Land grabbing, la nuova frontiera del neocolonialismoTribuno del Popolo
martedì , 25 luglio 2017
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Land grabbing, la nuova frontiera del neocolonialismo

Il fenomeno del land grabbing ha coinvolto negli ultimi anni l’assegnazione di 70-80 milioni di ettari di territori a prezzi di affitto irrisori. Una questione controversa che rischia di acuire le criticità di territori difficili e di sconvolgere l’intero settore agroalimentare mondiale. 

Fonte: Oltremedianews

 

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Si chiama land grabbing ed è il nuovo controverso fenomeno che vede coinvolte multinazionali e paesi sottosviluppati nello sfruttamento dei terreni delle nazioni più povere.

Letteralmente la locuzione inglese significa ‘accaparramento della terra’ e mai traduzione potrebbe essere più calzante per descrivere la corsa alla terra che sta caratterizzando questo primo scorcio di XXI secolo. Concretamente il land grabbing consiste infatti nell’assegnazione a vario titolo di immensi terreni da parte delle amministrazioni delle nazioni più povere a vantaggio di multinazionali o imprese straniere, il tutto a fronte di un corrispettivo irrisorio. Il fenomeno ha conosciuto un rapido incremento soprattutto dal 2007-2008 in poi, quando il crollo dei prezzi delle materie prime ha portato molti piccoli produttori sul lastrico e reso impellenti le necessità dei governi più in difficoltà di accumulare riserve alimentari ed attirare investimenti stranieri. Così, nell’arco di soli 3-5 anni sono stati assegnati ad imprese straniere circa 70-80milioni di ettari di territori nei continenti asiatico, africano e sudamericano; e già questo basterebbe a far discutere, se non fosse per l’aspetto ben più grave rappresentato dall’ammontare irrisorio dei prezzi di affitto: 3 dollari in media all’anno per ogni ettaro.

Sulle conseguenze del land grabbing si parla da anni e tutto fa pensare che l’argomento sarà oggetto di discussione anche nel corso dell’Expo di Milano del 2015 che sarà proprio improntato in gran parte sul tema della Food Security. Fenomeno fortemente appoggiato almeno inizialmente da molti economisti che vi scorgevano una forma d’investimento in aree altrimenti dimenticate e lasciate a se stesse, costantemente invocato dai governi di paesi in difficoltà a causa della crisi dei prezzi delle materie prime, il land grabbing ci ha messo poco per mostrare il proprio lato controverso. E’ vero difatti che il grande limite degli aiuti alimentari resi ai paesi del Terzo Mondo è sempre stato quello della provenienza degli stessi dalle nazioni più ricche risultando perciò più utili a sfamare che ad incentivare e sostenere lo sviluppo. Detto ciò è anche vero che l’altro grande difetto dei piani d’aiuto e di sviluppo messi in piedi negli ultimi decenni è proprio rappresentato dal fatto che essi sono stati partoriti in occidente per poi esser messi in pratica in contesti totalmente differenti. Dal modello di sviluppo da proporre alle scelte economiche dei singoli investitori, per finire con la destinazione di questi enormi appezzamenti di terreno accaparrati dalle multinazionali; raramente una scelta fatta a tavolino è risultata vincente alla resa dei fatti.

Così, fallita nei decenni la politica degli aiuti, anche la strada intrapresa negli ultimi anni che ha vistoprotagoniste le multinazionali potrebbe andare incontro ad un sonoro fallimento. Sia per quanto riguarda il peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, sia per quanto riguarda la profittabilità delle attività economiche progettate ancora tutta da verificare.

Sul primo punto può risultare evidente come l’assegnazione di enormi appezzamenti di terreno ad un’unico soggetto rappresenti una nuova forma di latifondismo. La scelta della destinazione del terreno, delle piantagioni da installarvi, non sempre risulta in linea con le tradizioni del posto e con le risorse offerte dalla terra. A volte affittare un intero territorio significa entrare in possesso di un intero bacino idrico. La conseguenza è la riduzione delle esigue risorse idriche, la crescita dell’inquinamento, l’esproprio di terreni che prima servivano al sostentamento di piccoli nuclei familiari, come denuncia Action Aid a proposito del caso del Senegal. Il punto mette in evidenza anche il profilo giuridico che riguarda l’utilizzo dei terreni dei paesi in via di sviluppo. Spesso, infatti molti di questi non ha un catasto e le terre sono tramandate di generazione in generazione col solo titolo del possesso. L’incertezza giuridica fa si che lo Stato possa vantare in qualsiasi momento la proprietà delle stesse e procedere ad un’espropriazione di fatto senza prevedere indennizzi o procedimenti con garanzia di contraddittorio. Affittare da un giorno all’altro immensi appezzamenti alle multinazionali e cacciare chi sino a quel momento li aveva coltivati è una triste realtà quotidiana.

Infine il secondo aspetto, non meno importante. Per molte aziende, tra cui diverse italiane, la prospettiva di facili guadagni nei paesi sottosviluppati si è dimostrata solo un miraggio. Come è avvenuto nel caso della jatropha, pianta sulla carta dalle potenzialità miracolose, capace in teoria di crescere in ogni dove e ritenuto un ottimo prodotto destinabile alla produzione di biocarburanti salvo poi rivelarsi difficile da coltivare ed impossibile da monetizzare. Spinti dalla folle corsa ai biocombustibili, che rischia di cambiare per sempre il settore agroalimentare mondiale modificandone la natura, gli scopi e le modalità di produzione, molti faccendieri hanno investito ingenti quantità di denaro nelle piantagioni degli immensi territori dei paesi del sud del mondo. In molti casi però, nonostante gli incentivi dei governi locali e di quelli occidentali, l’intento di produrre a basso costo e rivendere il prodotto finito in Europa o Nord America si è trasformato in un incubo facendo cadere nel vuoto investimenti e mirabili promesse rese alle popolazioni locali. Il caso del mancato attecchimento della jatropha in Senegal è solo uno dei tanti che possono mettere sotto accusa studi di settore non troppo trasparenti, discutibile competenza di esperti ed agronomi, ma soprattutto buona fede dei governi degli stessi paesi emergenti. Emblematica è l’accusa mossa circa il caso senegalese da Mamadou Leye, magistrato della Corte dei conti: “Il più grande speculatore fondiario è lo Stato senegalese. Ha cominciato il programma senza averne i mezzi, dando così la possibilità a chi aveva denaro di prendersi la terra”.

Quali le possibili soluzioni contro quella che potrebbe tramutarsi come l’ennesima forma di neocolonialismo capace di rimpolpare le casse delle multinazionali occidentali e di mantenere saldi i governi corrotti dei paesi sottosviluppati? Se lo stanno chiedendo in molti, Ong ed organizzazioni internazionali comprese. Fa discutere ad esempio la proposta dell’Unione internazionale dei Notai di sperimentare il titolo di proprietà semplificata nei Paesi a rischio espropriazione delle terre. Il piano sta conoscendo una fase di sviluppo e sperimentazione patrocinata dalla Fao e sostenuta dalla italiana Legambiente in il Madagascar, Haiti, Togo, Cina, Egitto, Qatar, Colombia, Burkina Faso e Vietnam. Non che si tratti di una soluzione definitiva: risolvere il problema del corretto utilizzo delle terre incolte dei paesi che soffrono la fame è una sfida ben più complessa che dovrebbe passare per la valorizzazione delle comunità e l’ammodernamento delle coltivazioni tradizionali, e non per un semplice pezzo di carta che tutela solo i diritti dei singoli senza proporre modelli di sviluppo complessivi.

Urge però una sensibilizzazione sul fenomeno, rispetto al quale solo da poco tempo si comincia a parlare. Che gli immensi territori scarsamente utilizzati del Sud-est asiatico, dell’Africa e del Sudamerica siano da sempre l’oggetto del desiderio dei ricchi faccendieri occidentali, non è una novità. In una percezione comune che vede considerati certi paesi come l’orto di casa, per secoli abbiamo giovato delle importazioni di caffè, barbietole, grano e delle più svariate materie prime destinate a sfamare l’Europa prima, gli Stati Uniti poi. Ciò che stupisce è che ancora oggi tale convinzione resista nelle pratiche commerciali risultando avvallata dalla prassi e dagli stessi governi dei paesi sottosviluppati.

 Michele Trotta

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