L'agenda strategica dell'America Latina nel mondo in trasformazioneTribuno del Popolo
martedì , 17 ottobre 2017
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L’agenda strategica dell’America Latina nel mondo in trasformazione

La Conferenza di Bandung, celebrata nell’aprile del 1955, è uno dei momenti più importanti per l’affermazione dei paesi del Terzo Mondo e per l’emergere del Movimento dei Paesi Non Allineati. Quella riunione a cui parteciparono 22 paesi asiatici e 5 africani, si basava sui principi della lotta anticoloniale e antimperialista e formulava un vasto appello all’autodeterminazione e lo sviluppo dei popoli centrato sulla solidarietà, la cooperazione economica e culturale e la pace mondiale.

Il Movimento dei Non Allineati fissò come elemento principale la fine della Guerra Fredda, le lotte nazionali per l’indipendenza, lo sradicamento della povertà e lo sviluppo economico, attraverso organizzazioni regionali e politiche economiche di cooperazione tra i paesi del Terzo Mondo.

Lo spirito di Bandung permise di creare un ampio consenso tra i principali leader e i popoli di Asia, Africa e America Latina in merito all’affermazione della pace e dei principi di coesistenza pacifica, in un momento in cui il mondo viveva una situazione di estrema tensione, minacce permanenti di guerra e l’invasione e l’occupazione militare come strumenti di dominazione economica e politica.

I cinque principi di coesistenza pacifica, elaborati dal primo ministro cinese Chou En-lai e ratificati dal premier indiano Jawaharlal Nehru nel 1954, furono dichiarati dalla Conferenza di Bandung come parte dei principi generali che legavano la libertà alla sovranità dei popoli. Ispirata a questi principi, nel gennaio 1958 si svolse al Cairo la Prima Conferenza di Solidarietà con i Popoli di Asia e Africa e successivamente, a Cuba, la Prima Conferenza di Solidarietà Tricontinentale.

Tale eredità storica delle lotte del Terzo Mondo si rivela di grande utilità per la strategia contemporanea di affermazione di un sistema multipolare basato su processi di civilizzazione che oggi riceve impulso da una serie di paesi, di Stati nazionali, di movimenti sociali e da una pluralità di culture e identità. Movimenti clandestini sottoposti al fuoco di poderose potenze colonialiste si trasformano in vittoriosi attori politici che costruiscono nuovi Stati con crescente impatto economico, politico e culturale nel sistema mondiale.

E’ un cambiamento fondamentale che rappresenta una sfida concettuale per le forze progressiste e obbliga a rompere con modelli e politiche volte principalmente alla denuncia, per assumere la propria responsabilità storica nella conduzione dei propri popoli e dei processi di trasformazione del mondo contemporaneo, da cui emerge, inesorabilmente, il nuovo ordine mondiale.

Dagli anni 50, queste nazioni sono state oggetto di azioni neocoloniali, ma hanno avuto la capacità di destrutturare gradualmente tali offensive. E’ così che il Movimento dei Non Allineati riuscì a costruire istituzioni vittoriose, nonostante la resistenza che doveva affrontare, come l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo), l’OPEP (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) e la Trilateral. La creazione dell’Associazione degli Economisti del Terzo Mondo contribuì a questo processo con elementi teorici e concettuali fondamentali.

In questo contesto, si evidenzia particolarmente il ruolo della Cina, che ha potuto costruire una gigantesca economia superando la fame e la miseria della sua popolazione, affermandosi come una potenza industriale esportatrice e avanzando verso l’avanguardia scientifica e tecnologica del mondo. Altre nazioni come India, Indonesia ed Egitto hanno sviluppato importanti processi di  affermazione nazionale rafforzando lo spirito di unità dei popoli ispirato alla dichiarazione di Bandung.

Gli importanti progressi nei processi di integrazione latinoamericana, che trovano nel Brasile un agente fondamentale, sebbene vacillante; la vittoria sull’apartheid in Sudafrica e l’avanzata che ciò rappresenta per l’unità africana; il recupero della leadership russa nella riconfigurazione del continente euroasiatico in alleanza con la Cina e la crescente resistenza dei paesi del Medio Oriente alla strategia di dominazione e militarizzazione degli USA, fissano una nuova situazione geopolitica mondiale. Questo insieme di cambiamenti distrugge l’egemonia dell’Atlantico del Nord nel sistema mondiale, come vedremo più avanti.

L’emergere della Cina, la decadenza dell’atlantismo e il nuovo ordine mondiale

Chi pretenda di vedere nell’emergere della Cina nell’economia mondiale solo un fenomeno economico recente, sta lasciando da parte la possibilità di comprendere un fenomeno socio-culturale molto più complesso: la rielaborazione di un processo di civilizzazione asiatico che trova nella Cina contemporanea il suo centro più dinamico di sviluppo economico, scientifico e tecnologico, finanziario e culturale, capace di attivare le enormi forze creatrici di tutta una regione. La Via della Seta si attiva nuovamente per dare dinamismo al sistema mondiale del secolo XXI e ri-orientare l’economia mondiale verso il continente asiatico, come era accaduto dal secolo IX al secolo XVII.

Il ciclo oceanico dell’economia mondiale iniziato con l’espansione iberica nel secolo XV, continuato con l’egemonia olandese e inglese e, in seguito, nordamericana, sembra aprire la strada al ritorno del continente eurasiatico, ristrutturando, allo stesso tempo, le strategie militari basate sul potere navale verso il recupero del ruolo delle grandi superfici continentali. Ciò spiega il fatto che le potenze egemoniche dell’economia mondiale del secolo XXI poggiano sempre più su grandi economie continentali, con un ruolo crescente dei processi di integrazione regionali.

L’analisi geopolitica non può perdere di vista un fenomeno nuovo nella dinamica globale: l’importanza crescente delle economie del Sud nella definizione di un nuovo ordine economico internazionale e nella creazione di nuove forme di convivenza sul pianeta. Tale tendenza non può essere analizzata solo come un fenomeno economico ma come parte di un processo di affermazione dei popoli del Sud a partire dalle loro radici di civiltà che si trasformano in strumenti fondamentali di costruzione identitaria nell’elaborazione di forme proprie di sviluppo economico e sociale. L’umanità si ribella contro i tentativi dell’egemonismo imperiale e le concezioni esclusive del processo civilizzatore. La ricchezza delle esperienze culturali che caratterizzano la storia dell’umanità dovrà rappresentare uno dei principali strumenti per la costruzione di una civiltà planetaria.

Il pensiero economico conservatore non è capace di comprendere l’impatto di una crescita economica permanente di circa il 10% all’anno per 30 anni. Gli analisti occidentali si sono affannati a prevedere, anno dopo anno, l’insuccesso della Cina che, secondo loro, sarebbe minacciata da pericolosi processi inflazionistici. Ma il successo dello sviluppo cinese proietta inesorabilmente questo paese al centro dell’economia mondiale. Questi cambiamenti sono stati accolti con misura e moderazione dal governo cinese, causando spavento in un mondo capitalista dominato dal marketing e l’improvvisazione.

Negli ultimi tre anni il PIL misurato sul potere d’acquisto paritario (PPP) consacra la leadership della Cina nell’economia mondiale. Secondo la Banca Mondiale, le principali economie nel mondo, misurate sul potere d’acquisto paritario, saranno nel 2015 le seguenti (in migliaia di milioni di dollari): in primo luogo la Cina (18.976); seguita dagli Stati Uniti (18.125); India (7.997); Giappone (4.843); Germania (3.815); Russia (3.458); Brasile (3.259); Indonesia (2.840); Regno Unito (2.641) e Francia (2.634) al decimo posto.

In questo nuovo contesto, l’agire della Cina si fa più audace: sul piano finanziario, la Cina apre la prospettiva della Banca dei BRICS, con un capitale di 100 mila milioni di dollari per investimenti e un capitale simile destinato a fondi di riserva. Allo stesso tempo si crea la Banca Asiatica che disporrà di un volume ancora maggiore di risorse e che già ha reso possibile la partecipazione di soci occidentali, insieme a quelli asiatici. Questo processo ha avuto un successo insperato nell’attrarre 24 paesi, quasi tutti considerati nella sfera di influenza statunitense.

Poco efficace è stata la reazione degli USA e i loro tentativi di impedire questa fuga verso Oriente.

D’altro lato, i paesi del Medio Oriente, che dispongono di un’alta liquidità attraverso i fondi sovrani, stanno sollecitando il loro ingresso in questa nuova struttura finanziaria mondiale. Oltre alle risorse già menzionate, il governo cinese sta per realizzare nuovi investimenti diretti attraverso le sue imprese in vari paesi del mondo. E’ il caso dei 50 accordi firmati tra Cina e Russia e dei recenti accordi con il Brasile, che comportano un volume di investimenti vicino ai 53 mila milioni di dollari, a cui si aggiungono circa 10 mila milioni di dollari di prestito all’impresa brasiliana Petrobras.

Questo enorme volume di risorse, prodotto del maggiore eccedente monetario del pianeta (le riserve della Cina ammontano a circa 4.000 mila milioni di dollari, vale a dire 4 trilioni in inglese). Certamente, questa strategia finanziaria mondiale che dispiega il governo cinese fa correre dei  rischi al FMI e alla Banca Mondiale, principali strumenti dell’egemonia statunitense da dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Negli ultimi anni, il Partito Comunista Cinese ha operato in modo più audace nella dinamica mondiale. Tre anni fa, il paese aveva cercato di ridurre al minimo il suo intervento nella politica e nell’economia mondiale. Ma alcuni fattori hanno obbligato a rivedere questa posizione. In primo luogo, la pretesa degli USA, del loro governo e di gran parte della loro opinione pubblica di mantenere lo stesso livello di intervento che avevano tenuto, o avevano aspirato a tenere, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ciò aveva provocato situazioni politiche ed economiche totalmente arbitrarie, con gravi ripercussioni a livello mondiale e un crescente processo di militarizzazione a livello planetario.

Sul piano economico, Dobbiamo rilevare la differenza tra gli Stati Uniti che escono dalla Seconda Guerra Mondiale con il 47% del PIL globale e il 70% dell’oro disponibile internazionalmente e gli Stati Uniti attuali, che rappresentano solo il 15% del PIL mondiale e che detengono un’infima parte delle riserve internazionali di oro.

In terzo luogo, nel dopo guerra gli USA si erano trovati circondati dall’Europa distrutta, dall’Asia gravemente colpita da guerre locali, rivoluzioni e lotte anticoloniali, insieme all’Africa in procinto di lottare contro la dominazione coloniale e l’America Latina disposta a percorrere proprie strade. In tali circostanze, la maggiore potenza del mondo aveva la necessità di creare un nemico mondiale che le permettesse di consolidare la sua influenza sulla maggior parte del pianeta. E’ così che a partire dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti entrano in conflitto con il loro principale alleato contro il nazi-fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale.

Gli Stati Uniti furono attratti dal progetto della successione alle potenze coloniali europee nel fronteggiare il grande movimento nazionale democratico mondiale, anticoloniale e antimperialista. Questo progetto ebbe parziale successo nel caso dell’indipendenza dell’India e nella prima fase del governo del Kuomintang.  Ma la politica della Guerra Fredda condusse, quasi immediatamente, alla rottura del fronte nazionale creato in Cina, permettendo all’Esercito Rosso di assumere il controllo di tutta la Cina continentale, mentre Chiang Kai-shek si rifugiava nell’isola di Formosa con l’appoggio degli Stati Uniti.

Ancora una volta, gli USA rompono con un alleato della Seconda Guerra Mondiale e ottiengono che la piccola isola di Formosa rappresenti la Cina come membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In tal modo, la Guerra Fredda spinge l’Asia alle lotte anticoloniali e a una forte radicalizzazione che si esprime, soprattutto, nelle guerre di Corea e di Indocina, creando le condizioni per la realizzazione della Conferenza di Bandung e la nascita del Movimento dei Non Allineati.

I BRICS e il rafforzamento delle relazioni Sud-Sud

In recenti dichiarazioni, il direttore esecutivo del Comitato Nazionale Russo per i BRICS, Georgy Toloraya, ha affermato che i BRICS formano “un’alleanza di civiltà che non si trasformerà mai in blocco militare”, capace di costruire “un progetto intellettuale orientato a formulare nuove regole di coesistenza globale”. Si tratta, secondo l’analista, di un blocco emergente che ha come obiettivo salvaguardare interessi comuni a partire dalla cooperazione e dal principio del non intervento negli affari interni di ogni paese.

Queste affermazioni non rappresentano un’opinione isolata, ma un movimento sempre più ampio a livello mondiale che afferma la necessità di un’alleanza strategica tra i paesi del Sud per promuovere nuove forme di convivenza planetaria, basate sul rispetto reciproco, la tolleranza come principio fondamentale, la diversità culturale e di civiltà come possibilità di arricchimento e non di esclusione e la cooperazione Sud-Sud basata sul principio dei benefici ripartiti. Stiamo vivendo un cambiamento profondo di paradigma: dallo “scontro delle civiltà” verso il nuovo modello di  “alleanza delle civiltà”.

Il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2013 che ha per titolo “L’ascesa del Sud: Progresso umano in un mondo diverso”, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), sostiene che “il Sud è emerso con una velocità e in una scala senza precedenti”, dando luogo a una “maggiore diversità di opinioni nella scena mondiale”, il che fornisce un’opportunità per lo sviluppo di istituzioni di governo che rappresentino pienamente tutto l’elettorato e che potrebbero utilizzare tale diversità per trovare soluzioni ai problemi del mondo. Secondo questo modello, si tratta di trasformare la diversità del Sud in uno strumento di solidarietà.

Certamente, ciò rappresenta una messa in discussione radicale della visione eurocentrica come modo di vedere il mondo e di intendere la dinamica globale. La diversità, intesa nel suo significato più profondo come diversità di civiltà, ci pone di fronte alla necessità di costruire l’incontro delle civiltà come strumento fondamentale per sviluppare nuove forme di coesistenza globale.

La crescente iniziativa diplomatica del Sud che segna l’inizio del secolo XXI, colloca nell’agenda economica e politica argomenti di interesse strategico, come gli investimenti condivisi nei settori dell’infrastruttura, dell’energia e le telecomunicazioni; la creazione di nuovi meccanismi di cooperazione tra i mercati, verso la formazione di una piattaforma unificata del commercio; la creazione di strumenti di finanziamento comuni, come la Banca dello Sviluppo dei BRICS, con l’obiettivo di promuovere finanziamento allo sviluppo. Ciò non è casuale, i dati dimostrano che il  maggiore volume di riserve monetarie a livello mondiale si trova nelle economie emergenti. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2013 del PNUD, per l’anno 2011, il 70% delle riserve ufficiali in divisa straniera del mondo (US$ 10,18 milioni di milioni) si trovava nelle economie emergenti.

Costruire una visione strategica del Sud, centrata sulla solidarietà e la cooperazione e orientata allo sviluppo integrale a beneficio dei propri popoli, è uno dei compiti più importanti di questo secolo.

Per un’agenda strategica dell’America Latina e per un’alleanza dal Sud

La congiuntura latinoamericana contemporanea, che ha mostrato grandi progressi nei progetti e nei processi di integrazione regionale, a partire dal nuovo ciclo di accumulazione politica delle forze progressiste e di sinistra nella regione che ha inizio con il secolo XXI, si rivela, oggi, come un ampio spazio di disputa tra due progetti antagonisti.

Da un lato, ci sono i tentativi di riorganizzazione degli interessi egemonici degli USA nella regione, combinati con un crescente processo di militarizzazione e con strategie multidimensionali di destabilizzazione politica dei governi democratici nella regione. Tra i principali strumenti di questa strategia si utilizzano le guerre psicologiche ed economiche che contano su potenti alleati locali, particolarmente i media di comunicazione monopolisti e le imprese transnazionali che operano globalmente a partire da una strategia ben definita.

Dall’altra parte, si trovano i differenti progetti di integrazione che, con una visione sovrana, stanno sviluppando diversi meccanismi di integrazione politica, economica e culturale che, pur con ritmi differenti, sono riusciti ad avanzare nella formulazione di un’agenda latinoamericana. Tuttavia, questa agenda ancora è carente di una visione strategica capace di attivare tutte quelle forze e  potenzialità della regione che le permettano di esercitare un ruolo più attivo e di maggiore impatto nei cambiamenti profondi che si stanno registrando nel sistema mondiale.

Alla dinamica complessa dell’integrazione degli Stati e dei governi, si accompagna anche l’integrazione delle nazioni, dei popoli e dei movimenti popolari che hanno mostrato un crescente potere di pressione sociale e partecipazione nell’elaborazione di politiche pubbliche, che rifletta la crescente maturità del movimento democratico.

In questo contesto, la diplomazia regionale acquisisce un rilievo senza precedenti. Un’insieme di nuove articolazioni si traduce in istituzioni sub-regionali, regionali e continentali, che trasformano il processo di integrazione in una complessa realtà che coinvolge gli Stati e i governi, accompagnata da un processo, a volte parallelo, a volte convergente, di integrazione e unità dei popoli e dei movimenti sociali, inclusi i sindacati e i movimenti contadini e studenteschi che già avevano una certa tradizione di integrazione nella regione. Fa parte di questo nuovo quadro l’affermazione dell’identità dei popoli originari che si trasforma, allo stesso tempo, in ispirazione e strumento di mobilitazione politica capace di trasformare gli Stati e creare nuovi principi costituzionali. In tal modo si ridefinisce la relazione con la natura, conferendo al movimento ambientalista un significato politico e filosofico più profondo.

Un principio che assume sempre maggiore centralità è quello della sovranità, in quanto capacità di autodeterminazione degli Stati, delle nazioni, dei popoli e delle comunità. Tale sovranità significa anche appropriazione della gestione economica, scientifica, sociale e ambientale delle risorse naturali, che permetta di elaborare nuove strategie e modelli di sviluppo a beneficio dei popoli.

L’avvicinamento dell’America Latina alla Cina, alla Russia e ai BRICS nel loro insieme, rappresenta l’opportunità per lo sviluppo di alleanze strategiche che non riproducano più il modello primario esportatore e si orientino verso lo sviluppo integrale dei popoli. Si tratta di attuare una profonda rottura con il modello che ha prodotto effetti sociali, economici e ambientali devastanti e di avanzare verso un processo di riappropriazione sociale della natura e delle risorse naturali come base per lo sviluppo e il benessere dei popoli.

Si rende necessaria una politica regionale di industrializzazione delle risorse naturali. Tale politica richiede l’appropriazione della ricerca scientifica e tecnologica, orientata allo sviluppo di tecnologie di estrazione che esercitino il minor impatto ambientale possibile, alla conoscenza profonda dei materiali e della loro applicazione industriale, all’innovazione tecnologica e ai nuovi usi industriali. Questi obiettivi esigono anche la creazione di strumenti di analisi per una gestione più efficace di tali risorse.

Allo stesso tempo, è necessario fare chiarezza sulla crescita del conflitto per i minerali in quanto una delle tendenze dominanti sul piano mondiale. L’America Latina appare come una delle grandi regioni del conflitto. La diversità degli attori mondiali può essere utilizzata come strumento positivo per assicurare la sovranità e aumentare la capacità negoziale della regione.

Il crescente avvicinamento tra le potenze emergenti, BRICS, il rafforzamento delle relazioni tra Cina e America Latina, la nuova dinamica della cooperazione Sud-Sud, apre il nuovo ciclo storico di affermazione del Sud, basato sui principi di cooperazione, autodeterminazione e sovranità che ispirarono la dichiarazione della Conferenza di Bandung.

L’America Latina ha l’opportunità storica di sviluppare quella cooperazione strategica con i paesi del Sud che le permetta di rompere con la relazione di dipendenza che ha segnato il suo inserimento nel sistema mondiale. Smettere di riprodurre il modello primario esportatore significa avviare strategie di industrializzazione regionale basate sullo sviluppo scientifico-tecnologico e sulla produzione di conoscenza e informazione organiche a questo processo. A tal fine, si rende necessario assicurare e approfondire le avanzate democratiche attuate dalle forze popolari. Ciò significa la costruzione di una grande agenda strategica che non si limiti ad amministrare congiunture imposte dalla dinamica mondiale, ma che si proponga di guidare il destino della regione.

Spetta ai paesi della regione approfittare di questa opportunità oppure riprodurre la logica della dipendenza e della sottomissione ai centri di potere del capitalismo mondiale. Il recupero dello spirito di Bandung si trasforma in uno strumento di trasformazioni globali e rappresenta la principale minaccia per le strategie imperiali nella complessa geopolitica mondiale.

* Sociologa, professoressa dell’Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ) e direttore di ricerca della Cattedra UNESCO di Economia Globale e Sviluppo Sostenibile, REGGEN.
** Sociologo, presidente della Cattedra UNESCO di Economia Globale e Sviluppo Sostenibile, REGGEN, professore dell’Università di Stato di Rio de Janeiro (UERJ).

Articolo pubblicato nel numero 504 (maggio 2015) della rivista America Latina en Movimiento, dal titolo “60 anni dopo: l’attualità dello spirito di Bandung”.

Fonte: http://www.alainet.org/es/revistas/169851

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