L’anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tuttoTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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L’anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tutto

Nel 1930, John Maynard Keynes pubblicò un breve articolo dal titolo “Possibilità economiche per i nostri nipoti” in cui si cimentò in una lungimirante previsione del destino delle generazioni che sarebbero vissute un secolo dopo. Una previsione così vera che tuttavia passò inosservata.

Fonte: Oltremedianews

“Che livello di sviluppo economico, proverò a chiedermi, possiamo immaginare di raggiungere da qui a cento anni? Quali possibilità economiche avranno i nostri nipoti?”Questa la domanda che si pose Keynes più di ottanta anni fa’ in questo saggio di poche pagine in cui spiegò con estrema precisione cosa sarebbe accaduto in questi decenni e in particolare nel periodo della Great Recession dal 2008 a questa mattina. Un’opera insolita agli occhi del lettore che, con qualche nozione di keynesismo fedele al breve periodo, certamente non immaginava di poter mai leggere un’opera di Keynes che trattasse del lungo periodo.

Ebbene, in questo saggio di appena venti pagine, Keynes probabilmente sfida anche se stesso, forse spinto dall’esigenza di avvertire o almeno informare la sua e le successive generazioni sull’avvenire, proponendo un antidoto a quella miopia a causa della quale “scambiamo per reumatismi quelli che in realtà sono sviluppi della crescita, e in particolare di una crescita troppo veloce”.

Un discorso colloquiale, che si rivolge ai lettori con confidenzialità, davvero come farebbe un genitore ai propri figli o come un nonno o una nonna ai propri nipoti.

Le prime righe si focalizzano sulla crescita e quei cambiamenti così rapidi che, secondo Keynes, non potevano non provocare l’incubazione di un morbo, “un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica”. Si pensi soltanto al boom economico di fine XX secolo, in particolare al Miracolo Economico italiano –così da avere un esempio il più vicino possibile alla nostra quotidianità o almeno alla storia della maggioranza dei cittadini italiani viventi.

Il periodo relativo agli ultimi cento anni è stato scenario dei maggiori esempi mondiali di accumulazione di capitale che hanno portato a risultati concreti e pragmaticamente visibili di massimizzazione del profitto, proprio grazie allo sviluppo tecnologico, raggiungendo la massima realizzazione dell’ideologia capitalista. Produrre beni abbassando al minimo l’utilizzo della forza lavoro e investendo nella ricerca tecnologica.

Macchina contro forza lavoro? No, certamente Keynes non scrisse queste pagine per dedicarle ad un’apologia del marxismo, ma certamente neanche per cantare inni al capitalismo devoto al laissez-faire. A tal proposito cito brevemente gli ultimi capoversi di un altro breve saggio di Keynes, pubblicato nel 1926 e dal titolo La fine del laissez-faire in cui, esortando ad uno “sforzo d’intelletto” per risolvere il problema della povertà materiale, ritenne parziali ed inefficienti entrambe le ideologie economiche, esortando invece ad un “nuovo complesso di convinzioni” che superi quello “stato di mente penoso e paralizzante”.

Un stato che nel saggio del ’30 definì pessimismo economico e di cui individuò due forme contrapposte: “il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento”. Entrambi, secondo Keynes, si riveleranno errati.

Ma andiamo al punto. In cosa consiste questa “situazione così compromessa” che Keynes previde e che in questi anni e quelli a seguire, sono e saranno caratterizzati da disoccupazione tecnologica? Quale errore è stato compiuto dall’homo economicus? L’insaziabilità, in termini economici, l’accumulazione di ricchezza che ha portato a quel surplus tecnologico, quell’offerta maggiore della domanda che oramai da troppo tempo causa sprechi ed invenduti in ogni settore industriale (a loro volta causa dell’inquinamento globale). Una realtà in cui l’offerta di lavoro è poca, e la domanda troppa. Un fenomeno prevedibile e forse inevitabile, conseguenza dell’utilizzo del paradigma economico neoclassico dalla fine del XIX secolo fino ad oggi.

Keynes non nasconde la sua preoccupazione nel caso in cui non si approdi a quel “nuovo complesso di convinzioni”, a quella soluzione per rimediare all’irrimediabile: “Dovremmo fare più cose per noi di quante non ne facciano oggi i ricchi, così soddisfatti delle loro piccole incombenze, dei loro compitini, delle loro abitudini da poco. E dovremmo fare di virtù necessità –mettere il più possibile in comune il lavoro superstite. Turni di tre ore, o settimane da quindici, potranno procrastinare per un po’ il problema. Tre ore al giorno dovrebbero bastare per placare l’Adamo. […] Nel momento in cui l’accumulazione di ricchezza cesserà di avere l’importanza sociale che le attribuiamo oggi, i nostri codici morali non saranno più gli stessi”. Questa la soluzione proposta per rimediare alla disoccupazione conseguenza del progresso tecnologico.

Insomma -per Keynes- la morte del dio Denaro, la fine dell’amore per esso e per il suo possesso, l’avvio di politiche sociali e la promozione dell’attività creativa ed intellettuale grazie alla disponibilità di molte più ore di tempo libero, muterebbero completamente i codici morali della società, “non saremo più tenuti a battere le mani” o ad incoraggiare coloro che vorranno accumulare capitale ed arricchirsi.

La beatitudine economica, questa la previsione se si abbandonerà questo paradigma, ma -avverte Keynes- che il tempo non è ancora arrivato e accadrà solo quando si diffonderanno ideologie come l’economia sostenibile, quando cambieranno i doveri verso il prossimo, ma soprattutto, quando gli economisti riusciranno a pensarsi degli specialisti, “come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti”.

Certo, una proposta piuttosto utopica che non prende in esame la questione della globalizzazione. Ma constatare che in queste poche pagine sono stati previsti i nostri giorni e un possibile rimedio per affrontarli, forse le sue riflessioni non sono poi così distanti dalla realtà.

Veronica Pavoni

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