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domenica , 24 settembre 2017
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La Russia nella crisi siriana

Nel corso della crisi siriana la Russia è tornata a svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mediorientale.

Fonte:  “Gramsci oggi”, N 3 anno 2013 | da www.gramscioggi.org 

Con la sua guerra per procura contro Damasco l’Occidente punta a ri-colonizzare l’intero Vicino oriente spezzando la resistenza di un paese che ha sempre sbarrato la strada all’imperialismo e all’espansionismo sionista nella regione.

Uno dei risultati secondari che Washington si attendeva dalla sua guerra a bassa intensità contro la Siria era la totale estromissione della presenza russa dall’Oriente arabo. Ma la politica statunitense al momento ha fallito (e piuttosto clamorosamente) questo suo scopo.

Quali sono i motivi di fondo che hanno animato l’operato della diplomazia russa sul dossier siriano?

Quale è il significato della presenza della Russia nella regione? Come viene vista la crisi siriana dalle guglie del Cremlino? Per cercare di rispondere a questi interrogativi occorre avere presente il significato e la posta in gioco sottese alla crisi siriana.

- Una relazione speciale di lunga data

Le relazioni tra Damasco e Mosca sono sempre state positive. Nel corso degli anni Cinquanta la Siria assunse una politica di ostruzione verso i tentativi statunitensi di fagocitare il Medio Oriente in un sistema di patti militari in funzione antisovietica. Con la rivoluzione del 1966, che portò al potere l’Organizzazione Militare Baathista1, e con il “movimento correttivo”2 del 1970-71, che portò alla presidenza della repubblica Hafez el-Assad, i rapporti tra Siria e Russia si rafforzarono.

La Siria era fedele ai principi del “neutralismo attivo”3, che scorgeva un pericolo per i paesi di nuova indipendenza nella politica dell’imperialismo e del neocolonialismo occidentale oltre che, nello specifico del Medio Oriente, nell’espansionismo di Israele. Era un neutralismo spiccatamente antimperialista, e per questo motivo guardava all’URSS e ai paesi dell’Est come a dei naturali sostegni contro le indebite pressioni occidentali. La Siria condivideva questa visione della realtà internazionale con altri paesi arabi, si pensi all’Egitto di Nasser o all’Algeria di Boumedienne, che nel 1973 avrebbe ospitato il vertice dei paesi non-allineati rendendo omaggio, nel corso del suo intervento, al significato storico della Rivoluzione d’Ottobre e sottolineando la comunanza di intenti tra il Terzo Mondo e il movimento democratico e antimperialista internazionale.

L’imperialismo mirava a piegare i paesi del Terzo Mondo alla propria politica e l’Occidente sfruttava il proprio monopolio nel mercato internazionale delle armi come strumento per costringerli a capitolare. Fino a che, nel 1955, tramite l’accordo con l’Egitto di Nasser, l’Unione Sovietica riuscì a rompere questo monopolio e a divenire, per molti paesi del Terzo Mondo, una sponda concreta alla quale appoggiarsi per resistere ai diktat dell’imperialismo4.

Più tardi, con gli accordi di Camp David del 1978 che sancirono la pace separata tra Egitto e Israele, la Siria rimase il principale partner della Russia nel mondo arabo. Damasco dovette affrontare una sfida vitale nel corso della complessa e sanguinosa partita a scacchi rappresentata dalla guerra civile libanese, tra il 1975 e il 1991. Guerra civile che fu anche guerra regionale, a causa dell’invasione israeliana del paese dei cedri e dell’intervento diretto della Siria nel conflitto, dapprima con lo scopo di scongiurare che il piccolo vicino implodesse, successivamente per evitare l’affermarsi di una egemonia israeliana sul Libano.

Fu questa una dura prova per la Siria, rimasta sola contro Israele e contro gli Usa, dopo la pesante defezione egiziana.

L’invio nel 1982 di una forza multinazionale in Libano, composta principalmente da Stati Uniti e Francia (per la partecipazione italiana vale, com’è ampiamente riconosciuto, un discorso in gran parte diverso) portò Damasco a un passo dallo scontro diretto con Washington.

Nel 1980 Siria e URSS avevano firmato un Trattato d’amicizia, che si collocava però un gradino sotto l’alleanza strategica vera e propria cui aspirava Assad. Con l’ascesa di Yuri Andropov a segretario del Pcus i siriani trovarono un interlocutore che mostrava di avere piena conoscenza delle vicende mediorientali e della loro portata per l’equilibrio strategico complessivo. Si racconta che in quel frangente, durante una visita di Hafez el-Assad a Mosca, di fronte alle importanti richieste di forniture militari formulate dalla delegazione siriana, fu proprio l’allora segretario del Pcus, Yuri Andropov, ad insistere per dare a Damasco quanto richiesto, nonostante la reticenza del proprio ministro della Difesa Ustinov e del suo pallido ministro degli Esteri Gromyko. “Quando Ustinov aveva fatto osservare che non c’erano scorte di armi tecnologicamente avanzate di cui l’Urss poteva privarsi, Andropov aveva replicato: ‘Prendetele dai magazzini dell’Armata Rossa. Non consentirò a nessuna potenza al mondo di minacciare la Siria’”5. Questo episodio la dice lunga sulla rilevanza rivestita dalla Siria agli occhi del Cremlino.

Fu allora che giunsero in Siria sistemi d’arma all’avanguardia, mai forniti prima a nessun paese al di fuori del Patto di Varsavia: missili terra-terra SS-21, missili antinave Ssc-1, sistemi contraerei SAM-56. Alla fine, come è noto, la Siria riuscì ad uscire vittoriosa dal conflitto libanese, in alleanza con la resistenza locale e con un nuovo attore antimperialista che proprio allora iniziava ad affacciarsi sulla scena: la Repubblica Islamica dell’Iran.

- Assenza e ritorno

Come avvenne nella maggior parte degli scacchieri, la Russia si ritirò anche dalla scena mediorientale nel periodo che intercorse tra la gestione crepuscolare di Gorbaciov e il collasso da sbornia liberale dell’era Eltsin.

Nonostante tutto, in quel periodo la Siria continuò a resistere all’imperialismo stringendo le sue relazioni con l’Iran e con le forze della resistenza libanese e palestinese in quello che è stato definito l’Asse della Resistenza. Questo fronte non è stato domato nonostante i mille tentativi di spezzarlo, e di piegare le forze che lo compongono, a una, a una.

La Russia riprese ad investire nella sua presenza in Medio Oriente a seguito della politica impostata da Primakov, che ricoperse la carica di Ministro degli Esteri tra il 1996 e il 1998 e che fu premier tra il 1998 e il 1999. In quel frangente Mosca si confrontava con il tentativo statunitense di estrometterla dalla distribuzione dell’energia, favorendo la costruzione di progetti di oleodotti e gasdotti che evitassero con cautela di passare sul suolo russo o iraniano. Questa sfida comune consentì un primo riavvicinamento con la repubblica degli ayatollah; ma fu solo con l’arrivo al vertice del potere di Vladimir Putin che la Russia assunse una postura più decisa nelle relazioni internazionali, ritrovando in un certo senso il proprio naturale ruolo antiegemonico.

Mosca pare aver colto la pericolosità costituita dal tentativo degli Stati Uniti di imporre al resto del mondo un ordine unipolare, abbandonato all’arbitrio di Washington. In più occasioni il leader del Cremlino è stato molto chiaro: la ricerca della invulnerabilità totale da parte degli Usa si traduce in una inaccettabile vulnerabilità totale di tutti gli altri paesi della Terra.

Putin ha così iniziato a stringere relazioni con stati che sono egualmente preoccupati dall’aggressività dell’imperialismo americano a cominciare dalla Cina per arrivare al Brasile passando dal Venezuela, al riscoperto rapporto con Cuba, all’Algeria, all’Iran, fino, ovviamente, alla Siria. La storia del resto ha dimostrato che un’intesa tra più paesi con funzioni antiegemoniche può esser davvero efficace solo se conta tra le sue fila quelle medie potenze regionali che insistono su aree geografiche cruciali per delineare l’equilibrio internazionale. E’ questo il caso dell’Iran, che occupa una posizione strategica essenziale, tra Vicino Oriente e Asia centrale, tra Caucaso e Golfo persico. E’ questo anche il caso della Siria, cuore del Levante arabo e roccaforte del nazionalismo arabo e della resistenza antimperialista nella regione.

Sono questi gli aspetti più complessivi che occorre tenere presente quando ci si rapporta alla crisi siriana e ci si interroga sulla postura determinata assunta sino ad oggi dalla Russia in merito.

- La posta in gioco nella crisi siriana

Travolgendo la Siria gli Usa e i loro alleati contano di spezzare l’Asse della Resistenza, cancellare la Siria in quanto Stato nazionale moderno, domare il Libano, isolare l’Iran in un assedio che sperano risolutivo e privare i loro antagonisti strategici, Russia e Cina, di punti di appoggio nella cruciale regione del Vicino oriente.

Per Washington la via di Damasco conduce a Teheran, e porta alla ri-colonizzazione dell’intera regione mediorientale. Come ariete vengono utilizzate le orde dell’estremismo religioso wahhabita ispirato dall’Arabia Saudita, da sempre roccaforte della reazione nel mondo islamico. Le bande terroriste che stanno mettendo a ferro e fuoco la Siria sono armate, addestrate, finanziate e coadiuvate dal blocco imperialista occidentale e dai satrapi del Golfo, che vogliono chiudere il capitolo della rivoluzione araba, apertosi con la decolonizzazione. Dopo la Siria è già scritto che toccherà ancora all’Algeria. Successivamente questa sorta di “jihad” per il dio dollaro potrebbe puntare ai confini di Russia e Cina, passando per il Caucaso e per l’Asia centrale.

Una vittoria così smaccata altererebbe l’equilibrio geopolitico mondiale e rimetterebbe in corsa il progetto unipolare statunitense, duramente provato dall’attuale tendenza all’emersione di un equilibrio multipolare nelle relazioni internazionali. A Mosca e a Pechino sono coscienti di questo pericolo, del significato che riveste il supporto degli Stati Uniti e dei loro alleati alle bande armate che operano in Siria.

E’ questo che spiega la fermezza assunta dalla Russia sul dossier siriano. L’esempio di ciò che è stato fatto alla Libia deve risuonare come un eco permanente a Mosca e a Pechino. Data la posta in gioco, dato il significato che assume la Siria, quella libica è una tragedia che non deve ripresentarsi di nuovo nel Levante arabo.

Al G20 di San Pietroburgo Putin ha detto senza mezzi termini che in caso di guerra la Russia sosterrebbe la Siria con armi e denaro. In una recente intervista il presidente siriano Bashar Assad ha confermato di aver ricevuto l’assicurazione da parte del Cremlino che la Russia non abbandonerà la Siria al suo destino. In caso di una nuova aggressione statunitense sarebbe molto difficile circoscrivere il conflitto. Innanzitutto in ambito regionale: data l’alleanza tra Damasco e Teheran, a dispetto dell’enorme diversità che corre tra i regimi politici dei due paesi. Secondariamente sul piano globale, specie qualora l’Iran venisse trascinato nel conflitto innescando un probabile effetto domino.

In qualche modo, anche se non da subito in modo diretto, la Russia verrebbe coinvolta nel conflitto, e la Cina a seguire. E’ chiaro che l’umanità sta vivendo un pericolo gravissimo. Obama, con le sue minacce, ha rischiato di trascinare il mondo verso una guerra termonucleare.

La Flotta russa si è portata a ridosso delle coste siriane. E’ al momento dotata di numerose unità da sbarco che potrebbero fungere da navi da trasporto per gli aiuti. La presenza della Flotta si spiega però anche e soprattutto in un altro modo. Potrebbe servire per monitorare le mosse occidentali e fornire preziose segnalazioni ai sistemi contraerei di fabbricazione russa presenti sul territorio siriano.

E’ da tempo che Putin risponde alla calunniosa campagna mediatica fomentata contro la Siria, contro il suo governo, contro il suo popolo. Quando nell’ottobre del 2012 il sistema di trasmissione satellitare Hotbird decise di sospendere la diffusione dei programmi provenienti dai canali satellitari siriani provocandone l’oscuramento, questi iniziarono a trasmettere grazie ai satelliti russi7. Questa postura assunta da Putin è segno di determinazione. Fu una decisione importante e significativa, dato il ruolo rivestito dai media nella guerra a bassa intensità in corso in Siria.

Putin ha in questi mesi sempre rigettato le fandonie costruite ad arte per legittimare le bande terroriste e per preparare il terreno ad un intervento militare occidentale diretto. Ha più volte ricordato la filiazione ideologica estremista e fanatica di queste bande e i crimini da loro sistematicamente compiuti contro i civili. Ha chiesto in un articolo rivolto al popolo statunitense ed ospitato sulle colonne del “New York Times” nel fatidico giorno dell’11 settembre u.s. quali garanzie ci siano circa il comportamento che terranno in futuro i numerosi mercenari ed estremisti che si stanno recando in Siria da mezzo mondo; cosa potrebbero fare qualora tornassero alle loro case dopo questa esperienza sanguinaria?

Recentemente ha rigettato le accuse rivolte al governo siriano relative all’utilizzo di gas parlando esplicitamente di “provocazione” delle bande armate.

Nel corso della crisi siriana è apparsa evidente la determinazione della Russia. Determinazione di far presente ad Obama che erano gli Stati Uniti ad essersi avvicinati troppo a quella linea rossa che può segnare il punto di non ritorno. Determinazione di resistere all’imperialismo. La Russia è tornata a svolgere il suo storico ruolo antiegemonico. Una presenza della quale i popoli del mondo avevano bisogno e che possiamo solo augurarci non venga meno in futuro.

Spartaco Puttini

NOTE

1 L’Organizzazione Militare Baathista era una struttura che operava clandestinamente all’interno delle Forze Armate siriane e che raggruppava militari vicini alle posizioni del Baath ma critici verso la leadership storica del partito, guidato ancora alla metà degli anni Sessanta da Michel Aflaq e Salah Bitar.

2 Con “movimento correttivo” si intende il processo di rifondazione dello Stato siriano operato da Hafez el-Assad all’indomani della sua presa del potere e dell’esclusione degli altri dirigenti della rivoluzione del ’66. Con tale azione Assad mirava a consolidare le istituzioni del regime baathista, favorire l’adesione delle masse popolari contadine, operaie, studentesche e intellettuali alla direzione dello Stato e rafforzare la Siria sul piano strategico per far fronte alle sfide poste dalla politica internazionale. A seguito di questa politica il Baath avrebbe condiviso il governo con altre forze politiche patriottiche, come i nazionalisti e i comunisti, all’interno del Fronte Nazionale Progressista, seppur in posizione preminente e si sarebbe assistito ad una massiccia immissione di elementi della maggioranza sunnita negli apparati dello Stato per evitare di dare al paese un’impronta confessionale di qualunque tipo. Assad, come è noto, proveniva dalla minoranza alawita.

3 A questo proposito rimando alle considerazioni di G. Calchi Novati, Neutralismo e guerra fredda; Milano Ed. di Comunità, 1963.

4 In seguito ad importanti scontri armati avvenuti nel 1955 nella Striscia di Gaza, allora amministrata dall’Egitto, tra reparti egiziani ed esercito israeliano Nasser si rivolse agli Stati Uniti per avere assistenza militare. Washington pensò di poter barattare questi aiuti con la richiesta di una revisione profonda della politica egiziana, specie in campo internazionale. Per salvaguardare la sovranità dell’Egitto Nasser decise quindi di rivolgersi oltrecortina. L’impressione prodotta dall’accordo sulla fornitura delle armi dall’Est europeo all’Egitto fu all’epoca enorme.

5 Si veda: P. Seale, Il Leone di Damasco; Roma Gamberetti, 1995, pp.450-451. Dall’intervista rilasciata all’autore il 14 maggio 1984 dal ministro della Difesa siriano Mustafa Tlass.

6 Nel giro di quattro anni, tra il 1982 e il 1986, l’esercito siriano fece un indubbio salto di qualità e crebbe anche numericamente passando da 225mila uomini a 400mila, i carri armati passarono da 3200 a 4400 e gli aerei da combattimento da 450 a 650, i pezzi d’artiglieria da 2600 a 4000 e i sistemi DCA di vario tipo da 100 a 180. Ibidem.

7 Il fatto viene accennato in: AA.VV., a cura di R. Schiavone, Syria: quello che i media non raccontano; Cagliari Arkadia, 2013, pp.128-129

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