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venerdì , 26 maggio 2017
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L’altro G20: al mondo ci sono 35 milioni di schiavi

“Perciò la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l’hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile a siffatte attività, ma adatto alla vita politica [...]. Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi”  (Aristotele, Politica I, 4-5) .

Qualsiasi questione, è risaputo, assume di epoca in epoca un contenuto e una dignità politica diversi a seconda degli orientamenti culturali predominanti. Se da un lato dobbiamo dunque rassegnarci all’idea che gli ateniesi, abituati a veder prosperare la propria città sulle spalle degli schiavi, non si scomposero per una simile classificazione, d’altro canto è legittimo e decisamente auspicabile  che oggi si inorridisca davanti al problema. Eppure le cose non sempre stanno così, almeno a giudicare dagli esiti del secondo reportage sulla schiavitù mondiale recentemente pubblicato dalla ONG australiana The Walk Free Foundation (WFF).

Dalle rilevazioni statistiche dell’organizzazione emerge infatti che oltre 35 milioni di persone sono ridotte in uno stato di schiavitù, definito come una condizione di “forzata subordinazione e dipendenza da qualcun altro”. Gli ambiti in cui tale fenomeno si sviluppa con particolare evidenza sono quelli del traffico di vite umane, dell’usura finanziaria, della prostituzione, dei matrimoni combinati e del lavoro forzato. Il Global Slavery Index, nome dell’indicatore usato dalla WFF per misurare il fenomeno, stima il numero di persone ridotte in schiavitù in 167 paesi del mondo e fornisce informazioni sia sulla qualità delle politiche governative messe in atto per risolvere il problema, sia sul contesto sociale che determina l’insorgenza del fenomeno. Il metodo d’indagine adottato è quello del questionario, che fino ad oggi è stato somministrato ai cittadini di 19 paesi del mondo, e, tramite tecniche di estrapolazione statistica, il centro studi dell’ONG ha ricostruito anche i dati per gli altri paesi.

Differentemente da quanto si potrebbe essere portati a pensare, la schiavitù non è un fenomeno che riguarda solamente le società arretrate o che si concentra in alcune specifiche aree geografiche. Infatti i dieci stati cui spetta la maglia nera sono la Mauritania, l’Uzbekistan, Haiti, il Quatar, l’India, il Pakistan, la Repubblica democratica del Congo, il Sudan, la Siria e la Repubblica Centroafricana, paesi di regioni molto lontane tra di loro, con tenori di vita estremamente variegati e con sistemi politici diversi. Anche la Russia e la Cina si vedono assegnare un livello decisamente elevato dell’indice: si consideri che l’India, la Russia e la Cina rappresentano da sole il 61% dei 38.5 milioni di schiavi totali. L’Europa (in particolare i paesi del nord), L’America e l’Australia presentano invece un’incidenza molto bassa del fenomeno. Tuttavia, a dispetto delle cifre non esattamente microscopiche, solo 3 paesi (Australia, Brasile e Stati Uniti) sui 167 recensiti stanno compiendo sforzi per inserire il problema della schiavitù nell’agenda di governo e per rafforzare i controlli sulla catena del valore della produzione.

Nel reportage sono infine riportate le cause principali che alimentano e favoriscono l’emergere del fenomeno. In particolare si evidenzia una stretta causalità tra instabilità politica, discriminazione etnico-razziale e schiavitù, motivo per cui risulta estremamente complesso porre le basi per la risoluzione del problema. La cooperazione internazionale e gli accordi multilaterali incontrano infatti notevoli difficoltà sia relativamente alla stabilità politica del governo interlocutore sia per quanto riguarda l’individuazione materiale degli schiavi. Il passo di Aristotele citato in apertura scuote probabilmente la nostra sensibilità politica, ma non è così scontato che ciò si verifichi anche in altre parti del globo. Oltretutto ad oggi non esistono tavoli internazionali convocati con l’esplicita volontà di affrontare il problema e nemmeno si hanno notizie di una loro istituzione in tempi brevi. Nel G20appena concluso India, Russia e Cina hanno aderito al progetto di crescita mondiale del 2,1% entro il 2018 (cifra che oltretutto ha poco senso se non si indica espressamente chi crescerà e come si distribuirà tale crescita), mentre del problema della schiavitù non è stata fatta menzione.

Detto fuori da ogni retorica il problema della schiavitù, oltre ad essere ancora poco studiato, non sembra rappresentare una vera priorità in questo genere di conferenze. Chissà che in fondo, oltre a qualche residuo di afflato metafisico, non ci troviamo ad assomigliare agli ateniesi anche nelle questioni meno edificanti della vita sociale.

Leggi il reporthttp://www.globalslaveryindex.org/

Fabrizio Leone

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