L'antimperialismo e “l'essere o non essere” della sinistraTribuno del Popolo
domenica , 22 gennaio 2017
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L’antimperialismo e “l’essere o non essere” della sinistra

L’antimperialismo e “l’essere o non essere” della sinistra

In un articolo precedente (link) avevamo sostenuto che i processi di integrazione regionale in America Latina ed Eurasia con la partecipazione attiva degli Stati e delle loro istituzioni, sebbene con i limiti insiti in una strategia che non si propone l’uscita dal capitalismo, rappresentano per ora il principale fronte antimperialista.

E abbiamo concluso segnalando che l’altro fronte antimperialista, quello che il presidente boliviano Evo Morales ha chiesto alla Federazione Sindacale Mondiale, dovrà essere costruito dai popoli, dalle loro organizzazioni politiche, sindacali e sociali (1).

Evo Morales ha colpito nel segno chiedendo l’individuazione “degli strumenti attuali di dominazione del capitalismo, dell’imperialismo” per potere elaborare “una nuova tesi politica per la liberazione dei popoli del mondo” che superi “le rivendicazioni settoriali per approfondire la crisi nel capitalismo e per farlo finire, insieme alle oligarchie e alle gerarchie”.

Questa precisazione è fondamentale perché l’imperialismo neoliberale è più che la somma delle sue parti conosciute e visibili, come la NATO e le migliaia di basi militari degli Stati Uniti (USA) presenti nel mondo, o gli accordi di libero commercio e protezione degli investimenti. E’ un sistema di dominio molto più elaborato, distruttivo e totalitario di quanto appaia, e che grazie alla cospicua società dei consumi, al controllo dei mezzi di comunicazione e alla promozione dell’individualismo antisociale, possiede la capacità di “insinuarsi” da ogni lato, di contaminare le culture per distruggere ogni capacità di opposizione. E la lista delle sue nefaste conseguenze è sufficientemente lunga per continuarla in questo articolo.

Per questo, l’ “intelligenza sociale” dei popoli, e della sinistra, deve essere indirizzata a pensare, analizzare e formulare, nei propri rispettivi ambiti, le buone domande che ci guidino nella ricerca della vera immagine dell’imperialismo neoliberale e a individuare i suoi alleati, come pure le classi e i gruppi sociali che sono le vittime principali e devono essere protagonisti in questa lotta. A definire gli aspetti strategici che devono costituire gli obiettivi principali, e a partire da qui costruire una strategia antimperialista per affrontare le lotte sui differenti fronti, quelle che stanno già affrontando i popoli dell’attuale e passata periferia e quelle estremamente importanti che devono affrontare i popoli dei paesi centrali dell’impero, e assicurare che entrambe confluiscano sull’obiettivo comune del superamento del capitalismo.

Nell’affrontare questo compito dobbiamo capire che un “regionalismo” che includa l’intervento degli Stati per sviluppare le forze produttive dell’insieme delle economie nazionali, siano di proprietà statale, sociale o privata, permetterà di proseguire verso la risoluzione dei problemi dell’arretratezza, della povertà e dell’esclusione sociale ed economica lasciati dal sottosviluppo creato dalla dipendenza e aggravato dalla sperimentazione delle politiche neoliberali negli ultimi tre decenni del secolo scorso, come nel caso della maggioranza dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi.

Nel caso della Russia – e altri paesi dell’ex Unione Sovietica – questo tipo di regionalismo, e ancora di più se si somma a quelli che comprendono la Cina e altri paesi dell’Asia, permetterà di sviluppare le forze produttive dell’insieme delle economie e la ricostruzione degli Stati e delle istituzioni smantellati dall’applicazione delle ricette neoliberali a partire dagli anni 90, che hanno provocato l’impoverimento massiccio di popoli che avevano raggiunto buoni livelli di vita, di sicurezza e di giustizia sociale.

La Cina è un caso e un esempio particolare per lo sviluppo del regionalismo pianificato, perché è un paese che si proclama socialista e dove la proprietà statale socialista – dominante in settori di base – si combina con la proprietà privata capitalista – preponderante in molti rami dell’economia – e nicchie di proprietà comunale. In tal modo la Cina ha ottenuto che l’entrata del neoliberalismo (attraverso le imprese transnazionali o gli accordi commerciali) non abbia indebolito in maniera rilevante le capacità dello Stato e delle sue principali istituzioni e imprese, continuando così una politica di difesa dello Stato centrale che in questo millenario paese ha una storia molto lunga.

La politica cinese tesa a far rispettare i controlli statali dalle filiali delle imprese transnazionali nel paese ha fatto si, come hanno segnalato i sociologi Giovanni Arrighi e Beverly Silver, che negli USA si siano avanzati dubbi sulla “fedeltà” di queste filiali nei confronti degli interessi statunitensi (Caos y Orden en el sistema-mundo moderno, Ediciones Akal, 2001). In tal senso si possono interpretare gli obiettivi dell’inserimento di paesi socialisti con una lunga e fedele tradizione antimperialista, come Vietnam e Cuba, in processi di integrazione regionale che implicano un’apertura al mercato e al capitale straniero.

Vari analisti hanno sostenuto che i recenti negoziati tra Russia e Cina per aumentare la cooperazione, il commercio e gli investimenti, come pure per effettuare gli scambi nelle loro monete nazionali per sottrarsi al dominio del dollaro – obiettivo che figura nell’agenda dei BRICS -, creerà una massa critica per l’espansione del regionalismo con un robusto intervento statale verso paesi come Iran, India e Pakistan, creando e rafforzando i vincoli con l’integrazione regionale in America Latina e nei Caraibi, e forse favorendo qualcosa di simile in Africa, che era l’obiettivo del leader libico Muammar Gheddafi e probabilmente la ragione del suo rovesciamento e assassinio nel 2011 da parte delle forze combinate di Francia, Gran Bretagna e USA.

Tuttavia, tutto ciò dipende dal fatto che queste esperienze di regionalismo si concretizzino e mostrino risultati nella vita concreta dei popoli, e che resistano ai siluri quotidianamente lanciati dagli agenti dell’imperialismo neoliberale in questi paesi e alle aggressioni economiche, finanziarie, sovversive e militari dell’imperialismo e dei suoi alleati dall’estero.

Un aspetto essenziale di tutte queste esperienze di integrazione regionale, che vale la pena rilevare, è il manifesto interesse – riscontrabile nei discorsi di molti governanti, tra cui Vladimir Putin – di “reincrostare” o di mantenere “incrostate” le economie nelle società, vale a dire che le economie tornino ad essere o continuino ad essere subordinate alle società, e in tal senso questo è un attacco a un aspetto centrale dell’imperialismo neoliberale, che il primo minstro britannico Margaret Thatcher definì con chiarezza, quando disse “there is no such thing as society”, cioè,come tale la società non esiste, requisito per rendere efficace la massima neoliberale per cui “non esiste altra alternativa a questo sistema”, enunciato anche dalla signora Thatcher.

Ma occorre chiarire che la garanzia che queste integrazioni regionali siano qualcosa di più di un’episodica “resistenza antimperialista” dipenderà dalla partecipazione e dalla pressione sociale e politica perché lo sviluppo si indirizzi verso gli obiettivi sociali più ampi possibile, perché si creino le democrazie partecipative che permettano di difendere e approfondire le politiche antimperialiste, compito questo che per interessi di classe devono condurre le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del popolo lavoratore, degli studenti e di tutti i settori sociali che sono stati, sono e potranno essere le vittime principali del rullo compressore neoliberale.

L’antimperialismo nei paesi centrali del capitalismo

Con l’imperialismo neoliberale è risultato chiaro e fuori discussione che l’insieme delle classi che vivono di un reddito da lavoro negli USA, nei paesi dell’Unione Europea (UE) e in altri paesi del campo imperialista, sta perdendo rapidamente ciò che aveva conquistato durante la breve era (1945-1975) dello Stato-benefattore.

La disoccupazione e l’esclusione sociale aumentano, ormai praticamente nessuno ha la sicurezza del lavoro e l’impiego a tempo parziale e mal pagato è la norma. Stiamo assistendo a un fenomeno mai visto, quello di una generazione di giovani con alti livelli di conoscenza che in gran parte rimarrà fuori dal mercato del lavoro, e di pensionati le cui pensioni diminuiscono o minacciano di scomparire.

Questo è il risultato di politiche applicate nei paesi del capitalismo avanzato allo scopo di continuare ad accumulare la ricchezza sociale in poche mani, il che provoca le oscene disparità di redditi che tutti conosciamo, mentre nella pratica non è mai stata così grande la capacità di produrre i beni e i servizi socialmente necessari, grazie all’enorme sviluppo delle forze produttive.

Le transnazionali dei paesi centrali dell’impero assicurano sempre meno impieghi e pagano minori salari nelle società in cui si sono formate e trasferiscono le loro operazioni alle filiali che hanno creato in paesi vicini o lontani dove impiegano lavoratori mal pagati. Da queste operazioni proviene circa la metà dei profitti di queste imprese come rendita differenziale – il plusvalore prodotto in altro paese arriva come rendita differenziale – ai padroni dei monopoli e alle transnazionali. Ciò spiega l’aumento dei profitti delle transnazionali e la perdita di lavori salariati è la chiave della diminuzione della domanda finale e della bassa crescita dell’economia reale nei paesi centrali.

Non è necessario spiegare i drammi sociali che vivono le maggioranze nei paesi del capitalismo avanzato. Le destre e le sinistre li conoscono e frequentemente li dettagliano nella loro superficie, ma quello che stupisce è la mancanza di un’analisi più profondasul cambiamento strutturale nel modo di produrre del capitalismo e dei suoi effetti nella società, nel sistema politico, che André Gorz e altri descrissero decenni fa, e che poco o nulla hanno influito sul pensiero e i programmi delle principali forze della sinistra.

Certamente, è in questi paesi dove il capitalismo industriale è andato a cozzare contro le barriere sistemiche che lo stanno facendo “saltare in aria”, dove ormai non può riprodursi come tale e come società, come sosteneva Karl Marx, edove già esistono le condizioni economiche e sociali per cambiamenti radicali e, per non citare ciò che molto raramente si cita, per attuare la rivoluzione sociale che completi l’uscita dal capitalismo in tutte le sue forme.

E se di rivoluzione sociale si tratta, perché il capitalismo non ha assolutamente più nulla da offrire alle società e ai popoli dei paesi del capitalismo centrale, è grave constatare l’assenza di una chiara politica antimperialista con nome e cognome nei discorsi e nei programmi dei partiti della sinistra radicale, perché l’impero neoliberale degli USA ha molti alleati disposti a partecipare al saccheggio, come si è visto con l’attiva partecipazione dei paesi dell’UE alle aggressioni militari in Libia e Siria, con l’appoggio dell’UE a sanzionare e molestare l’Iran, e ora con l’appoggio al colpo di Stato con l’aiuto dei neonazisti in Ucraina.

E che dire dell’appoggio o del complice silenzio di partiti della sinistra radicale di fronte a queste politiche di paesi dell’UE o direttamente dell’UE?

L’UE è un progetto neoliberale che applica il neoliberalismo ad oltranza nei paesi che la compongono, ed è parte dell’impero neoliberale. La sua politica estera, come quella del Giappone e degli altri alleati dell’impero, è indirizzata a cercare di appropriarsi della maggior parte possibile della “torta” dello sfruttamento mondiale, e nel perseguire questo obiettivo alcuni paesi dell’UE o la UE medesima stanno creando e aggravando i conflitti che distruggono le economie e le società di molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa.

Ciò, invece di essere denunciato e combattuto in quanto parte della politica che si propone di lottare contro le politiche imperialiste “dentro casa”, primo gradino per combatterle su scala internazionale, brilla per la sua assenza e non trova il posto che dovrebbe avere nei programmi e nella pratica politica di molte forze e partiti che si definiscono come parte della sinistra radicale.

Di qui l’importanza della definizione di una strategia antimperialista che incorpori questa realtà, che cancelli le vergognose zoppicature ideologiche del passato e assuma pienamente le teorie rivoluzionarie, perché questa strategia antimperialista si converta nella guida e nella strumentazione che orienti le lotte politiche e sociali all’interno e all’esterno, e faccia rinascere un’effettiva solidarietà internazionale.

In sintesi, costruire una politica antimperialista lucida e radicale, che chiami le cose con il proprio nome, è la questione dell’ “essere o non essere” per le sinistre e le altre forze che lottano o dicono di lottare, in questa tappa cruciale per l’umanità e la nostra Madre Terra, per porre fine all’impero neoliberale prima che distrugga definitivamente le società e il pianeta.

(1)
 Citazione del discorso di Evo Morales ripresa da Agencia Boliviana de Informacion (http://www3.abi.bo/)

di Alberto Rabilotta| da alainet.org

Traduzione di Marx21.it

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