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martedì , 28 marzo 2017
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L’Aquila. Un terremoto che non è mai cessato

Il 6 ottobre Giorgio Napolitano ha visitato il nuovo auditorium di Renzo Piano realizzato nel centro de L’Aquila. “No alle New Town” queste le sue parole che suonano come un’accusa al progetto di ricostruzione della città, mai terminato. Dai giorni del terremoto poco è cambiato, così siamo andati  a vedere in che stato versa il centro abitato.

Tratto da    http://oltremedia.weebly.com/

Ricordiamo tutti che i giorni precedenti alla tragica notte sono stati un susseguirsi di notizie relative alle frequenti scosse di terremoto registrate nel Capoluogo abruzzese e dintorni. La cittadinanza era in allarme, ma le istituzioni tendevano a minimizzare la faccenda riconducendola ad un ordinario e innocuo assestamento del terreno. I giorni immediatamente successivi dimostrarono il contrario. Soltanto da poco però si inizia a far luce sulla vicenda e a ricostruire il quadro nella sua totalità: sopra quella che per molti è stata una strage, sono sorte le fortune di qualcuno (Francesco Piscicelli è tristemente noto per questo). Affianco al disastro c’è una fittissima trama di illeciti, scarichi di responsabilità e mascheramenti che sta venendo alla luce. Guido Bertolaso è risultato indagato per omicidio colposo alla luce della telefonata del 30 marzo 2009 in cui dice aDaniela Stati, allora assessore regionale alla protezione civile, che, essendo il terremoto un fatto mediatico, era necessario che alcuni esperti tranquillizzassero la popolazione dissimulando l’incipiente pericolo. Il governo Berlusconi, pochi giorni prima del collasso che avrebbe segnato il passaggio di testimone a Mario Monti, ha fatto in tempo a destinare ben tre milioni alla Curia abruzzese perché si occupasse della ricostruzione. Questi soldi, ricordiamo, si sono andati ad aggiungere agli altri tre milioni destinati alla ristrutturazione di parrocchie ”lievemente danneggiate” (come si legge nell’ordinanza) e alla costruzione della nuova Casa dello studente, costruita con fondi pubblici ma gestita da una fondazione vescovile come se fosse privata. Questa enorme somma, elargita con una semplicità e una velocità disarmante, è finita in mano al monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo nominato da Roma ad hoc per la gestione dei fondi per la ricostruzione, che risulta essere tra gli indagati per una truffa relativa ai suddetti finanziamenti.

Fatti giudiziari a parte ricordiamo che la prima promessa fatta allora e il primo impegno preso dall’ ex governo è stato quello di provvedere a fornire ai terremotati una sistemazione stabile. Al di là degli scandali relativi ai prolungati soggiorni in hotel sulla costa adriatica di persone le cui case erano agibili, fatti di certo non trascurabili e di cui si stanno occupando i ministeri competenti, i progetti c.a.s.e. e m.a.p. sono stati condotti a termine ed è stato garantita a tutti una dimora dignitosa. Non sono mancate nemmeno in questo caso le critiche su modi e tempi di consegna di certo non proprio cristallini. Ricordiamo che venivano consegnate case con tanto di iniziali ricamate sulle federe ad alcuni, mentre altri dormivano in macchina. La seconda promessa è stata quella di ricostruire ogni edificio danneggiato dal sisma, tuttavia, un po’ per l’alto numero di danni e per la loro gravità e un po’ perché i procedimenti burocratici sui fondi da destinare alla ricostruzione delle seconde case non sono ancora stati risolti, questo secondo impegno è ad oggi rimasto disatteso.

Di tutto questo si parla ancora oggi. Ma come è cambiata la quotidianità di migliaia di persone che sono state costrette a veder mutati tutti i riferimenti delle loro vite? Dopo che le telecamere si sono spente e l’attenzione è scemata, cosa ne è stato dei vari Onna?

Annalisa Di Cristofaro, una giovane ingegnere aquilana che collabora con l’Istituto Nazionale di Urbanistica e che ha svolto un lavoro di tesi di laurea, oggi in fase di pubblicazione, sulla situazione urbanistica dell’Aquila post-sisma, ci dice come è cambiata la vita di tutti i giorni e quali sono le prospettive della città.

Prima del sisma era possibile riconoscere all’interno della città tre dimensioni territoriali differenti che lo caratterizzavano e costituivano: una dimensione di cui facevano parte 16 frazioni e 62 centri abitati, una dimensione lungo la media valle del fiume Aterno e una dimensione composta da vuoti urbani, aree dismesse e spazi naturali importanti. Dopo il sisma del 2009 vi è stata ridistribuzione della popolazione e delle attrezzature. Il terremoto, di conseguenza, ha causato sostanzialmente una delocalizzazione di alcuni servizi fondamentali, uno stravolgimento degli spazi della vita comunitaria (centri commerciali e strade mercato carrabili), nonché una perdita, o comunque un indebolimento, delle vie di comunicazione in generale sia in città che nella provincia”.

Poi aggiunge “a livello demografico, nonostante i dati comunali indichino che dal terremoto ad oggi solo 400 persone circa si sono spostate da L’Aquila in altre sedi, l’entità reale del danno provocato dall’emigrazione è molto più grande delle apparenze. In molti hanno mantenuto, per motivi fiscali e per i benefici dei sovvenzionamenti per la ricostruzione delle prime case, la loro residenza in città pur risiedendo stabilmente in seconde case o fuori dal Comune e chi è venuto come operaio per la ricostruzione, non è detto che decida di prendere residenza in città”.

La questione è ancora più complessa se si considera la miriade di paesi dislocati in tutta la provincia che hanno subito danni dal sisma. Prima di delineare i contorni di un piano di ricostruzione delle aree danneggiate è necessario considerare fattori demografici, sociali e territoriali: il rischio, che è necessario ben guardarsi dal correre, è quello di finanziare la ricostruzione di aree semideserte. Il terremoto che ha coinvolto e sconvolto L’Aquila e provincia ha portato all’abbandono di alcune zone in favore di altre. Questa nuova geografia demografica si traduce in un abbandono di zone storiche, dove la vecchia edilizia è stata martoriata dalle scosse, in una redistribuzione dei servizi (bar, ristoranti, locali per giovani, poste, supermercati) e nella lontananza dai luoghi a cui si era abituati, patita soprattutto da anziani e disabili.

Per quel che riguarda il centro storico, le cose son rimaste quasi come i giorni immediatamente successivi al sisma. Gli unici passi avanti sono stati i vari puntellamenti e opere di messa in sicurezza che ad oggi, senza lavori edili supplementari, stanno perdendo efficacia ed utilità. La realizzazione della promessa di far tornare il centro storico della città così come era è tuttora un miraggio.

I fondi per la ricostruzione massiccia sono stati assegnati con laL.77/2008 ma l’unica parte di questi, che è stata spesa, è stata utilizzata nel restauro di case poco danneggiate. La parte più consistente, quella per riparare il centro storico di L’Aquila e gli edifici gravemente danneggiati, non è chiaro se sia sufficiente o meno ad adempire completamente a tale scopo. Non si sa, in sintesi, come mantenere gran parte delle promesse fatte e soprattutto entro quando.

Sicuramente non si tornerà mai alla situazione precedente al sisma” dice sempre l’ing. Annalisa Di Cristofaro” i tempi della ricostruzione sono lunghi sia per l’individuazione di un uso razionale delle risorse che per gli interventi pratici. Il terremoto però ha dato una grande svolta, nel senso che L’Aquila prima esisteva come città perché esisteva il centro storico e anche chi abitava in periferia e chi abitava nei paesi della prima corona si riferiva al centro per svolgere le funzioni base della vita – passeggiata, giri per uffici, tempo libero, mercato, locali serali -. Il terremoto ha stravolto questo equilibrio e c’è stata la necessità di dover dotare di servizi anche le periferie, questo è un fatto positivo per il futuro in quanto, si spera, che quei servizi dislocati al di fuori del centro storico possano rimanere, almeno in parte, dove si trovano adesso. Il problema grande invece è quello dato dall’enorme numero di casette in legno, costruite senza regole per una delibera del Comune che consentiva a chiunque di realizzare un ricovero, cosa che poi si è rivelata essere per alcuni una villa a tre piani in legno nel bel mezzo della conca aquilana con conseguente stravolgimento di un paesaggio già abbastanza compromesso dal terremoto”.

Alle parole di Annalisa si affiancano le sofferenze di migliaia di persone che tutti i giorni fanno i conti con i disagi ancora presenti nelle loro zone, con le difficoltà di vedere cambiati i loro riferimenti di una vita e con il dolore per chi non è sopravvissuto a quella notte. Oltre le telecamere delle tv c’è una popolazione che vuole riscattare le terre a cui è profondamente legata: c’è L’Aquila che vuole tornare a volare.

Fabrizio Leone
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