“Lavorare in pochi, lavorare di più”. Lo strano piano Marshall di MarchionneTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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“Lavorare in pochi, lavorare di più”. Lo strano piano Marshall di Marchionne

“Lavorare in pochi, lavorare di più”. Lo strano piano Marshall di Marchionne

Sabato di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. Fiom, Slai Cobas e Comitato cassaintegrati manifestano per chiedere l’introduzione di contratti sociali. La Fiat risponde chiedendo l’aiuto delle autorità competenti per arginare la protesta.

Ieri è stato il primo sabato lavorativo di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. È arrivato un inaspettato picco di domanda produttiva grazie alla richiesta di modelli Panda da parte di società di autonoleggio. Chi già lavora, lavorerà di più. Chi è in cassa integrazione da anni, continuerà a restare a casa. Fiom, Slai Cobas e Comitato di lotta cassaintegrati hanno manifestato il loro dissenso perché i conti non tornano.

Qualche giorno fa l’amministratore delegato Marchionne, all’assemblea di Confindustria, ha parlato di un piano Marshall: “La Fiat non chiuderà nessuno stabilimento in Italia anche se sarebbe la scelta più razionale” – laddove per razionale si intende profittevole in gergo cinico-manageriale – asserendo inoltre che il progetto “porterà in tre o quattro anni al pieno impiego dei lavoratori”. O il progetto quadriennale prevede riassunzioni di massa allo scadere del quarto anno oppure non comincia con il piede giusto. Come mai davanti a un picco produttivo non si coglie l’occasione per dare lavoro ai cassaintegrati invece di chiedere straordinari a chi è già occupato? I sindacati che hanno firmato l’accordo si giustificano dicendo che in questo modo ben quindici persone torneranno in fabbrica. I sindacati che sono rimasti fuori dai cancelli chiedono contratti sociali, l’unica soluzione che permetta davvero il rientro dei duemila esclusi: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Da quindici a duemila la strada è lunga. Ed è soprattutto tortuosa vista la scarsa corrispondenza tra i proclami di Marchionne ed i fatti.

Preoccupante anche l’esposto presentato venerdì dalla Fiat alla Procura di Nola. La casa torinese temeva un picchettaggio che impedisse l’entrata dei lavoratori “provocando gravi danni occupazionali e patrimoniali all’azienda”. I danni patrimoniali, qualora fosse andata così, sarebbero stati effettivi; ma nell’espressione “danni occupazionali” c’è un fare minaccioso che non può essere casuale se proviene da chi come l’amministratore delegato Fiat è già stato indagato per violazione dei diritti sindacali. Timori, quelli provenienti dal Lingotto, smentiti dai fatti, visto che la manifestazione è stata democratica: due contusi ma nessuna reale minaccia nei confronti degli operai in entrata nello stabilimento. Maurizio Mascoli, segretario regionale Fiom, in una intervista riportata dal giornale Lettera 43 ha dichiarato che “le uniche minacce sono state quelle di Fiat per intimidire i lavoratori a non partecipare allo sciopero”.

Per il momento la distribuzione equa di oneri e onori non sembra all’ordine del giorno nella sede di Pomigliano. Ma non potrebbe essere altrimenti nell’azienda madre del capitalismo all’italiana in cui il top manager Marchionne, secondo quanto riportato dal “Sole 24 Ore”, avrebbe guadagnato 7,4 milioni di euro nel 2012, quasi il doppio dell’anno precedente. Confrontato ai dati degli altri colleghi europei sembrerebbe tutto normale se non fosse che a questi vanno aggiunti 4 milioni di azioni Fiat spa e 4 di azioni Fiat industrial per un totale calcolato di 50 milioni di euro lordi. Un’infinità. Inoltre resta allarmante la scelta strategica di retribuire un manager con così ampie quote di stock option. Finanza e produzione economica non sono fedeli sorelle nella gestione dell’impresa: per dirne una, i titoli in borsa salgono se si tagliano i costi del lavoro con licenziamenti, anche se la produzione dovesse conseguentemente calare. Se si lega così massicciamente lo stipendio dell’amministratore alla remunerazione azionaria, appare difficile che la Fiat possa realmente tornare a dare priorità alla produzione, all’occupazione ed alla distribuzione equa della ricchezza. Come invece dichiarato a parole. I conti non tornano.

Gianmarco Dellacasa
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