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sabato , 27 maggio 2017
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L’accerchiamento del Brasile

Cosa pensano di fare il Pentagono, il Comando Sud e la cupola finanziaria degli USA di fronte a una situazione che, di fatto, rappresenta una sfida all’egemonia della superpotenza nella regione? Non lo sappiamo con precisione, ma tutto fa pensare ad una crescente destabilizzazione del Venezuela e di altri Paesi chiave, in modo da circondare il Brasile con scenari di conflitto, come si sta già facendo per ostacolare Cina e Russia.”

Traduzione di Sandro Scardigli per Marx21.it

Il petrolio brasiliano e la destabilizzazione della Bolivia

Il 12 novembre l’agenzia internazionale dell’energia (IEA è il suo acronimo in Inglese) ha pubblicato a Londra il rapporto Le prospettive energetiche mondiali, dove si prevede che il fabbisogno energetico aumenterà di un terzo da qui al 2035 a causa dell’incremento dei consumi da parte di Cina, India e Medio Oriente. Il documento affronta, insieme a molte altre tematiche, la questione delle differenze regionali nel prezzo dell’energia e di come questo fatto possa frustrare la crescita delle economie.

La “star” del rapporto è il Brasile, al quale viene dedicato un capitolo dove si afferma che il gigante sudamericano “è all’avanguardia nell’esplorazione in acque profonde” e nelle energie che non provengono dagli idrocarburi, grazie alle sue ingenti risorse idroelettriche. Anticipa che nel 2035 “il Brasile sarà diventato un importante esportatore di petrolio e produttore mondiale di energia”, essendo responsabile di “un terzo della crescita dell’offerta petrolifera mondiale”.

Secondo l’agenzia internazionale “le risorse del Brasile sono abbondanti e diversificate” e vanno dalle energie rinnovabili alle maggiori scoperte di giacimenti petroliferi al mondo dell’ultimo decennio. Secondo le stime della IEA, coincidenti con i progetti annunciati da Petrobras (la compagnia energetica brasiliana a partecipazione statale, ndt) , la produzione petrolifera del Brasile passerà dai 2.2 milioni di barili al giorno attuali a 4.1 milioni nel 2020, fino ad arrivare a 6.5 milioni nel 2035, facendo diventare il Paese sudamericano il 6° produttore mondiale.

Non sono tutte qui le potenzialità energetiche brasiliane. La IEA assicura che nel 2035 il Brasile controllerà il 40% del commercio mondiale dei biocombustibili, giacché possiede terre sufficienti ad espandere le sue coltivazioni di canna da zucchero per produrre etanolo, che riusciranno a soddisfare un terzo della domanda interna di combustibile per i trasporti. “Il Brasile è già il leader mondiale delle energie rinnovabili e arriverà a duplicarne la produzione entro il 2035”, per un ammontare di un milione di barili di petrolio, sostiene il rapporto.

Far diventare realtà queste previsioni impone giganteschi investimenti per l’estrazione in acque profonde, ossia circa 60 miliardi di dollari all’anno. Quest’anno Petrobras ha installato nove piattaforme marittime e ha investito circa 50 miliardi di dollari. L’agenzia energetica calcola che da qui al 2035 Petrobras sarà diventata la leader mondiale, con il 60% del petrolio estratto nelle acque profonde. Il Brasile è così l’unico membro dei BRICS che combina una potente industria, un enorme settore agro-alimentare e un’ingente produzione di energia, fattori che lo rendono meno vulnerabile della (per esempio) Cina.

Cosa pensano di fare il Pentagono, il Comando Sud e la cupola finanziaria degli USA di fronte a una situazione che, di fatto, rappresenta una sfida all’egemonia della superpotenza nella regione? Non lo sappiamo con precisione, ma tutto fa pensare ad una crescente destabilizzazione del Venezuela e di altri Paesi chiave, in modo da circondare il Brasile con scenari di conflitto, come si sta già facendo per ostacolare Cina e Russia.

The Wall Street Journal, in un recente editoriale, svela alcuni obiettivi non dichiarati ma plausibili. Mary Anastasia O’Grady, nel suo editoriale settimanale, si chiede: “La Bolivia sarà il nuovo Afghanistan?” ( The Wall Street Journal, 27 ottobre 2013). L’editoriale è allucinante e sarebbe anche esilarante, se non fosse stato pubblicato su uno dei più influenti quotidiani del mondo, che riflette il punto di vista delle élites del settore finanziario e di quello più guerrafondaio delle forze armate.

“Il Paese andino è diventato un santuario del crimine organizzato e un porto sicuro per i terroristi”, recita il sottotitolo. La giornalista ricorda come l’Afghanistan, dopo l’occupazione sovietica, si trasformò in “una incubatrice del crimine organizzato”, essendo un luogo propizio per personaggi come Osama Bin Laden. “E’ possibile che qualcosa di simile stia succedendo in Bolivia. Il governo è un difensore dei produttori di cocaina. La presenza iraniana sta crescendo”. Aggiunge che Evo Morales e Álvaro García Linera “cominciarono a creare un narco-Stato quando arrivarono al potere nel 2006”.

L’editoriale mette presunte notizie accanto ad affermazioni degne di un’agenzia spionistica. “E’ possibile che l’Iran abbia finanziato parzialmente o totalmente la costruzione di una nuova base di addestramento militare dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe, ndt) nella regione di Santa Cruz”. Non c’è niente che dimostri questo “è possibile”, ma soltanto il fatto che l’ambasciata iraniana a La Paz disporrebbe di molti funzionari.

L’editoriale della settimana successiva è indirizzato contro il Brasile e la sua “farsa” nel denunciare lo spionaggio statunitense. “Il sostegno a Cuba – sostiene O’Grady – colloca il Brasile dalla parte sbagliata nello scacchiere geopolitico” (The Wall Street Journal, 3 novembre). Si potrebbe sempre pensare che si tratti delle affermazioni di una persona poco seria o addirittura, come suggerisce la rivista NACLA, quasi deliranti. Ma ‘O Grady non è una qualsiasi giornalista che scrive su un qualsiasi giornale di provincia. Ha lavorato per un decennio nella finanziaria Merril Lynch e fa parte del selezionato gruppo redazionale del quotidiano più diffuso degli USA. Sarà un delirio pensare che certi settori del potere stiano architettando operazioni molto più ambiziose di quelle che hanno portato al rovesciamento degli ex Presidenti Manuel Zelaya in Honduras e Fernando Lugo in Paraguay? È impossibile dirlo con precisione, ma è bene ricordare che uno dei punti nodali della strategia degli USA per mantenere il loro ruolo di superpotenza è quello di impedire la nascita di potenze regionali che possano disputare al gigante del Nord il suo ruolo preponderante.

Alcuni analisti brasiliani sostengono che la strategia del Pentagono consiste nell’esercitare pressioni alle frontiere del Brasile trasformando i Paesi vicini in “Stati falliti”, categoria nella quale si potranno collocare in futuro nazioni come Bolivia, Paraguay e forse perfino Argentina e Uruguay, con la scusa del traffico di droga (Defesanet 1° novembre). Ci troviamo nel mezzo di un periodo di cambiamenti che comporta convulsioni di ogni tipo. È necessario prepararsi ad affrontarle.

di Raúl Zibechi* | da www.jornada.unam.mx

*Raúl Zibechi è giornalista e analista uruguayano, collaboratore di Atlas Alternatif

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