L'alba dell'America Latina nella transazione al socialismo e i progetti per un'alba euro-afro-mediterranea. Intervista al Prof. Luciano Vasapollo (parte 3)Tribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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L’alba dell’America Latina nella transazione al socialismo e i progetti per un’alba euro-afro-mediterranea. Intervista al Prof. Luciano Vasapollo (parte 3)

In questa intervista esclusiva ad Oltremedia, Luciano Vasapollo parla dei socialismi sudamericani, dei loro pregi e di come siano dipinti dai media occidentali. Si spiega inoltre perché è possibile pensare a un percorso similare all’ALBA latino-americana anche nel Mediterraneo.

Fonte: Oltremedianews

 

Leggi la Prima e la Seconda parte dell’intervista

Luciano Vasapollo insegna Metodi di Analisi dei Sistemi Economici alla Sapienza-Università di Roma, è anche professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università Hermanos Saìz Montes de Oca di Pinar del Rio (Cuba). Dirige il centro studi Cestes e le riviste Proteo e Nuestra America. È autore di oltre cinquanta libri, molti dei quali tradotti  in vari paesi d’Europa, dell’America Latina, degli USA, come  “PIIGS il risveglio dei maiali” e “Trattato di economia applicata”.

Lei ha una conoscenza molto approfondita dell’America Latina e in particolar modo dei paesi dell’ALBA. I governi di questi paesi sono dipinti dai media occidentali come dittature che si fondano su elezioni falsate e che reprimono il dissenso, negando le libertà fondamentali alla popolazione. Spesso si parla di migliaia di esuli, in fuga da queste dittature, che trovano rifugio nell’occidente civilizzato e democratico. Lei crede che esperienze come quella venezuelana, cubana o boliviana siano davvero riassumibili con poche parole d’ordine, quali dittatura, mancanza di libertà e repressione?

“Questo è il sistema della menzogna. Un sistema socio-politico-economico riesce a riprodurre se stesso quando ha in mano l’informazione e la comunicazione e le distorce per i propri fini. La televisione italiana, europea, o statunitense propone idiozie, individualismo, programmi commerciali e l’interesse per cosa avviene nella casa di questo o quel personaggio. Programmi culturali, se ce ne sono, vanno in onda alle 3 di notte. In qualsiasi film e telegiornale è presente l’ideologia del capitale, che penetra nei cervelli per dimostrare che non c’è alternativa al capitalismo, il quale può essere tutt’al più migliorato.

Qual è il senso della democrazia? I chavisti sono passati per diciotto elezioni in 15 anni. Di queste diciotto elezioni ne è stata persa una sola, un referendum, per soli 20 mila  voti; quando si poteva chiedere un nuovo conteggio dei voti, Chavez ha preso atto immediatamente della sconfitta, è andato in televisione e ha dichiarato di aver perso. Non solo io Luciano, che in quel paese sono andato tante volte come osservatore e accompagnatore, ma organismi di gran peso internazionale come l’ONU e il centro studi di Jimmy Carter sostengono che il sistema elettorale venezuelano sia tra i più avanzati al mondo. Si vota al computer con tre passaggi elettronici e si impiega due volte la propria impronta digitale, mentre noi ancora usiamo la matita copiativa.

Si parla di brogli elettorali in Venezuela, ma quali erano questi brogli? Se ci fossero stati, si sarebbe potuto far vedere che Maduro avesse vinto con il 58% dei voti: mentre ha vinto con circa il 51%. Un terrorista eversivo e sovversivo, pagato dagli Stati Uniti, ovvero l’altro candidato, Capriles, ha dichiarato di non accettare il risultato che reputava falsato e comunque ha chiesto di intervenire alla comunità internazionale poiché non è possibile governare con un margine così basso di vantaggio: ci si dimentica, però, che Bush ha governato gli Stati Uniti, e quindi il mondo, con lo 0,3% di vantaggio sull’altro candidato. Vogliamo guardare più vicino a noi? Alle elezioni politiche del 2006, la coalizione di centrosinistra ha vinto sul centrodestra non per 400000 voti come in Venezuela, ma per 30 mila  voti.

Qual è il paese più democratico: quello che elegge il presidente della repubblica come negli USA, dove vota il 40% degli aventi diritto, o il Venezuela dove va a votare l’82-83% dell’elettorato? È più democratico il paese che si sottopone all’esercizio della democrazia rappresentativa solo alle elezioni, per giunta con scarsissima affluenza alle urne, o quello in cui in 15 anni ci sono diciotto elezioni e quotidianamente la democrazia popolare si costruisce dal basso, in maniera partecipativa nelle assemblee di quartiere, nei posti di lavoro?

Per Evo Morales vale la stessa cosa: organismi internazionali hanno certificato che le elezioni in Bolivia sono legittime, valide, trasparenti, così come i risultati elettorali.

Il concetto di democrazia non è univoco. C’è la democrazia borghese, che è rappresentativa. I paesi dell’ALBA hanno invece come punto di riferimento la democrazia di base, partecipativa e popolare: coloro che decidono sono gli organismi di base, del lavoro, di quartiere. Nessuno in televisione dice che in questi paesi, a partire da Cuba, c’è il mandato revocatorio: se si propone un candidato che va in parlamento, e dopo sei mesi le promesse elettorali non vengono mantenute, il candidato vede revocato il proprio mandato e va a casa. Qui, quando li metti sulla poltrona, si inchiodano e non se ne vanno più.

A volte, piuttosto che sentir parlare male di Cuba preferirei il silenzio. Pochi giorni fa’ è venuta in Italia la signora Yoany Sanchez, che è pagata dalla CIA, ed abbiamo le prove per dirlo, per la sua opera di falsità e disinformazione e controrivoluzionaria di attuazione di un vero  terrorismo massmediatico. In un paese come Cuba, dove il salario medio è di circa 30 euro, la signora Yoani Sanchez guadagna 18000 euro al mese documentati. La signora viene qui in Italia a dirci quali sono i diritti a Cuba? In due mesi sta facendo il giro del mondo, sta visitando più di trenta paesi: chi le paga questi viaggi? Un cubano medio, per uscire dal paese, ha bisogno di qualcuno che lo inviti e gli paghi il biglietto.

Un gruppo di compagni l’ha giustamente duramente contestata a Perugia e le ha chiesto da dove prende i soldi, cosa di cui nessuno parla: e su facebook abbiamo letto che l’associazione Italia Cuba dice che quelle proteste non sono democratiche! La verità è che la parola “democrazia” può essere usata ad abuso e consumo da parte di chiunque voglia giustificare la barbarie del capitalismo negando la superiorità sociale, economica, politica  e di civiltà del socialismo.

Paesi come Cuba, come il Venezuela, la Bolivia e l’Ecuador hanno molte contraddizioni, non sono il paradiso terrestre. Tuttavia, davanti a una crisi sistemica del capitale che sta trasformando le relazioni anche sociali in barbarie, che sta distruggendo l’ambiente, la civiltà, i rapporti umani, il diritto e la possibilità di vivere e alimentarsi, ci sono questi paesi che, con le loro difficoltà, sono passati dallo schiavismo di oltre 500 anni di colonialismo, in cui erano dominati con condizioni di supersfruttamento dall’Europa, a processi di autodeterminazione popolari, in cui hanno deciso il loro cammino per il socialismo.

Si parla di dittatura mediatica: dopo 14 anni di governo di Chavez e 8 anni di governo di Evo Morales, sapete chi ha in mano il potere mediatico? In Venezuela, l’80% e in Bolivia l’85% delle televisioni e dei giornali sono ancora in mano all’oligarchia di destra e fascista. Alle ultime elezioni in Boliva, le televisioni trattavano Evo Morales come lo “scimmione narcotrafficante”; se qui uno si azzardasse a fare qualcosa del genere per un Presidente della Repubblica, finirebbe giustamente in carcere. L’informazione eurocentrica e occidentalcentrica serve solo a dare una giustificazione alla superiorità del sistema capitalistico; è terrorismo massmediatico contro l’autodeterminazione dei popoli.”

In conclusione, in occidente non si può parlare di informazione ma di terrorismo massmediatico. Per mantenere in vita un regime ormai agonizzante, è necessario dire menzogne sugli altri.”

Esiste un’alternativa al capitalismo? 

“Capire, come è avvenuto per i paesi dell’ ALBA, che questo capitalismo non è riformabile, pone in maniera chiara che il suo superamento deve passare per il controllo della tecnologia e per il ritorno alla centralità della politica che determini le regole e le condizioni dell’economia, non il contrario come avviene nel capitalismo. E’ necessario un nuovo ruolo protagonista delle/dei lavoratori e dei movimenti sociali, affinché si realizzi un primo passo di  lotte per rivendicazioni sul terreno tattico della ridistribuzione della ricchezza, ma mantenendo sempre la linea, l’orizzonte strategico, della conquista di fette di potere nel conflitto capitale-lavoro per il necessario  progetto strategico di superamento del modo di produzione capitalistico. Da questa crisi non si esce con un nuovo modello keynesiano, né in chiave di soluzione economica che rimane comunque compatibile alle regole di sfruttamento del modo di produzione capitalista. Oggi bisogna proporre la nazionalizzazione delle banche, non pagare il debito, nazionalizzare i settori strategici, uscire dall’Europa e dell’euro, rilanciare una forte ripresa della diverse forme di lotta che la classe dei lavoratori può concretamente attivare contro il capitale nelle sue diverse configurazioni. Bisogna avere coraggio politico e avere un orizzonte politico strategicamente ampio, mettere quindi in moto percorsi che possano anche qui da noi configurare una prospettiva socialista, anche attraverso una sorta di ALBA euro-afro-mediterranea”.

Rimanendo nell’ambito del Sud America, perché secondo lei il socialismo ha bisogno di figure autoritarie che lo promuovano? 

“Autoritario è chi si insedia al potere senza la volontà popolare e si trasforma in dittatore. Non esiste un processo nell’area del socialismo dell’America Latina che non sia voluto dal popolo. Basta vedere le manifestazioni a Cuba o in Venezuela per il primo maggio scorso: solo a L’Avana c’erano due o tre milioni di persone in piazza. Neanche ai tempi d’oro degli anni ’70 ho visto in Italia un comizio con 3 milioni di persone, come ho potuto vedere in occasione dell’elezione di Maduro. In questi paesi governa il popolo, che ha i suoi rappresentanti.

La figura del grande leader fa parte delle tradizioni culturali dell’America Latina, ma non si parla del grande leader dittatore bensì del leader che impersonifica la cultura, i bisogni in un processo popolare, di massa, di democrazia dal  basso e partecipativa.

Scusate se lo dico, ma vedere la rielezione di Napolitano ci costringe a farci una domanda: perché a 87 anni deve avere un nuovo mandato, per quale interesse politico ed economico?  Berlusconi può governare per 20 anni, Andreotti per 50 e a Chavez  si contesta che con il pieno sostegno popolare abbia potuto governare per 14 anni e ora possa avere continuità con Maduro?

Inoltre, basta guardare in faccia Evo Morales e Maduro, sentirli parlare, per capire che stiamo parlando di rivoluzionari con grande passione al servizio del popolo, e fra l’altro sono cinquantenni. Alle ultime elezioni di febbraio è stato eletto il parlamento cubano, e l’età media è di 57 anni: considerato che ci sono alcuni parlamentari che hanno partecipato come primari protagonisti alla rivoluzione del ‘59 e dunque hanno circa 80 anni, di conseguenza molti di loro ne hanno meno di 40 e sono la nuova classe dirigente del paese.

La stessa idea di Nuestra America, dell’unità e dell’integrazione latino-americana, è nata da un grande rivoluzionario, Josè Martì: poeta e scrittore, leader della rivoluzione antispagnola e anticolonialista dell’800. Perché parliamo di rivoluzione bolivariana? Perché Bolivar nell’800 è stato il condottiero che ha portato avanti la rivoluzione contro il colonialismo spagnolo.

L’area dell’ALBA è l’area del socialismo del, nel e per il ventunesimo secolo, e ha modelli assolutamente autonomi e indipendenti: il socialismo di Cuba è diverso da quello del Venezuela, quello del Venezuela è diverso da quello dell’Ecuador e così via, e queste differenze sono una ricchezza aggiuntiva ai percorsi anticapitalisti e socialisti”.

Per tornare a noi, qui in Europa e le lotte possibili, che significa uscire dall’euro in una prospettiva socialista, anche attraverso passaggi come quelli della creazione di un’ALBA euro-afro-mediterranea ?

“Se si pensasse di uscire dall’euro con una via “nazional-fascistoide”, con un singolo paese, con la vecchia moneta, con la sovranità nazionale e monetaria dei singoli paesi, la finanza internazionale non lo permetterebbe e si rafforzerebbe l’attacco speculativo, finanziario e  monetario.  Ma, se si partisse da un nuovo protagonismo della classe lavoratrice in una visione internazionalista, capace di porsi sul terreno di  percorsi e processi di lotta per creare un’area di tre, quattro o cinque paesi, per uscire contemporaneamente e in maniera congiunta dall’euro, per costruire un’alleanza con una moneta virtuale di compensazione, questa formula doterebbe questi territori della stessa forza che ha oggi l’ALBA in America Latina.

L’unico modo è iniziare a dare battaglia a partire dal movimento sindacale conflittuale e dai movimenti sociali affinché non si paghi il debito, e destinare le risorse economiche a investimenti di carattere sociale. Nello stesso tempo, è necessario nazionalizzare le banche, che significherebbe poter orientare la linea di credito verso i settori strategici e, come si sta facendo anche nell’ALBA, nazionalizzare i settori energetico, trasporti e telecomunicazioni, rafforzando il ruolo pubblico e gratuito di efficienti servizi nella sanità, istruzione, sistemi pensionistici e di sostegno al reddito Significa combinare ogni sforzo tattico per corretti e necessari obiettivi di ridistribuzione di reddito e della ricchezza, con l’idea di creare una soggettività di classe in cui sia sempre presente ben chiaro il percorso strategico del superamento dell’attuale sistema dello sfruttamento capitalista.

Non si tratta di importare modelli, sarebbe un grave errore; si tratta invece contestualizzandoli di far riferimento ad esperienze vive e reali di transizione al socialismo. In realtà oggi noi comunisti stiamo parlando di guardare con attenzione e gran simpatia politica ad una alternativa anticapitalista, anzi meglio all’alleanza socialista dell’ ALBA, di qualcosa che dà estremamente fastidio alle multinazionali, agli USA e all’Europa: ci sono dei paesi che si distaccano dal Fondo Monetario Internazionale e dalle politiche della Banca Mondiale e dei potentati economici; paesi cioè  che si danno delle alternative commerciali, economiche e finanziarie, proprie banche, televisioni e sistemi per camminare nei percorsi reali dell’integrazione latino-americana con immediati risultati  politici, sociali, economici della transizione socialista. Bisogna riproporre con entusiasmo e senso della realtà l’idea che dalla crisi sistemica del capitale non si esce con ricette keynesiane da capitalismo temperato, non ci sono più le condizioni di tale mediazione, ma se ne può uscire con una proposta tutta politica:  serve un mondo socialista perché è necessario e possibile, qui ed ora, subito, poiché oggi più che mai “Socialismo o barbarie !”.

 Simone Mucci e Gianmarco Dellacasa

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