Lavorare, lottare e morire nell'Italia post-democraticaTribuno del Popolo
lunedì , 24 luglio 2017
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Lavorare, lottare e morire nell’Italia post-democratica

Nonostante la grande manifestazione del 13 settembre a Piacenza, organizzata dal Si Cobas per il reintegro dei lavoratori licenziati dall’Ikea con 16 pullman venuti da Napoli, Milano, Bologna, Roma, Torino, Brescia, Como, Genova, Ancona, Modena per dire che “Se toccano uno toccano tutti”, i licenziamenti politici sono proseguiti.

Alla DiElle di Cassina de Pecchi (MI) il presidio dei lavoratori che si occupano del riciclaggio della plastica, licenziati in seguito a un passaggio di gestione, si è concluso con violente cariche dei Carabinieri e due arresti per resistenza. I lavoratori che fino al 18 maggio lavoravano per la cooperativa Fast Service, non sono mai stati licenziati “ufficialmente”, ma risultano di fatto senza stipendio da quella data per via del passaggio di appalto a una nuova società di gestione del ciclo di riciclaggio dei rifiuti. Inoltre, la vecchia cooperativa ha deciso di sostituire la procedura di CIG nientemeno che con un licenziamento di massa che ha coinvolto tutti i 60 operai del Si.Cobas. L’azienda “ci ha lasciato a casa dopo averci sfruttato come schiavi per cinque anni, e ora ignora l’accordo firmato il 27 giugno scorso in Prefettura a Milano, che prevedeva l’assunzione immediata per 30 operai e la cassa integrazione per gli altri 30″, spiegano gli operai. Così, i lavoratori licenziati, martedì 23 settembre decidono di compiere azioni di picchettaggio e resistenza non-violenta per impedire l’ingresso ai nuovi lavoratori che vengono a svolgere la funzione del crumiraggio, contribuendo al peggioramento delle condizioni lavorative di tutti. Ma questa non è che una delle tante vertenze che continuano a muoversi nel ventre della logistica italiana, in cui si promuovono solidarietà e unità nelle lotte: i lavoratori dell’Ikea di Piacenza e della Granarolo di Bologna infatti non hanno mai fatto mancare il loro sostegno durante le iniziative di picchettaggio presenziando fisicamente alle lotte.
Che queste iniziative stiano pungendo i padroni è fuor di dubbio (basta vedere la tensione crescente davanti ai cancelli), ma pare che i poteri contrastati siano ben più potenti: dalle aggressioni in stile mafioso si sta passando sempre più alla repressione diretta da parte del potere statale.

I lavoratori di un settore cruciale come quello della logistica hanno però attuato nuove forme organizzative, aperte a disoccupati e precari che non mancano di portare la solidarietà a ogni picchetto, trasformando il blocco in un vero “picchetto sociale”. Lo stato di agitazione (quasi) permanente della logistica è soprattutto rivelatore di un tentativo di sperimentazione organizzativa finora riuscito. Tentare una sintesi che permetta di estendere l’agitazione e includere nuovi settori disagiati in espansione – in un paese dove la produzione industriale è calata di un quarto solo negli ultimi anni – è un’occasione rivoluzionaria non da poco. Domenica scorsa Aldo Milani, coordinatore nazionale S.I.Cobas, in assemblea con le altre realtà che si stanno saldando attorno ad una prospettiva di “sciopero sociale”, ha lanciato lo sciopero dell’intero settore della logistica per il 16 ottobre. La stessa Fiom nelle ultime ore ha annunciato l’ipotesi di lanciare uno “sciopero alla rovescia” per il 18 ottobre, in cui includere la vasta platea dei disoccupati e degli inoccupati.

Nel frattempo, mentre si stanno definendo le piattaforme organizzative per tentare una mobilitazione estesa in grado di innescare il salto di qualità nell’articolazione delle lotte e delle istanze programmatiche, sul versante governativo si delinea un quadro reazionario di vasta portata: il Jobs Act; la riforma della scuola; la nuova privatizzazione e mercificazione dei beni comuni, con un ulteriore erosione del welfare che già adesso taglia fuori basilari diritti costituzionali come il diritto all’abitare, il diritto al lavoro e al reddito, l’accesso gratuito all’istruzione di qualità senza l’obbligo di sottoporsi ai dispositivi di selezione e di controllo infarciti di retoriche meritocratiche che trasformano il sapere in mero strumento degli interessi d’impresa (che, per inciso, son poi quelli che Renzi ha esaltato durante la sua visita negli States).

In questo senso l’Expo coi suoi 18.500 volontari all’inseguimento dell’occupabilità, in assenza di lavoro dignitoso, è l’esempio del modello degenerato di società che ci aspetta. Inutile dire che la Costituzione e la Repubblica democratica, ivi teorizzata, fondata sul lavoro, non c’entra nulla con tutto ciò. La prospettiva per gli attuali lavoratori, disoccupati e precari è quella dei lavoratori delle cooperative agricole del Caat di Grugliasco (TO): lottare uniti per il controllo del proprio lavoro e per riappropriarsi della propria vita, rischiando di essere investiti dal furgone del padrone lanciato a tutta velocità contro di essi con la complicità delle istituzioni. La mesta alternativa rischia di diventare quella riservata ai due operai kosovari, Mustafà Nexhmedin e Avdyli Valdet che avevano prestato il proprio lavoro per 20 mila euro di stipendi mai pagati, e che nemmeno le cause intentate avrebbero potuto ridare loro, costringendoli a un destino di schiavitù nel far-west chiamato Italia.

E mentre il Presidente del Consiglio si occupa di start-up e Twitter visitando gli stabilimenti che la ex-Fiat ha portato negli States, nel far-west Italia si continua a morire di lavoro, per ottenere il lavoro e senza il lavoro. L’unica “luce in fondo al tunnel” possibile è quella che si può accendere con le lotte, alimentate negli scorsi mesi e da rendere più partecipate, più estese e più radicate. L’alternativa è il buio pesto.

Alex Marsaglia

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