La sposa bambina un film di Khadija Al-SalamiTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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La sposa bambina un film di Khadija Al-Salami

In seguito ai moti di protesta della “Primavera Araba” (2011) e dopo la fine, nel febbraio 2012, della dittatura di ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, durata più di trent’anni, lo Yemen ha cominciato una lenta e delicata transizione politica. Il nuovo presidente è Abdel Rabbo Monsour Hadi, eletto con l’appoggio dei paesi arabi, dell’occidente e, sorpresa delle sorprese, degli Usa, che vedono nel nuovo presidente un alleato contro AlQaida nel sud del paese e i ribelli sciiti Houthi a nord.

Ṣāleḥ però non ha smesso di esercitare il suo potere e si è alleato assurdamente con gli Houthi, il gruppo di ribelli che aveva fortemente voluto il suo allontanamento. Questa strana alleanza ha portato gli Houthi ad espandersi verso sud. Attualmente è in atto la cosiddetta “guerra dimenticata”, un conflitto civile fra le truppe governative sostenute dall’Arabia Saudita e la tribù degli Houthi sostenuti dall’Iran.

Lo Yemen è uno dei paesi di religione musulmana più integralista e conservatore del mondo arabo e il più povero. Non ci sono leggi che fissano l’età minima per il matrimonio, tutto è legato ad una lontana tradizione che erroneamente viene associata al credo islamico. Quasi nessuna donna ha la possibilità di scegliere il proprio sposo, vengono comprate in tenera età. Gli scenari sono prevedibili e catastrofici: stupri, percosse, schiavismo, molte si tolgono la vita. Alcune riescono a scappare, per essere poi rivendute ad altri o riconsegnate allo stesso marito-padrone. Altre ottengono il divorzio. Il Ministro dei diritti umani, Hooria Mashhour, si sta battendo per cercare di fissare l’età minima per i matrimoni a 18 anni ma il governo ha proposto l’abbassamento a 17. Nulla è stabilito, il dibattito è aperto e attualmente le priorità sono altre.

Non è questione di maschilismo, ma di difesa ottusa di assurde tradizioni associate alla scorretta interpretazione del corano. Gran parte delle donne sostiene il rispetto della tradizione religiosa tanto quanto gli uomini. Molti estremisti tutori della legge e professori universitari sostengono con naturalezza che, se il corpo di una donna è maturo per il matrimonio anche ad 11 anni, non c’è nulla di strano nel contrarre matrimonio. Spesso, o quasi sempre, lo sposo non attende che giunga il menarca per violentare la propria donna; non che l’arrivo delle mestruazioni renda una bambina pronta ad una vita dura come quella del matrimonio, né tanto meno al procreare vita o ad avere rapporti sessuali. Molti parlano di sesso precoce ma il termine adatto è stupro. La preoccupazione della frangia integralista è l’ingerenza politica che le Nazioni Unite stanno avendo sul mondo musulmano. Non siamo certo qui a difendere l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con la politica o con la religione, sono insindacabili diritti umani.

Il “turismo matrimoniale” è una delle piaghe dello Yemen. Uomini adulti alle soglie della vecchiaia giungono dai paesi del Golfo e dalla penisola Saudita per contrarre matrimoni con bambine. La tradizione, il reazionarismo, l’instabile situazione politica e la guerra fanno da scenario alle cause preponderanti di questa pratica bestiale: la povertà economica e di spirito, la mancanza di istruzione e di strumenti per discernere. Condizioni che più ledono la libertà, la dignità e il rispetto per sé stessi e per gli altri.

Come sempre le storie migliori ci giungono dagli occhi di chi le ha vissute. Raccontare documentandosi, intervistando o semplicemente immaginando, con la pericolosa tendenza al romanzare, non basta, perché si riesca ad entrare nelle profondità di un contesto così lontano da sembrare remoto. Opera prima della regista yemenita Khadija Al-Salami, andata in sposa ad otto anni, così come sua madre. C’è poco da interpretare, poco da commentare. L’occhio attento e oriundo ci regala una visuale completa sulla questione delle spose bambine.  Non c’è alcuna legge a vietare le unioni univoche, volute appunto esclusivamente dai mariti molto più grandi delle piccole spose che comprano da famiglie povere in cui, sono spesso anche le nonne e le madri (vittime dello stesso sistema) a prepararle e renderle piccole bambole sacrificali per i loro uomini. Il solo scriverlo fa rabbrividire. Sono gli uomini a scegliere il vestito per le loro spose bambine, se ne appropriano e le crescono come figlie e mogli, addestrandole alla produzione di figli e al lavoro casalingo. Le stuprano. E’ questa la sostanza di tutto, il nocciolo così duro da masticare che spacca i denti e li rende inoffensivi. Così che non si rida più, nemmeno per scherzo. Perché lo stupro non è uno scherzo, è paragonabile alla morte, una morte eterna in un corpo che invecchia.

“Mi chiamo Nojoom, ho 10 anni e voglio il divorzioè la frase che vi rimbomberà nella testa per tutto il film. La frase che ripeterete da soli, a bassa voce, increduli, che una bambina così piccola possa essere sposata, scappare di casa, prendere un taxi ed entrare di nascosto in un tribunale chiedendo il divorzio, a soli 10 anni. Gli scenari rurali meravigliosi dello Yemen passano in secondo piano, davanti alla brutalità e alla desolazione della povertà. Brilla poco quel gioiello di San’a, le cui mura fanno da scrigno a gemme grezze opache, impolverate, rovinate dalle ore sotto al sole a racimolare qualche soldo da spendere in gomme, nonostante non ci sia cibo, perché forse per un bambino anche quello è un gioco, i cui strascichi però ritorneranno in giovane età, come la risacca, riportando orrore e tristezza.

Il film è tratto da una storia vera, in particolare quella di Nojoud Ali, simbolo oramai della lotta ai matrimoni precoci. Sono mille però le storie, tutte simili, alcune conclusesi con l’ottenimento del divorzio, altre con finali tragici. Una piccola cosa come un nome, un semplice ingrediente che decora la persona, responsabile quasi di un destino inevitabile. Nojoom in yemenita significa “stella”; avrebbe dovuto brillare Nojoom in mezzo alle verdi colline del caffè, nel paese della regina di Saba. Ma la bestialità dell’essere umano costringe la famiglia a trasferirsi nella capitale San’a. La vita è più cara, non hanno più bestiame, né campi coltivabili. Vivono in due stanze e sono tanti, troppi. Nojoom viene venduta in sposa dal padre ad un uomo di trent’anni. L’accordo viene siglato in presenza dell’autorità religiosa che ne ha il potere. Tre uomini, un pagamento. La futura sposa è in giro a giocare. Tornata a casa la madre la prepara per consegnarla al marito, nel cui villaggio verrà festeggiato il “matrimonio”. Comincia il calvario della piccola sposa, che stringe la sua bambola, l’unica mai avuta. Una piccola bambola vestita da bambola in braccio ad una bambina vestita da sposa.

La stella di Nojoom si spegne presto, quasi come se l’ostinazione del padre a chiamarla Nojoud (che è lo stesso nome della ragazzina a cui è ispirato il film) che significa “nascosta” le avesse corrotto il destino. Relegata, occultata, vive lo stupro, la violazione, in quel villaggio lontano da cui poi scapperà. Bambine guerriere, consapevoli di dover essere delle donne adulte, ma conservando l’integrità fisica e mentale che un bambino non dovrebbe preoccuparsi di proteggere. Piccole eroine che chiamare femministe, sarebbe offensivo e ridicolo. Difendono il proprio diritto ad essere prima di tutto esseri umani e poi bambine. C’è già una donna negli occhi di Nojoom, raccontata dal dolore di un’altra donna che fu per poco bambina. Ed è onesto lo spaccato Yemenita, difficile da capire, se si è abituati a condirsi il piatto di pasta con sugo e pregiudizi da telegiornale. Lo stupro è un ignominia, ma è tutto il contesto che lo è. Una società povera, per certi versi retrograda, nella quale la religione spesso spinge a gesti di ferocia inaudita, senza che se ne capisca la gravità. Bisogna capire e condannare il caso singolo e non un popolo, come sempre. Perché lo stupro esiste a casa nostra ed è spesso giustificato, ancora, da chi lo compie, da chi ha assistito, da chi sa, da chi difende il colpevole, dall’ufficiale che scrive la denuncia, e non siamo sulle montagne dello Yemen, siamo in un paese che spesso scorrettamente definiamo civile. Un paese in cui a volte si è bambini in modo sbagliato, si fa difficoltà ad essere donne, ci si ribella poco.

Tiziana Laurenza

Tribuno del Popolo

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