La tragedia greca nello scacchiere internazionale. La fine dell'europeismoTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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La tragedia greca nello scacchiere internazionale. La fine dell’europeismo

La tragedia greca nello scacchiere internazionale. La fine dell’europeismo

Appare sempre più evidente che la vicenda greca si sia giocata più nelle stanze delle cancellerie europee che in quelle del governo di Atene. I continui colpi di scena che ci riserva la tragedia greca hanno oscurato lo scontro internazionale che si è svolto dietro le quinte. L’epilogo della vicenda mostra le responsabilità e i limiti di ideologici di Syriza e della Sinistra Europea, tanto nell’analisi dell’Unione Europea che in quella del mondo attuale.

La questione del debito greco: problema economico o conflitto politico?

Come osservava Stiglitz prima del referendum greco

“I leader europei stanno finalmente cominciando a rivelare la vera natura dello scontro in atto sul debito e la risposta non è piacevole: si tratta del potere e della democrazia, più che di moneta ed economia” [1]

Come è stato chiaro fin dall’inizio della crisi, la questione del debito è stata solo la scusa: la dimensione del debito greco è si esorbitante per quell’economia, ma rappresentava una cifra assolutamente gestibile nel contesto europeo. Quindi quali sono le ragioni che hanno portato all’imposizione di politiche così pesanti, che hanno indebolito l’Unione Europea oltre a condannare i greci a condizioni di vita impossibili?

Da una parte, come evidenzia Stiglitz, c’è stato uno scontro chiaro tra l’Unione Europea e le scelte democratiche del popolo greco, come è apparso evidente in occasione del referendum del 5 luglio scorso:

“Ma, ancora, non si tratta di soldi. Si tratta di utilizzare gli ultimatum per obbligare i greci ad arrendersi, e ad accettare l’inaccettabile – non solo le misure di austerità, ma altre misure recessive e punitive. […] Questa attenzione alla legittimazione popolare è incompatibile con le politiche dell’Eurozona, che non è mai stato un progetto realmente democratico. La maggior parte dei governi membri non ha ma chiesto l’approvazione popolare per abbandonare la sovranità monetaria in favore della Bce”

La natura antidemocratica dell’Unione Europea appare infatti in tutta evidenza in questi giorni, così come il disprezzo per un popolo che ha deciso di non accettare i diktat europei e di cercare un’altra soluzione. L’obiettivo europeo sembra essere quello di colpirne uno per educare gli altri 18 membri dell’Eurozona: le scelte di Bruxelles non si discutono; e chi lo fa ne paga un prezzo pesante.

Come scrive Demostenes Floros

“l’impressione è che lo scoglio sia politico più che economico, cioè che consista nel profilo ideologico dell’alleanza Syriza-Anel attualmente al governo ad Atene. Inoltre, un’intesa che non contempli la capitolazione dell’esecutivo greco rischia di creare un “pericoloso” precedente che potrebbe essere replicato in Spagna con Podemos e magari in Francia (dove si vota nel 2017) con il Front National.” [2]

Lo scontro di potere a cui accennano Stiglitz e Floros invece è apparso meno chiaro e nessun giornale o televisione lo ha raccontato. Eppure, proprio per la natura non economica della vicenda greca, appare quello più importante.

Lo scontro internazionale dietro la vicenda greca

La vicenda greca è stata fin dall’inizio una questione internazionale, che andava oltre i confini europei. Da una parte è il paese in cui la crisi europea ha avuto la ricaduta più dura. Dall’altra la Grecia, oltre ad essere membro dell’Unione Europea e dell’Eurozona, fa parte della Nato, ha questioni internazionali ancora aperte con la Turchia (tra cui Cipro) ed è situata in una posizione strategica, poiché controlla un tratto di mare da cui passano navi mercantili e militari.

Le continue telefonate che si sono scambiati i leader europei e il Presidente Usa Obama, così come le dichiarazioni di Russia e Cina hanno evidenziato l’enorme interesse per questo piccolo paese. Cercherò di mostrare il ruolo e la strategia dei diversi paesi nella vicenda greca. Mi soffermerò sui quattro paesi che hanno avuto un ruolo maggiore: Germania, Stati Uniti, Russia e Cina.

Germania: ritorno dell’imperialismo tedesco

E’ difficile comprendere la strategia tedesca sulla questione europea se ci si ferma alla lettura dei quotidiani. Questa viene spiegata solamente con il moralismo tedesco, che colpisce i greci “fannulloni e sfaticati” e “inaffidabili”, che non vogliono pagare un debito che hanno contratto. Una cosa che risulterebbe inaccettabile per l’etica protestante tedesca. Ma se questa fosse la spiegazione, il comportamento tedesco apparirebbe completamente irrazionale: imporre manovre recessive e punitive a un paese debitore, tale da creare una contrazione del Pil del 25% è il peggiore modo per vedere ripagato il proprio debito. Un debito costruito più per ripagare gli interessi composti su di esso (interessi a doppia cifra!) che il capitale realmente prestato.

A mio parere la ragione è un’altra. La Germania ormai da tempo cerca un ruolo di potenza mondiale, in concorrenza con le altre potenze mondiali (Usa, Giappone in primis) e sente il suo ruolo di potenza regionale europea come una prigione. In particolare sente l’Unione Europea come una cintura di forza che ne limita lo sviluppo politico: gli altri paesi europei, così come le lunghe procedure europee, ne limitano i movimenti e le impediscono di perseguire liberamente le proprie politiche. Per questo ormai da anni la Germania ha costruito un legame sempre più forte con la Russia, verso la quale ha diretto investimenti maggiori rispetto a quelli destinati altri stati europei. L’idea sostenuta chiaramente dalla destra tedesca della Merkel, ma condivisa con poche differenze dai socialdemocratici tedeschi, è che i due paesi siano complementari e un avvicinamento tra loro contribuirebbe a liberare la Germania dai lacci europei: da un lato c’è la Germania con la sua tecnologia e la sua organizzazione produttiva, ma carente dal lato delle materie prime; dall’altro c’è la Russia che al contrario è ricca di materie prime, ma che sta cercando di ammodernare e ricostruire il proprio apparato industriale e che quindi potrebbe beneficiare della tecnologia tedesca. Nello spazio tra i due paesi c’è una riserva di manodopera di alto livello e a basso costo (a causa della crisi dell’Unione Sovietica), che viene già oggi utilizzata dalle imprese tedesche [3]. Il simbolo di questa politica è il gasdotto North Stream che collega direttamente la Russia alla Germania, saltando i paesi alleati degli Stati Uniti, un progetto a cui si dedicò l’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder dopo aver perso le elezioni del 2005.

La Germania vuole quindi liberarsi dell’Unione Europea: da questo punto di vista il Grexit nasconde appena il Germanexit. L’imposizione di misure inaccettabili, che, se accettate aprono ad altre ancora più dure, non sono altro che una provocazione per fare uscire la Grecia dalla zona euro e forse dall’Unione Europea, consapevoli che l’uscita di un solo paese significherebbe di per sé la fine dell’unione, poiché sarebbe seguito da tutti i paesi del “Sud Europa”. Resterebbero legati alla Germania quei paesi che ne condividono la struttura economica e che rappresentano la prima cintura attorno al paese: Olanda, Lussemburgo, la parte fiamminga del Belgio, Austria [4], i paesi scandinavi.

A questo progetto geopolitico si affianca una necessità economica. La Germania ha basato il proprio successo economico su una rigida politica mercantilistica, basata su un surplus commerciale enorme verso il resto del mondo (198 Miliardi di Euro nel 2013, superiori ai 195 pre-crisi). In assenza di un esercito[5] degno delle sue ambizioni di potenza [6] [7], questo è stato il modo in cui l’imperialismo tedesco si è espresso negli ultimi decenni. I mercati europei, massacrati dalle politiche europee di austerità, non garantiscono più uno sbocco per l’eccedenza commerciale tedesca, che deve quindi rivolgersi verso altri paesi, in primis Russia e Cina. Non c’è quindi ragione per continuare a sostenere il mercato unico europeo, ormai prosciugato. Inoltre l’uscita dall’Unione Europea con la creazione di una o più monete svalutate rispetto al neo-marco tedesco, in assenza di controlli sui movimenti di capitali, permetterebbe al capitale tedesco di acquistare la residua capacità produttiva dei paesi europei del sud [8].

Da questo punto di vista, la strategia tedesca appare quindi razionale, non appena si abbandona l’ideologia europeista: provocare una crisi europea per liberarsi dell’Euro e dell’Unione Europea. Con possibili future conseguenze sulla partecipazione della Germania stessa alla Nato.

Stati Uniti: mantenere il controllo in Europa

Gli Stati Uniti sono entrati nelle vicende greche fin dall’inizio, fin da prima che Tsipras fosse eletto. Se si tiene conto di quanto detto in precedenza sui piani tedeschi, si capisce immediatamente la strategia americana.

In un primo momento gli Stati Uniti hanno simpatizzato per Tsipras poiché hanno visto nella sua ascesa un grimaldello per far saltare l’austerità europea. Gli Stati Uniti hanno infatti bisogno che la domanda in Europa riparta, per poter esportare e rinforzare così l’anemica crescita di cui beneficiano ora: questo è stato reso impossibile, finora, dall’austerità, che falcidiando la spesa pubblica e i salari ha reso difficili le esportazioni americane. Inoltre la fine dell’austerità significherebbe un aumento dei salari europei, che oltre a favorire i consumi, aumenterebbe i costi di produzione dei paesi europei, in particolare della Germania. Questo permetterebbe agli americani di contrastare i tedeschi sui mercati extra europei, riducendo così il surplus commerciale tedesco.

La simpatia iniziale di Obama spiega chiaramente anche le vicende della lista l’Altra Europa con Tispras. Tsipras ha infatti accettato che la lista italiana che si richiamava a lui fosse guidata da personaggi provenienti dal mondo di Repubblica-L’Espresso, un gruppo storicamente vicino ai Democratici Usa. Questo ha permesso di sterilizzare temporaneamente la nascita di una sinistra in Italia e di inserire nel gruppo del Gue due deputati attenti ai voleri degli Stati Uniti. Chi si è prestato a questo gioco porta quindi una pesante responsabilità.

Inoltre su un piano più geopolitico, gli Usa hanno bisogno che l’Unione Europea non cada in pezzi, proprio per legare la Germania e impedire che persegua le sue ambizioni [9]. E per tenere questa lontana dalla Russia, come hanno dimostrato le sanzioni: la Germania ha dovuto accettarle, sacrificando così un decennio di investimenti in Russia, per accodarsi, spinta dai partner europei, alle richieste americane. In sostanza, se l’Unione Europea è una camicia di forza per la Germania, questa deve rimanere; per questo né la Grecia, né gli altri paesi del sud devono uscirne.

Il supporto iniziale degli americani si è stemperato subito dopo l’elezione, a causa del comportamento ondivago di Tsipras: da un lato ha incontrato più volte russi e cinesi, dall’altro ha cercato di mantenere il rapporto con gli Stati Uniti. Vista lo scontro aperto tra Usa, Russia e Cina, questo ha fatto sorgere sospetti sull’affidabilità del Primo Ministro Greco. Per questo gli Usa hanno cercato di dirigere le politiche del governo greco tramite una doppia tattica, alternando inviti suadenti a minacce: una specie di carota e di bastone geopolitica per guidare il governo dove gli Usa volevano.

Nella strategia di Tsipras di avvicinamento alla Russia gli Usa vedevano il pericolo che, in caso di uscita, questa potesse cadere nell’influenza della Russia e che arrivasse addirittura a lasciare la Nato. Un pessimo segnale da questo punto di vista è stato l’accordo per il gasdotto Turkish Stream [10], che partendo dalla Russia dovrebbe attraversare due paesi Nato. Una cosa inaccettabile, che ha già provocato tentativi di rivoluzioni colorate in Macedonia.

Russia e Cina: vicinanza al popolo greco

Nella vicenda greca sono entrati anche i Brics, sebbene in maniera meno invadente rispetto ai paesi occidentali. Vediamo il ruolo di Russia e Cina, interessate alle vicende greche.

La Russia, come detto, rappresenta una possibile alternativa per la Grecia: in caso di uscita dall’Euro, il paese necessiterebbe di un aiuto finanziario immediato, di investimenti esteri e di un mercato di sbocco. Questo può essere rappresentato in primis dalla Russia. Le visite di Tsipras a Mosca sono state quindi benvenute: da un lato il premier greco poteva spaventare gli omologhi occidentali minacciando un avvicinamento alla Russia; dall’altro Putin vedeva in lui un mezzo per rompere l’assedio nei confronti del suo paese. Inoltre, come detto, la Grecia è importante per il gasdotto che sostituirà quello ucraino.

Questa alleanza beneficerebbe del crescente sentimento anti-europeo in Grecia e dell’altrettanto crescente sentimento filo russo, basato sulla comune appartenenza alla religione cristiano ortodossa.

Ha invece fatto discutere la dichiarazione cinese in favore della permanenza della Grecia nell’Unione Europea. Le ragioni che hanno portato i cinesi a questa dichiarazione hanno due radici. In primis i cinesi temono che una deflagrazione incontrollata dell’Eurozona, in seguito all’uscita dalla Grecia, possa danneggiarli tanto sul piano economico che su quello politico. Per continuare nella sua ascesa la Cina necessita di un contesto internazionale quanto più armonioso possibile, che gli permetta di colmare il gap economico, tecnologico e militare rispetto alle potenze imperialiste che la minacciano. Dall’altro c’è un interesse più concreto, legato al porto greco del Pireo: questo, nei loro progetti, rappresenta la porta di entrata delle merci cinesi nel mercato europeo. Un’uscita della Grecia dall’Unione Europea farebbe saltare tutto.

Da questo punto di vista quindi, i due paesi del Brics hanno dimostrato la loro vicinanza alla Grecia, ma non intendono, per il momento, supportarne un’uscita. Ci sono stati e ci saranno importanti investimenti nell’economia greca (a partire dalle infrastrutture) oltre a una espressa vicinanza politica, ma per il momento è necessario che la Grecia resti nell’Unione Europea. Un passo oltre verrebbe interpretato come una provocazione russa contro il mondo occidentale, proprio nel momento in cui si è raggiunta una (apparente) tregua in Ucraina. E se avvenisse da parte cinese, autorizzerebbe ingerenze più forti nei paesi ai confini della Cina in un momento in cui questa forse non si sente ancora pronta a contrastarli.

Il bluff di Tsipras. I limiti dell’europeismo ideologico

Un merito di tutta la vicenda greca, dall’elezione di Tsipras ad oggi, è quella di aver mostrato in maniera limpida qual’è il vero volto dell’Unione Europea (che mi piace chiamare l’europeismo reale), ben lontano dalla visione solidaristica e pacifica propagandata dai media, ma purtroppo condivisa da molto tempo anche a sinistra, tanto in Italia che nel resto del continente (una specie di europeismo ideologico e onirico).

Come avevamo sottolineato in occasione delle elezioni europee dello scorso anno:

“La crisi che ha investito l’Europa negli ultimi anni ha messo sempre più in chiaro il carattere regressivo dell’Unione Europea, evidenziando il carattere oligarchico e antidemocratico del suo funzionamento, il connotato di classe, euro-atlantico e neo-imperialista delle sue politiche, il pesante condizionamento delle sovranità nazionali degli Stati membri.[…]Non si tratta di semplici “errori di percorso” guidati da valutazioni politiche sbagliate, ma della logica conseguenza dell’impianto neo-liberista ed euro-atlantico dei Trattati europei: un impianto che fonda la concorrenza tra i Paesi dell’Unione, e in particolare dell’Eurozona, da un lato sull’abbassamento del costo del lavoro e sul taglio ai diritti dei lavoratori (dumping sociale), dall’altro sulla riduzione della fiscalità alle imprese (dumping fiscale). E su una politica estera subalterna alla Nato.” [11]

Questo sembra in contrasto con la visione di Tsipras e della Sinistra Europea.

“Syriza mantiene lo stesso punto di vista di fondo che l’aveva caratterizzata nel 2012 (e in realtà sin dalla sua fondazione): l’idea alla base del programma è quella di non uscire dall’Euro o dall’Unione Europea, quanto di trasformarla dall’interno in senso sociale.”

Tsipras e il suo partito pensavano fermamente che fosse possibile un cambiamento dell’Unione Europea attraverso un cambio dei governi. In un certo senso, hanno pagato il prezzo di una visione “democratica” dell’Ue, convinti che l’irrompere della democrazia e della partecipazione popolare (attraverso la vittoria alle elezioni e al referendum) avrebbero permesso di cambiare gli equilibri interni e di imporre una riforma di fatto della costruzione europea. In sostanza l’errore è stato quello di credere ingenuamente che l’Unione Europea fosse una costruzione socialmente neutrale e che il suo attuale carattere regressivo fosse causato da chi oggi la guida e non fosse intrinseco nella sua costruzione. Una ingenuità che oggi la sinistra e il popolo greco pagano a caro prezzo [12].

E proprio su questo si è arrivati alla sconfitta del terzo memorandum e alla rottura tra Tsipras e Varoufakis. Sebbene lo stesso Varoufakis partisse dalle stesse premesse ideologiche e considerasse l’uscita dall’euro una minaccia poco credibile [13] e una catastrofe, nel corso della sua permanenza al ministero ha poi cambiato idea. Come si legge in questa intervista fatta poco dopo le sue dimissioni, nel 2013 scriveva

“Un’uscita dall’Eurozona della Grecia, del Portogallo o dell’Italia porterebbe immediatamente a una frammentazione del capitalismo europeo, causando un surplus fortemente recessivo nelle regioni a est del Reno e a Nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa si impantanerebbe in una difficile stagflazione. Chi pensate ne beneficerebbe di questi sviluppi? Una sinistra progressista, che risorgerà come una fenice dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O Alba Dorata, i vari neofascisti, gli xenofobi? Io non ho alcun dubbio su chi dei due guadagnerà dalla disintegrazione della zona Euro” [14]

D’altra parte, una volta partite le negoziazioni, era necessario preparare un piano B, che prevedesse la reazione negativa dei creditori e preparasse la Grecia a un’eventuale uscita. O in ogni caso a rispondere con la stessa tenacia alle minacce. Come testimonia lo stesso Varoufakis nella stessa intervista, fin dal primo giorno ha pensato anche alla possibilità di un’uscita. Ma questa possibilità non è mai stata seriamente presa in considerazione dal governo.

“Non ho mai pensato che dovessimo passare direttamente a una nuova moneta. La mia idea era che – e così dissi al governo – se avessero osato chiudere le nostre banche, cosa che considero una mossa aggressiva di potenza inaudita, noi avremmo dovuto rispondere aggressivamente, ma senza passare la linea di non ritorno. Avremmo dovuto emettere IOU [15] (note di debito al portatore), o almeno dichiararlo; avremmo dovuto tagliare le obbligazioni greche del 2012 che detiene la Bce, o annunciare che l’avremmo fatto; e avremmo dovuto prendere il controllo della Banca Greca. Queste erano le tre cose che avremmo dovuto fare. […] Per un mese ho avvertito il governo che sarebbe successo (che la Bce avrebbe chiuso le banche), per obbligarci a un accordo umiliante. Quando poi è successo – e molti miei colleghi non potevano crederci – la mia raccomandazione di rispondere energicamente è stata respinta. […] E poi c’è stato il referendum, e questo ci ha dato una grande spinta, tale da giustificare questo tipo di risposta energica contro la Bce, ma quella stessa notte il governo ha deciso che la volontà del popolo, quel rimbombante No, non avrebbe dovuto spingere l’approccio energico. Invece questo avrebbe dovuto condurre a maggiori concessione all’altro lato: la riunione dei leader politici, con il nostro primo ministro che accetta la premessa che qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa faccia l’altro campo, noi non risponderemo mai in un modo che li possa sfidare. Ed essenzialmente questo significa piegarsi.. Smetti di negoziare”

In sostanza Tsipras non ha mai pensato veramente a un Grexit. Il gioco di Tsipras assomiglia quindi a un bluff: fare intendere che si potrebbe fare la tal cosa, minacciare velatamente per spaventare i creditori, ma senza mai lasciare la prospettiva di fondo di restare comunque nell’Unione Europea e nell’Eurozona. Ma ha sbagliato i calcoli. Tsipras supponeva che in fondo anche i creditori avessero a cuore l’Euro e il sogno europeo (l’europeismo onirico), e che al fine sarebbero quindi andati incontro al suo governo con concessioni migliorative. Ma come abbiamo visto, ha sbagliato completamente le previsioni: la Germania voleva un’uscita della Grecia e non avrebbe fatto niente per impedirla. A quel punto però il bluff era scoperto e Tsipras è stato costretto ad accettare qualsiasi condizione per non uscire dall’Euro. Anche perché non si era mai seriamente preparato a questa evenienza [16], e non aveva soprattutto preparato il popolo greco.

E ora? Quali saranno le conseguenze dell’accordo? E cosa sarebbe meglio fare per il governo greco?

Come osserva Lapavitsas, un economista eletto deputato per Syriza

“Syriza ha formato un governo con una strategia elettorale di grande successo, ma la sua strategia è collassata miseramente una volta al governo. L’accordo di lunedì non risolverà i problemi del paese ed è verosimile che sia totalmente inattuabile. La prospettiva di lasciare l’Unione Monetaria si porrà di nuovo tra brevissimo.” [17]

Se questo è il destino della Grecia (e degli altri paesi della periferia europea), allora risulta indispensabile prendere immediatamente coscienza di cosa è l’Unione Europea (e di cosa è sempre stata!) e preparare un piano alternativo. L’esperienza di Syriza e di Tsipras devono insegnarci, per evitare di commettere gli stessi errori. Come osserva Brancaccio

“Se davvero si vuol governare in questi tempi durissimi bisogna metter da parte la retorica europeista e globalista e occorre predisporre almeno un “piano B”. Servirebbe una nuova visione, io lo chiamo “nuovo internazionalismo del lavoro”, che favorisca i rapporti economici tra paesi che rispettino determinati standard sociali e introduca invece qualche limite agli scambi con quei paesi che pur di accumulare surplus verso l’estero insistono con una perniciosa politica deflazionista, fatta di schiacciamento dei salari e depressione della domanda interna. Si tratta di un lavoro complesso, non so dire se ci siano le condizioni oggettive per avviarlo. Credo tuttavia che sarebbe uno dei tasselli necessari per arginare l’onda montante di una nuova miscela di destra, fatta di liberismo e xenofobia, che mieterà sempre più consensi con l’inasprirsi delle contraddizioni interne all’Unione.” [18]

NOTE

1. Europe’s Attack On Greek Democracy http://www.socialeurope.eu/2015/06/europes-attack-on-greek-democracy/
2. Il piano B di Grecia e Germania dopo il referendum http://www.marx21.it/internazionale/europa/25829-il-piano-b-di-grecia-e-germania-dopo-il-referendum.html
3. Da questo punto di vista, appaiono chiare le ragioni che hanno portato gli Usa e altri paesi a organizzare e sostenere il colpo di stato di Piazza Maidan e il successivo governo ucraino: dividere la Germania dalla Russia e limitare l’espansione della Germania nell’Europa orientale, una volta feudo americano.
4. Anche in Austria avanza l’idea di uscire dall’Unione Europea L’Austria euroscettica chiede il referendum per uscire dall’UE http://it.sputniknews.com/politica/20150713/741111.html
5. E’ passato quasi sotto silenzio il ritorno dell’esercito tedesco in Africa dai tempi dell’Afrika Korps, in supporto della missione francese in Mali. Un primo passo che desta più di una preoccupazione, tenendo conto dei precedenti storici. Il ritorno dell’Afrika Korps la Merkel manda le truppe in Mali http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/01/19/il-ritorno-dellafrika-korps-la-merkel-manda.html
6. Da questo punto di vista, la Germania sta aumentando le spese militari, cercando di colmare il ritardo dovuto ai vincoli successivi alla seconda guerra mondiale. Per una vera politica di potenza, alla Germania manca ancora l’atomica, ma non è escluso che i prossimi anni possano portare il paese a dotarsi dell’arma nucleare. Germany To Boost Defense 6.2% Over 5 Years http://www.defensenews.com/story/defense/policy-budget/budget/2015/03/20/germany-budget-defense-spending-increase-nato-terrorist-merkel/25073443/
7. Nuovi orizzonti per la Marina tedesca http://www.analisidifesa.it/2015/04/nuovi-orizzonti-per-la-marina-tedesca/
8. Bisogna quindi ricordare che, in caso di uscita dalla moneta unica, i controlli sui capitali in entrata sono altrettando determinanti di quelli sui capitali in uscita.
9. Le numerose intercettazioni da parte americana che hanno visto come vittima la Merkel mostrano relazioni più tipiche di due avversari che di due alleati. Inoltre la riduzione della collaborazione tra la Nsa americana e i servizi tedeschi mostra chiaramente quali siano le tendenze in atto tra i due paesi: German intelligence halts internet surveillance for NSA http://rt.com/news/256729-german-intel-nsa-internet/
10. Su questo tema, così come sulle contraddizioni di Syriza, rimando al mio articolo di qualche mese fa: Riflessioni sul programma di Syriza e il futuro della Grecia http://www.marx21.it/internazionale/europa/25082-riflessioni-sul-programma-di-syriza-e-il-futuro-della-grecia.html
11. I COMUNISTI ITALIANI PER LE ELEZIONI EUROPEE: LE NOSTRE IDEE, IL NOSTRO PROGRAMMA http://www.comunisti-italiani.it/2014/05/22/i-comunisti-italiani-per-le-elezioni-europee-le-nostre-idee-il-nostro-programma-2/
12. É quindi un errore pensare che basti aspettare che Podemos o lo Sinn Fein vincano nei loro paesi per poter cambiare l’Unione Europea. Un’attesa vana, che mostra ancora una volta un europeismo che rifiuta di vedere la realtà.
13. Some of us always said it: Grexit was an incredible threat http://yanisvaroufakis.eu/2013/01/27/some-of-us-always-said-it-grexit-was-an-incredible-threat/
14. Yanis Varoufakis full transcript: our battle to save Greece http://www.newstatesman.com/world-affairs/2015/07/yanis-varoufakis-full-transcript-our-battle-save-greece
15. Mentre il governo greco sembra non aver mai preso seriamente questa possibilità, i suoi avversari l’hanno fatto, preparando anche le contromosse. Exclusive: ECB examines possibility of Greek IOU currency in case of default http://www.reuters.com/article/2015/04/17/us-eurozone-greece-ecb-exclusive-idUSKBN0N824Y20150417
16. Come testimonia Vaoufakis nell’intervista precedente “ La risposta è no. C’era un piccolo gruppo, un “gruppo di guerra” all’interno il ministero, di circa 5 persone che lo stavano facendo: così ci abbiamo lavorato teoricamente, sulla carta, pensando a tutto quello che avrebbe dovuto essere fatto in caso di Grexit.. Ma una cosa è farlo a livello di 5 persone, mentre tutt’altra cosa è preparare un paese. Per preparare un paese serve una decisione del governo, e quella decisione non è mai stata presa.”
17. Forget the euro, Greece needs a new currency http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jul/13/greece-rescue-package-eurozone-grexit-panel-verdict
18. Brancaccio: “Serve un piano B, la sinistra impari dall’errore di Tsipras” http://temi.repubblica.it/micromega-online/brancaccio-%E2%80%9Cserviva-un-piano-b-la-sinistra-impari-dall%E2%80%99errore-di-tsipras%E2%80%9D/

Lorenzo Battisti

Fonte: Marx21

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