La sovraurbanizzazione e slums. Entro il 2050 l'intera popolazione mondiale urbanizzata?Tribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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La sovraurbanizzazione e slums. Entro il 2050 l’intera popolazione mondiale urbanizzata?

Un fenomeno connesso con la vertiginosa crescita demografica: le mega-cities e le hyper-cities. Il fenomeno riguarda anche i paesi in via di sviluppo dove l’urbanizzazione genera gli slums. Entro il 2050 avverata la previsione di Marx e Weber?

Fonte: Oltremedianews

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A metà del XX secolo, nel mondo non esistevano 100 città con una popolazione superiore al milione di abitanti. Oggi, invece, se ne contano quasi 500. Non è finita qui; infatti ci si aspetta che il tasso di crescita della popolazione mondiale sia in costante aumento almeno fino al 2050, dove si raggiungerà il culmine di ben 10 miliardi di persone, e, per allora, le previsioni hanno mostrato che saranno le aree urbane ad ospitare l’intera futura popolazione mondiale.

Naturalmente un tale fenomeno sta portando con l’avanzare del tempo a straordinarie trasformazioni strutturali, quali la nascita delle mega-cities (10-20milioni di abitanti) e delle hyper-cities (20-40milioni di abitanti) nei Paesi in via di sviluppo. Come negli anni Settanta si è assistito alla migrazione della popolazione dalle aree rurali alle città, così in futuro si verificherà sia un inglobamento delle città in grandi agglomerati urbani senza soluzione di continuità, sia un passaggio di persone dalle città di media dimensione alle mega-cities e hyper-cities.

L’esodo dalle campagne alle città nei Paesi in via di sviluppo è stato così inesorabile in passato da rivelarsi persino paradossale a volte: anche quando le aree urbane hanno cessato di offrire opportunità lavorative e commerciali, a differenza delle più economicamente stabili e sicure campagne, la popolazione urbana ha continuato a crescere a una velocità impensabile; e ciò nonostante i molteplici segnali di crisi economica. Indi la sovra-urbanizzazione.

Tale triste combinazione di stasi economica e crescita demografica è alla base dell’emergere dei cosiddetti slums: aree terribilmente povere e sovraffollate, mancanti di adeguati servizi abitativi, sanitari e igienici. Queste baraccopoli sono state il punto focale dello storico rapporto del Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani – UN Habitat – risalente al 2003 intitolato “The Challenge of Slums”, che le descrive come “manifestazione fisica e spaziale della povertà urbana e della disuguaglianza intra-cittadina”.

Simili realtà sono venute alla ribalta negli anni Ottanta e, a detta di molti, le politiche adottate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) hanno avuto un ruolo centrale nella questione, colpevoli di aver peggiorato la situazione dei Paesi del Terzo Mondo, portando a fuga di capitali, inflazione stellare con conseguente ribasso dei salari reali e, infine, drastici declini in produzione, esportazione e servizi pubblici.

Tuttavia, agli slums sono anche stati riconosciuti alcuni meriti, come primo step del processo di integrazione dell’immigrato, fornendo un primo alloggio nella nuova città ad un costo estremamente basso, o come meltin’ pot di culture, sfociando spesso così in forme artistiche innovative. Ovviamente, ciò non basta a compensare la negatività intrinseca delle baraccopoli.

Quel che è certo, è che gli slums fanno molto riflettere sull’effettiva fattibilità e sostenibilità sociale, politica, economica e ambientale dell’urbanizzazione incontrollata e, ancor peggio, incontrollabile dei Paesi in via di sviluppo. “La teoria sociale classica da Marx a Weber”, scrive Mike Davis in “Un pianeta di bassifondi”, “credeva certamente che le grandi città del futuro avrebbero seguito le orme di Manchester, Berlino e Chicago. In verità, Los Angeles, San Paolo, Pusan e, oggi, Ciudad Juarèz, Bangalore e Guangzou, grossomodo si avvicinano a questa traiettoria classica. Ma molte città del Sud sono più simili alla Dublino dell’era vittoriana che, come sottolinea Emmet Larkin, era unica tra tutti gli agglomerati degradati generati in Occidente nel XIX secolo poiché i suoi bassifondi non erano un prodotto della Rivoluzione industriale. Dublino infatti soffrì più i problemi della de-industrializzazione che quelli dell’industrializzaione tra il 1800 e il 1850”.
Il futuro quindi appare tutt’altro che roseo e bisogna intervenire al più presto per salvaguardare l’equilibrio del pianeta e prevenire una crisi sociale che sembra foriera di alte tensioni e madre di pericolosi eco-terrorismi.

Elena Camiciola

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