricostruire il senso complessivo della controriforma a partire dall’analisi di tutti i singoli aspetti è un lavoro che richiede uno spazio notevole, né mi pare sia questa l’occasione per farlo. Inoltre, ciò non sarebbe sufficiente: altre difficoltà devono essere affrontate. Quante persone comuni conoscono a sufficienza il sistema scolastico reale per cogliere l’impatto di ogni singola misura proposta? Non molte. Occorrerebbe dare elementi in questo senso. E ancora: quante persone oggi, in particolare tra il proletariato abbruttito e i ceti medi in via di proletarizzazione o già in rovina, ragionano di scuola secondo la mentalità neoliberistica dominante, come se essa fosse un’azienda, o un semplice servizio, e non vedono immediatamente in essa un’istituzione estremamente delicata, determinante per il futuro democratico della società? Eppure alla scuola è attribuito un ruolo centrale nel «compito della Repubblica», splendidamente fissato nell’art.3 della Costituzione, di

«rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le forze politiche e sociali che spingono avanti questa controriforma si fanno forza, in modo consapevole, di queste difficoltà incontrate dai loro oppositori: si pensi solo al discorso messo in campo riguardo alla valutazione degli insegnanti, su cui tornerò, che richiama alla mente la crociata di Brunetta contro i dipendenti pubblici “fannulloni”.

Gli assi fondamentali della controriforma

Vado dunque, senza indugiare oltre, ad una selezione ed una sintesi dei contenuti. Per ridurre la confusione, occorre specificare che la denominazione “La buona scuola” indica più cose: dopo essere emersa lo scorso settembre per indicare un elenco di proposte (e nulla più) pubblicato sul sito del ministero, essa è stata poi affibbiata anche alle successive proposte formali del governo, fino al disegno di legge, a cui mi riferirò d’ora in avanti, approvato alla Camera (n.2994) e ora in discussione al Senato (n.1934). Le misure previste sono talvolta diverse dalle proposte originarie, ma rimangono sempre saldamente nello stesso solco.

I pilastri di questa controriforma sono: la stabilizzazione di una parte dei precari; i nuovi poteri del dirigente scolastico (preside), inclusi quelli sui lavoratori, la cui condizione cambia radicalmente; l’incidenza dei finanziamenti privati nella vita delle scuole pubbliche e nuove forme di finanziamenti pubblici alle scuole private; l’alternanza scuola-lavoro come paradigma dell’intero sistema scolastico; infine, molte deleghe in bianco su importantissimi aspetti del sistema scolastico, tra i quali l’intero ordinamento dell’asilo nido e della scuola materna!

1. Le “assunzioni” sbandierate dal governo come cambio di politica verso la scuola ed il precariato sono in realtà state indotte da una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE, sollecitata dai sindacati FLC-CGIL (cui io aderisco) e GILDA. Tale sentenza del 26 novembre 2014, relativa a una causa specifica, ma dal grande valore generale, riconosce che il ministero è ricorso abusivamente a contratti a tempo determinato per coprire necessità strutturali (oltre 36 mesi di lavoro) e condanna lo stesso all’assunzione dei lavoratori. Dunque, dei circa 200.000 effettivi lavoratori precari già presenti nella scuola (escludendo quindi coloro che sono in graduatoria, ma che non vengono chiamati), molti hanno i requisisti per richiedere la stabilizzazione: migliaia in più dei 100.701 previsti dal governo! Questo giocare così con la vita delle persone, negando anche un loro diritto, è indegno. Inoltre, i non stabilizzati possono tutti produrre ricorsi sicuramente persi dallo Stato! Chi pagherebbe?

Dovendo assumere, il governo ricatta: assumiamo, ma ne approfittiamo per farlo alle nostre condizioni, cioè cambiando il sistema di assunzione e di gestione del personale. Un’occasione da non perdere per far passare misure approntate forse da tempo da un mondo trasversale che da decenni occupa le stanze del ministero. Le numerosissime e forti richieste, provenienti da più parti, di stralciare le assunzioni dal resto del ddl e consegnarle ad uno specifico decreto legge, che realmente ha i requisiti di urgenza, si sono presto infrante contro un (per ora) granitico: “No”.

2. Gli insegnanti di ruolo, tranne quelli che già lo sono e che non cambiano scuola, verranno scelti per un incarico di tre anni in un albo territoriale dal dirigente scolastico, sia pure “sulla base di criteri che vanno esplicitati e resi pubblici”. Ma alzi la mano chi, prefigurandosi la situazione concreta, ritiene questo vincolo una garanzia! Non siamo distanti dal livello del Duce, che per l’istruzione media, nel R.D. n.1051 del 1923, sanciva all’art.27 la chiamata diretta da parte del preside, con pochi vincoli! Si spalancano le porte alle discriminazioni di ogni tipo, non solo alla pervasiva corruzione e al clientelismo (posto che un emendamento del M5S ha frenato il nepotismo). Si rischiano, estremizzando, i “reparti di confino”, dato che l’insegnante di ruolo non chiamato verrà assegnato d’ufficio. Non è il caso di insistere su cosa ciò voglia dire per la libertà di insegnamento, costituzionalmente sancita. «L’indipendenza e l’autonomia di ogni docente sono il cardine di una scuola conforme alla Costituzione», sintetizzava bene M. Villone sul Manifesto. La ricaduta non è solo sul singolo lavoratore, ma sull’insieme e sulla stessa idea di scuola. Finora la scuola è sempre stata principalmente condivisione, collegialità. La scuola della competizione, dell’obbedienza gerarchica, produce mostri per una pedagogia da mostri. E porta con sé un’idea della funzione della scuola sterilizzata nei suoi aspetti democratici di emancipazione individuale e collettiva.

3. I nuovi poteri previsti per il dirigente scolastico sono stati un po’ ridimensionati, ma essi cambiano profondamente la fisionomia di questa figura. Riguardo al personale, oltre a scegliere i docenti, egli concorrerà a valutarli, anche al fine di assegnare un premio stipendiale. (Diversamente dall’idea iniziale, egli sarà inserito in un apposito comitato, costituito anche da rappresentanti di insegnanti, genitori e, per le superiori, studenti.) Questo discorso ha una facile presa su una parte della popolazione. Ora, se un insegnante non fa il proprio lavoro vi sono già mezzi per intervenire. Non si tratta affatto di questo. Qui si prevede una valutazione non formativa (cioè: per migliorare), ma per premiare e/o punire. A parte la quisquilia delle competenze di chi valuta e dei criteri adottati (tra i quali può così avanzare quello della “soddisfazione del cliente”), qual è il fine? Per alcuni, ciò incide sulla conferma dell’incarico; per tutti, v’è in ballo il premio. Questo premio di pochi euro? – dirà qualcuno. Passato il principio, avanzerà ancor più la tendenza a diminuire la quota fissa del salario e ad aumentare, con questa modalità, la quota variabile. In altri termini: si ridurrà il peso di un contratto nazionale che aspetta il rinnovo dal 2009 (!!), mentre si pongono le basi per l’azzeramento della contrattazione interna e quindi delle RSU! Il tutto mentre lavorano per arrivare ad una maggiore “flessibilità” di orario e ad un aumento del rapporto orario/salario.

Ma torniamo ai poteri del preside, che potrà individuare percorsi formativi utilizzando anche finanziamenti derivanti da sponsorizzazioni, da ricercarsi sul territorio. Unitamente al punto successivo e al fatto che gli stessi presidi dovranno essere valutati, ciò prefigura pericolosamente un dirigente sovrano all’interno della scuola e debole verso l’esterno.

4. I finanziamenti privati nella vita del sistema scolastico pubblico incideranno sempre più. Mente ddl e DEF disimpegnano programmaticamente l’investimento statale, si concederà di un credito d’imposta per le donazioni di privati ed enti alle scuole (sia statali che paritarie) per le loro strutture. È stata accantonata, ma rimane all’orizzonte, l’idea di utilizzare anche il cinque per mille come fonte di finanziamento della singola scuola. A completare il quadro, i finanziamenti pubblici, sotto forma di detrazioni fiscali, per le spese scolastiche delle famiglie, a tutto vantaggio delle scuole private paritarie. Il carattere pubblico del sistema scolastico, che già versa in cattive condizioni, verrebbe sfigurato definitivamente. Si aprirebbe, inoltre, la grande questione, già implicita nell’autonomia scolastica, della frantumazione del sistema scolastico nazionale in quanto a possibilità e “orientamento culturale”. Contro la maggioranza progressista dei costituenti, che pensava ad una libertà «nella scuola», le forze clericali e padronali si prendono la rivincita: sarà sempre più una libertà «della scuola», con tanti saluti al contrasto alla selezione di classe e all’educazione alla condivisione tra diversi. Il meccanismo per diversificare scuole di serie A e di serie B, scuole della tribù C e della tribù D, è al lavoro. Un altro tassello della modernità neofeudale che preme.

5. L’alternanza scuola-lavoro nelle scuole superiori dovrà contare su un enorme numero di ore. Al di là della reale possibilità di attuare una simile norma, essa dà la cifra della concezione neoliberista della “buona scuola”. In una scuola di classi pollaio, con un numero di ore calante (in special modo di formazione generale), senza un vero ragionamento sulla dispersione scolastica, questa misura impoverisce drammaticamente la formazione delle persone studenti, futura forza lavoro del nanocapitalismo italiano, che vuole lavoratori poveri per lavori poveri e non abbisogna di molta forza-lavoro qualificata, se non “mente d’opera” specializzata e innocua (da ottenersi secondo alcune scuole,non potenzialmente da tutte). I capitani d’impresa sognano sempre la riduzione del lavoratore al gorilla ammaestrato evocato da Gramsci.

6. Il ddl assegna al governo deleghe in bianco (la Camera ha ridotto le 13 della versione iniziale), che non hanno carattere di riordino normativo, ma entrano nel merito di problemi vivi del sistema di istruzione e formazione, tra cui quello già citato della riconfigurazione del sistema per i bambini fino ai 6 anni mi pare quello preminente (a proposito: c’è da aspettarsi di dover cominciare a pagare per la scuola materna). Una procedura dal più che dubbio profilo di costituzionalità, che riflette il modo padronale con cui il governo procede.

Una rottamazione neoliberista che riguarda tutti i lavoratori

La coerenza complessiva del disegno reazionario – non emendabile – mi pare dunque evidente: stanno rottamando la scuola delineata dalla Costituzione, costruendone un’altra secondo la concezione neoliberista, in piena coerenza con la necessità del capitalismo in crisi di stringere le briglie del comando e dello sfruttamento. Che ciò avvenga non solo contro lo spirito della Carta, ma anche contro la lettera, non solo è oggetto di argomentazioni già sul campo (ad es. quelle del giudice Imposimato e del comitato “Scuola e Costituzione”), ma anche di ricorsi che vanno annunciandosi. Oltre alle proposte sindacali, un’alternativa organica e progressiva in campo c’è già, da tempo: è la “LIP”, la legge di iniziativa popolare presentata da una parte del mondo della scuola.

Da settembre ad oggi l’opposizione è andata crescendo. Le piccole modifiche non hanno rotto il fronte sindacale, per quanto unito in modo parziale: la richiesta di unità sindacale che sale dai luoghi di lavoro si è purtroppo tradotta sinora in un non omogeneo fronte “emendatario” CGIL-CISL-UIL-GILDA-SNALS, escludendo il sindacalismo conflittuale. Attenzione però ad un dato: ogni sigla sindacale si è opposta fattivamente alla controriforma. Il fronte di opposizione sta crescendo anche attorno al mondo sindacale e oltre esso: alcuni genitori e studenti si muovono e la FIOM era con noi in piazza nel massiccio sciopero del 5 maggio, in cui ben 680.000 lavoratori della scuola (circa il 65%) hanno incrociato le braccia. E la mobilitazione, pur tra contraddizioni, sta continuando.

Comincia a fare capolino la consapevolezza che l’opposizione a questa controriforma non è una lotta corporativa, sebbene non per tutti i protagonisti. È una lotta che investe il futuro del nostro Paese, il futuro dei rapporti di forza complessivi tra le classi, il futuro del singolo figlio della lavoratrice o della disoccupata. Sarebbe bene che la sinistra di classe, in tutte le sue articolazioni politiche e sindacali, sollevasse con forza la questione. Noi comunisti, in particolare, abbiamo di che agire al riguardo.

Dopo l’annullamento dello Statuto dei Lavoratori (“la Costituzione entra nei luoghi di lavoro” si diceva), le controriforme di classe su assetto istituzionale e legge elettorale, e dopo altro ancora, sul versante interno dovremo registrare, se non la fermiamo, la rottamazione neoliberista della scuola della Costituzione. Sarebbe grave focalizzarsi solo sul governo italiano. Le nostre controparti sono tutte le forze politiche e sociali, italiane ed estere - il cui ruolo andrà precisato - che sospingono questi processi dal comune segno: Confindustria, settori della Chiesa, lobbies trasversali, grandi gruppi capitalistici di UE e USA. Chi irridesse “il solito vecchio modo di pensare” è invitato a leggersi almeno il documento del 2013 della grande banca d’affari JP Morgan contro le costituzioni antifasciste troppo condizionate dal socialismo.

Ndr Come specificato nel post-scriptum aggiunto appositamente dall’autore, questo intervento è stato scritto alcune settimane fa, prima dell’approvazione al Senato con un gravissimo voto di fiducia. Lo riproponiamo comunque, come contributo di analisi non schiacciato sulla cronaca, ma volto a ragionare anche sulle tendenze di fondo della lotta intrapresa dalle classi dominanti sul tema della scuola, così come sul tipo di risposta che si rende necessario da parte delle classi subalterne. 

Andrea Zirotti


P.S.: questo intervento è stato scritto prima dello sciopero degli scrutini di inizio giugno e precede dunque anche le vicissitudini che hanno portato alla recentissima approvazione al Senato, avvenuta con un gravissimo voto di fiducia, che mostra ancora una volta quale significato governo e maggioranza attribuiscano a parole come “ascolto” e “dialogo” quando parlano ai lavoratori e alla scuola.

Penso che questo mio scritto non abbia perso il proprio significato fondamentale, riguardante sia le direttrici della lotta delle classi dominanti in Italia rispetto alla scuola, sia la debole consapevolezza della nostra necessità di una risposta allo stesso livello.

Ciò che invece esso non può dare sono un aggiornamento di cronaca delle ultimissime vicende, una lettura delle ragioni politiche dell’impasse degli ultimi giorni e una guida alle modifiche introdotte con il maxi-emendamento approvato. Per quest’ultimo aspetto, occorre un’analisi non frettolosa come quella che ho invece riscontrato su diversi quotidiani, cartacei e non. Gli assi fondamentali della controriforma sono confermati e se giustamente si parla molto della sorte dei precari in via di stabilizzazione, spesso mi pare che si dimentichi troppo facilmente degli altri aspetti, deleghe incluse!

Fonte: Marx21.it

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