La vera posta in gioco nella crisi ucrainaTribuno del Popolo
domenica , 22 gennaio 2017
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La vera posta in gioco nella crisi ucraina

La vera posta in gioco nella crisi ucraina

L’editoriale del N. 1-2 2014 di MARX Ventuno Rivista Comunista, in corso di distribuzione. La vera posta in gioco, nell’escalation della crisi ucraina da novembre ad oggi, non è l’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma l’annessione dell’Ucraina alla Nato.

L’Ucraina è una pedina fondamentale nel piano Usa di espansione a est, cominciato con l’in­globamento nella Nato di paesi dell’ex patto di Varsavia, dell’ex URSS e dell’ex Jugoslavia e corredato più di recente dal­l’in­stal­lazione di basi e forze militari a ridosso della Russia.

Armi di distrazione di massa

La guerra per il controllo del­l’Ucraina è iniziata con una possente psyop, operazione di guerra psicologica, in cui vengono usate le sperimentate armi di distrazione di massa. Le immagini con cui la televisione bombarda le no­stre menti ci mostrano militari russi che occupano la Crimea. Nes­sun dubbio, quindi, su chi sia l’aggressore.
Ci vengono però na­scoste altre immagini, come quella del segretario del partito comunista ucraino di Leopoli, Rotislav Vasilko, torturato da neonazisti che brandivano una croce di legno. Gli stessi che assaltano le sinagoghe al grido di “Heil Hitler”, risuscitando il pogrom del 1941.

Gli stessi finanziati e addestrati per anni, attraverso servizi segreti e loro “Ong”, dagli Usa e dalla Nato. Lo stesso è stato fatto in Libia e si sta facendo in Siria, utilizzando gruppi islamici fino a poco prima definiti terroristi.

La rappresentante Usa all’Onu Sa­mantha Power, paladina della “responsabilità di proteggere” spet­tante agli Stati uniti per diritto divino, ha chiesto l’invio di os­servatori Osce in Ucraina. Gli stessi che – guidati da William Walker, già agente del­l’in­tel­ligence Usa in Salvador – nel 1998/99 fecero da copertura alla Cia in Kosovo, fornendo all’Uck istruzioni e telefoni satellitari per la guerra che la Nato stava per lanciare.

Il Drang nach Osten della Nato

“Ben scavato, vecchia talpa!”: co­sì Marx descriveva il lavoro preparatorio della rivoluzione a metà Ottocento. La stessa immagi­ne può essere usata oggi, in senso rovesciato, per descrivere l’operazione condotta dalla Nato in Ucraina.

Essa inizia quando nel 1991, dopo il Patto di Varsavia, si disgrega anche l’Unione Sovietica: al po­sto di un unico stato se ne for­mano quindici, tra cui l’U­crai­na. Gli Stati Uniti e gli alleati europei si muovono subito per trarre il massimo vantaggio dalla nuova situazione geopolitica. Nel 1999 la Nato demolisce con la guerra la Federazione Jugoslava, stato che avrebbe potuto ostacolare la sua espansione a Est, e ingloba i primi paesi dell’ex Patto di Varsavia: Polonia, Repubblica ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004 e 2009, si estende a Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia; Slovenia e Croazia (repubbliche della ex Iugoslavia) e Albania.

L’Ucraina – il cui territorio di oltre 600mila kmq fa da cuscinetto tra Nato e Russia ed è attraversato dai corridoi energetici tra Russia e Ue – resta invece autonoma. Entra però a far parte del “Consiglio di cooperazione nord-atlantica” e, nel 1994, della “Partnership per la pace”, contribuendo alle operazioni di peacekeeping nei Balcani.

Nel 2002 viene adottato il “Piano di azione Nato-Ucraina” e il presidente Kučma annuncia l’in­ten­zio­ne di aderire alla Nato. Nel 2005, sulla scia della “rivoluzione arancione”, il presidente Jušenko viene invitato al summit Na­to a Bruxelles. Subito dopo viene lanciato un “dialogo intensificato sull’aspirazione del­l’U­crai­na a divenire membro della Nato” e nel 2008 il summit di Bu­carest dà luce verde al suo ingresso.

Nel 2009 Kiev firma un ac­cordo che permette il transito terrestre in Ucraina di rifornimenti per le forze Nato in Afgha­nistan. Ormai l’adesione alla Nato sembra certa ma, nel 2010, il neoeletto presidente Janukovyč an­nuncia che, pur continuando la cooperazione, l’adesione alla Nato non è nell’agenda del suo governo.

Nel frattempo però la Nato è riuscita a tessere una rete di legami al­l’interno delle forze armate ucraine. Alti ufficiali partecipano da anni a corsi del Nato Defense College a Roma e a Oberammergau (Germania), su temi riguardanti l’integrazione delle forze ar­mate ucraine con quelle Nato. Nello stesso quadro si inserisce l’i­stituzione, presso l’Accademia militare ucraina, di una nuova “facoltà multinazionale” con docenti Nato. Notevolmente sviluppata anche la cooperazione tecnico-scientifica nel campo de­gli armamenti per facilitare, attra­verso una maggiore interoperabilità, la partecipazione delle for­ze armate ucraine a “operazioni congiunte per la pace” a guida Nato. Inoltre, dato che “mol­ti ucraini mancano di informazioni sul ruolo e gli scopi del­l’Alleanza e conservano nella pro­pria mente sorpassati stereotipi della guerra fredda”, la Nato istituisce a Kiev un Centro di informazione che organizza incontri e seminari e anche visite di “rappresentanti della società civile” al quartier generale di Bruxelles.

Per capire cosa stia succedendo in Ucraina non basta il fermo immagine di oggi, ci vuole tutto il film. La sequenza del­l’espan­sione ad Est della Nato, che in dieci anni (1999-2009) ha inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia prima alleati dell’Urss, tre dell’ex Urss e due della ex Jugoslavia; che ha spostato le sue basi e forze militari, comprese quelle a capacità nucleare, sem­pre più a ridosso della Russia, armandole di uno “scudo” anti-missili (strumento non di difesa ma di offesa). Ciò, nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca, ignorati o derisi come “sor­passati stereotipi della guerra fredda”.

La Nato brinda al golpe ucraino e potenzia la sua forza

Alla riunione dei ministri della difesa svoltasi il 26-27 febbraio al quartier generale di Bruxelles, il primo punto all’ordine del gior­no è stata l’Ucraina, con la quale – sottolineano i ministri nel­la loro dichiarazione – la Nato ha una “distintiva partnership” nel cui quadro continua ad “assisterla per la realizzazione delle riforme”. Prioritaria “la cooperazione militare” (grimaldello con cui la Nato è penetrata in Ucraina). I ministri “lodano le forze ar­mate ucraine per non essere intervenute nella crisi politica” (lasciando così mano libera ai grup­pi armati) e ribadiscono che per “la sicurezza euro-atlantica” è fon­damentale una “Ucraina stabile” (ossia stabilmente sotto la Nato). I ministri hanno quindi trat­tato il tema centrale della Connected Forces Initiative, la quale prevede una intensifica zio­ne del­l’ad­de­stramento e delle esercitazioni che, unitamente al­l’uso di tecnologie militari sem­pre più avanzate, permetterà alla Nato di mantenere un’alta “prontezza operativa ed efficacia nel com­battimento”. Per verificare la preparazione, si svolgerà nel 2015 una delle maggiori esercita­zio­ni Nato “dal vivo”, con la parte­cipazione di forze terrestri, marittime e aeree di tutta l’Al­lean­za. La prima di una serie, che l’Ita­lia si è offerta di ospitare. Viene allo stesso tempo potenzia­ta la “Forza di risposta della Na­to” che, composta da unità ter­restri, aeree e marittime fornite e rotazione dagli alleati, è pron­ta ad essere proiettata in qual­siasi momento in qualsiasi teatro bellico. Nel­l’ad­de­stra­mento dei suoi 13mi­la uomini, svolge un ruolo chiave il nuo­vo quartier generale delle Forze per le operazioni spe­ciali che, situato in Belgio, è coman­dato dal vice-ammiraglio sta­tunitense Sean Pybus dei Navy SEALs.

Il nuovo concetto strategico Usa/Nato

La preparazione di queste forze rientra nel nuovo concetto strategico adottato dall’Alleanza, sulla scia del riorientamento strategico statunitense. Per spiegarlo meglio è intervenuto a Bruxelles il se­gretario alla difesa Chuck Hagel, che ha da poco annunciato un ridimensionamento delle forze terrestri Usa da 520mila e circa 450mila militari. Ma, mentre riduce le truppe, il Pentagono accresce le forze speciali da 66mila a 70mila, con uno stanziamento aggiuntivo di 26 miliardi di dollari per l’addestramento.

Gli Usa, spiega Hagel, “non intendono più essere coinvolti in grandi e pro­lungate operazioni di stabilità oltremare, sulla scala di quelle dell’Iraq e l’Afghanistan”. È il nuovo modo di fare la guerra, con­dotta in modo coperto attraverso forze speciali infiltrate, dro­ni armati, gruppi (anche esterni) finanziati e armati per destabilizzare il paese, che prepara­no il terreno all’attacco condotto da forze aeree e navali.

La nuova strategia, messa a punto con la guer­ra di Libia, implica un maggio­re coinvolgimento degli alleati.

Usa/Nato versus Russia: strategia della tensione

Quella Usa/Nato è una vera e propria strategia della tensione che spinge la Russia (come venne fatto con l’Urss) a una sempre più costosa corsa agli armamenti, con l’obiettivo di fiaccarla accrescendone le difficoltà economiche interne che gravano sulla mag­gioranza della popolazione, stringendola alle corde perché rea­gisca militarmente e possa essere messa al bando dalle “grandi democrazie” (da qui la minaccia di escluderla dal G8).

Putin nella lista dei “cattivi”

Obama, Cameron e Hollande, strenui difensori dei diritti umani con cui motivano le loro guerre e le relative stragi, hanno fatto capire di non essere andati alle “Olimpiadi dello zar Putin” (come le chiamano all’unisono i media occidentali), perché in Russia si vieta la propaganda gay, e Letta ha promesso di ribadire a Soči la contrarietà dell’Italia a qualunque normativa discriminatoria nei confronti dei gay. Lo ha dichiarato pochi giorni dopo aver lodato ufficialmente a Dubai “la posizione umanitaria degli Emirati” e aver espresso analoghi ap­prezzamenti nei confronti delle altre monarchie del Golfo, i cui codici penali puniscono i rapporti consenzienti tra adulti dello stesso sesso con dieci anni di car­cere e, in Arabia Saudita, con la fustigazione o la lapidazione. La scesa in campo di Obama, Letta e altri leader a fianco dei gay in Russia è quindi del tutto strumentale. Come lo è l’ac­cusa a Mosca di aver speso troppo per le Olimpiadi e di volerle usare a fini di propaganda nazionale, cosa che fanno tutti i paesi che le ospitano, a causa del meccanismo stesso di questo evento internazionale che andrebbe profondamente rivisto.

Tali accuse, pur avendo una base di verità, hanno un fine ben preciso: alimentare nell’opinione pub­blica un nuovo clima da guerra fred­da, funzionale alla strategia Usa/Nato che incontra a Mosca una crescente opposizione. Se al potere in Russia ci fosse ancora El’cin, disponibile a ogni concessione agli Usa e all’Oc­ci­dente, nessuno definirebbe quelle di Soči “le Olimpiadi dello zar El’cin”.

A insindacabile giudizio di chi a Washington stabilisce il voto in condotta dei governanti, El’cin è iscritto nella lista dei “buoni”, men­tre Putin sta finendo in quella dei “cattivi”.

L’elenco da cui viene scelto di volta in volta “il nemico numero uno” (come sono stati Saddam Hussein, Milošević, Gheddafi), che serve a giustificare l’esca­la­tion militare fino alla guerra. Il bersaglio su cui di volta in volta si concentrano gli attacchi politici e mediatici, ingigantendone le malefatte per nascondere quelle ben maggiori di chi si erge a tutore dei diritti umani.

Un nuovo “scudo antimissili” per il first strike contro Mosca

L’installazione di missili Iskander a capacità nucleare nel­l’en­clave russa di Kaliningrad tra Polonia e Lituania, come risposta allo “scudo antimissili”, è stata confermata nel dicembre scorso dal Ministero della difesa russo. Im­mediata la reazione statunitense: il Dipartimento di stato ha espresso “preoccupazione” e ha “esortato Mosca a non fare passi che destabilizzano la regione”.

I passi destabilizzanti, in realtà, li hanno già fatti da tempo gli Stati uniti. Con il pretesto di difendere l’Europa dalla minaccia dei missili iraniani (ad oggi inesistente, tanto più che l’Iran sta dando garanzie sull’uso non-mi­li­tare del suo programma nucleare), hanno cominciato a realizzare in Europa uno “scudo antimissili” il cui scopo reale è acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia: se riuscissero a realizzare un efficiente “scudo anti­missili”, gli Usa avrebbero la capacità di lanciare un first strike nucleare e, allo stesso tempo, la capacità di neutralizzare la rappresaglia.

Ciò costituirebbe un forte strumento di pressione su una Russia che riemerge come potenza in gra­do di contrapporsi agli Stati uniti su più versanti.

Sotto un altro aspetto, lo “scudo” già funziona: esso crea nuove ten­sioni Ovest-Est, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa, così da legare i paesi de­ll’Eu­ro­pa orientale sempre più al carro di Washington e mantenere la leadership su quelli dell’Europa occidentale.

L’amministrazione Obama non ha cancellato, come aveva fatto credere, il piano del­l’am­mi­ni­stra­zio­ne Bush, ma l’ha sostituito con uno nuovo ancora più destabilizzante. Esso prevede lo schieramento iniziale di 24 missili SM-3 in Polonia e altrettanti in Romania, e di un numero imprecisato di missili Aegis su navi da guerra nel Mediterraneo, integrati da un potente radar in Turchia e da radar mobili rapidamente dislocabili a ridosso del territorio russo.

Questa è solo la prima fase, alla quale seguiranno altre installazioni di missili e radar anche in Italia. La Polonia, che ora chiama la Nato e l’Unione europea a pren­dere misure contro la minaccia dei missili russi, ha da tempo accettato i missili statunitensi e ha deciso di integrare lo “scudo” Usa con uno proprio, preventivando una spesa di 33,6 miliardi di euro per acquistarlo chiavi in mano dagli Usa. Intanto, mentre costruisce lo “scudo”, l’am­mi­ni­stra­zione Obama affila la spada: procede infatti ad ammodernare le centinaia di bombe nucleari B61-11 dislocate in Europa, che vengono trasformate in B61-12, utilizzabili come bombe anti-bun­ker per il first strike.

La Nato “alleanza nucleare”

Significativo è che la visita di Oba­ma in Europa si sia aperta con il “terzo Summit sulla sicurezza nucleare”, una creazione del­lo stesso Obama per “mettere in condizione di sicurezza il materiale nucleare e prevenire così il terrorismo nucleare”. Questo no­bile intento perseguono gli Sta­ti uniti, che hanno circa 8000 te­state nucleari, tra cui 2150 pronte al lancio, alle quali si aggiungono le 500 francesi e britanniche, portando il totale Nato a oltre 2600 testate pronte al lancio, a fronte delle circa 1800 russe. Potenziale ora accresciuto dal­la fornitura del Giappone agli Usa di oltre 300 kg di plutonio e una grossa quantità di uranio arricchito adatti alla fabbricazione di armi nucleari, cui si aggiungono 20 kg da parte dell’Italia.

Partecipa al summit sulla “sicurezza nucleare” anche Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente (non aderente al Trat­tato di non-proliferazione) – che possiede fino a 300 testate e produce tanto plutonio da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki.

Il presidente Obama ha contribuito in particolare alla “sicurezza nu­cleare” dell’Europa, ordinan­do che circa 200 bombe B-61 schierate in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia (violando il Trattato di non-pro­li­fe­ra­zio­ne), siano sostituite con nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, progettate in particolare per il caccia F-35, comprese quelle anti-bunker per distruggere i centri di comando in un first strike nucleare.

L’Italia ha ancora una volta il ruo­lo di base avanzata della strategia nucleare statunitense: oltre a ospitare almeno 90 bombe nucleari, al cui uso viene addestrata anche l’aeronautica italiana violando il Trattato di non-pro­li­fe­ra­zio­ne, ospita una della quattro stazioni terrestri del Muos, il sistema di comunicazioni di nuova generazione che, fanno sapere fon­ti del Pentagono, è uno strumento del Comando strategico degli Stati uniti. Ossia del coman­do che sovrintende ai piani di guerra nucleare.

Dato che la Russia, oltre agli Iskander, sta schierando anche mis­sili a lungo raggio in funzione anti-scudo, Niscemi, sede della stazione Muos, diventa automaticamente uno dei bersagli su cui sono puntati i missili.

Durante la guerra fredda, lo era la vicina Comiso, dove gli Usa avevano schierato i missili nucleari Crui­se.

La vecchia guerra fredda è finita, ma per iniziativa di Washington se ne sta preparando una nuova non meno pericolosa.

Imperialismo “classico”: aggressione militare ed economica

Scopo centrale della visita del pre­sidente Obama in Europa – dichiara Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale – è “premere per l’unità del­l’Oc­ci­den­te” di fronte alla “invasione russa della Crimea”.

“Cambia il qua­dro geopolitico”, annuncia il segretario generale della Nato: “Gli alleati devono rafforzare i loro legami economici e militari di fronte al­l’ag­gres­sione militare russa contro l’Ucraina”.

Si prospetta dunque non solo un rafforzamento militare della Nato perché accresca “la prontezza operativa ed efficacia nel combattimento”, ma allo stesso tempo una “Nato economica”, tramite “l’accordo di libero scambio Usa-Ue” funzionale al sistema geopolitico occidentale dominato dagli Stati uniti.

Un cappio al collo dell’Ucraina

La corda di salvataggio che il Fmi e la Ue lanciano a Kiev, attraverso prestiti di miliardi di dol­lari, è in realtà un cappio al collo. Il debito estero del­l’U­crai­na, documenta la Banca mondiale, si è decuplicato in dieci anni superando i 135 miliardi di dollari. Solo d’interessi l’Ucraina de­ve pagare circa 4,5 miliardi annui.

A questo serviranno i nuo­vi prestiti che, accrescendo il debito este­ro, costringeranno Kiev a “liberalizzare” ancor più l’e­co­no­mia, svendendo alle multinazionali e alle banche occidentali tutto ciò che resta da privatizzare. Le condizioni annesse ai prestiti ven­gono dettate dal Fondo monetario internazionale, dominato dagli Stati uniti (che detengono il 17,5% dei voti, sette volte più del­la Russia) e dalle altre maggiori potenze occidentali, mentre uno stato come l’Ucraina ha diritto solo a mezzo voto.

In tale situazione, per responsabilità dei governi succedutisi dal 1991 ad oggi, è stato portato il paese, pur possedendo ancora una notevole base industriale e agricola e avendo concluso nel 2009 con Mosca un vantaggioso accordo decennale sui diritti di transito delle forniture energetiche russe all’Europa.

La “strategia aggressiva” di Obama contro il gas russo

Obama preme sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas e petrolio russo.

Obiettivo non facile. L’Unione europea dipende per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: Germania e Italia per il 30%, Sve­zia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%.

L’amministrazione Obama, scrive il New York Times, persegue una “strategia aggressiva” che mi­ra a ridurre le forniture energetiche russe all’Europa: essa pre­vede che la ExxonMobil e altre compagnie statunitensi forniscano crescenti quantità di gas all’Europa, sfruttando i giacimen­ti mediorientali, africani e al­tri, compresi quelli statunitensi la cui produzione è aumentata permettendo agli Usa di esportare gas liquefatto.

In tale quadro rientra la “guerra dei gasdotti”: obiettivo statuniten­se è bloccare il Nord Stream, che porta nella Ue il gas russo attraverso il Mar Baltico, e impedire la realizzazione del South Stream, che lo porterebbe nella Ue attraverso il Mar Nero.

Ambedue aggirano l’Ucraina, attraverso cui passa oggi il grosso del gas russo, e sono realizzati da consorzi guidati dalla Gazprom, di cui fanno parte compagnie europee. Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, ha avvertito il governo che, se venisse bloccato il progetto South Stream, l’Italia perderebbe ricchi contratti, come l’appalto da 2 miliardi di euro che la Saipem si è aggiudicata per la costruzione del tratto sotto­marino. Bisogna però fare i con­ti con le pressioni Usa.

La strategia Usa nella crisi ucraina

La strategia di Washington ha un duplice scopo.

Da un lato, mettere l’Ucraina nelle mani del Fmi, dominato dagli Usa, e annetterla alla Nato sotto leadership statunitense, ridimensionando così la Russia, che ha rilanciato la sua politica e­stera (v. il ruolo svolto in Siria) e si è riavvicinata alla Cina, creando una potenziale alleanza in grado di contrapporsi alla superpotenza statunitense.

Dall’altro, sfruttare la crisi ucrai­na, che Washington ha contribuito a provocare, per rafforzare l’in­fluenza statunitense sugli alleati europei, alimentando in Europa uno stato di tensione che per­metta agli Usa di mantenere tramite la Nato la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di valori: con il governo tedesco Washington tratta per la spartizione di aree di influenza, con quello italiano (“tra i nostri amici più cari al mondo”) si limita a pacche sulle spalle sapendo di poter otte­nere ciò che vuole.

[per l’estensione di questo testo sono stati ripresi e rielaborati articoli pubblicati sul “manifesto” tra dicembre e marzo]

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