Lavorare meno: come si affronta la sfida?Tribuno del Popolo
giovedì , 27 luglio 2017
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Lavorare meno: come si affronta la sfida?

Premiata Macelleria Sociale Renzi? Eppure il futuro del lavoro non risiede solo nelle leggi, ma nei fatti che lo cambiano già, con tendenze mondiali smisurate.

Fonte: Megachip Globalist

Potremmo partire dal Jobs Act e dalla Premiata Macelleria Sociale Renzi, ma ne parlano già tutti. Il futuro del lavoro non risiede solo nelle leggi, ma nei fatti corposi che lo cambiano già ora, dentro tendenze mondiali smisurate.

Si prenda l’attuale vicenda di Meridiana, simile a tante altre: è lacartina di tornasole della rarefazione del Lavoro. C’è poco da fare. Il lavoro in Meridiana c’è. Solo che lo hanno spostato su AirItaly, una compagnia controllata da Meridiana, ma che ha una forza lavoro di “giovani” molto più facili da spremere sia a livello di salario che a livello di carichi e di trasferte, mentre a Meridiana ci sono lavoratori con salari più alti e contratti maggiormente tutelanti rispetto ai loro colleghi/concorrenti della compagnia gemella.
Quel che viene da pensare è che ormai nel settore privato la situazione sia questa:
- Nei lavori ad alto coefficiente di professionalità, il tuo impiego inizia – poniamo – a trent’anni, dopo laurea, master, dottorati, e pinzillacchere varie, e a cinquant’anni sei già un rottame costoso da espellere, e a quel punto iniziano le strategie modelloMerdiana/AirItaly, i drammi tipo esodati, gli scivoli (ma verso cosa scivoli? Verso il baratro!), l’espulsione dall’azienda e la reintroduzione nel ciclo produttivo della medesima tramite “partite IVA”, contratti di consulenza e soluzioni di tal fatta.
- Nei lavori a basso coeffciente di professionalità inizi a lavorare a vent’anni, ma il Golgota inizia prima (se non addirittura dal primo giorno di lavoro): rischio delocalizzazione, stipendi bassi, rischi per la salute, fallimenti pilotati di padroni senza scrupoli (con annessa la sorpresa che non hanno manco versato i contributi INPS) e a 40 o 45 anni sei già fuori dal ciclo produttivo.
Insomma, giratela come volete, non c’è più per nessuno. E questo vale anche per i dipendenti pubblici: i “super garantiti” secondo la leggenda. L’architettura produttiva italiana è organizzata in modo che il lavoro “DIRETTAMENTE” produttivo sia tutto in mano “privata” e a quello pubblico rimanga quello o INDIRETTAMENTE” produttivo o quello “Improduttivo ma necessario”. Naturalmente la definizione “improduttivo” non ha alcun intento spregiativo ma solo tecnico e la cosa è stata spiegata bene anche da Marx. Per mettere le cose in chiaro.
Il discorso è che se il lavoro direttamente produttivo (quello privato) non c’è, allora si fa il botto tutti insieme, perché solo estraendo valore da questo (leggi tasse) si sostiene il secondo.
Che facciamo? A me pare che l’attuale dibattito sia il vuoto, il nulla. Mentre in Russia invece si parla di riduzione della settimana lavorativa a 4 giorni senza ridurre i salari (ma lì Marx lo conoscono per davvero). A Mosca dicono perfino di essere intenzionati a mantenere assurdi privilegi come la pensione. Non c’è più religione.
A quelli che vivono di “mercati finanziari”, di capitali, invece va ricordato che il mercato finanziario è un puro gioco di “ombre cinesi”…il capitale è lavoro morto, lavoro fatto in passato che per non distruggersi/svalutarsi ha bisogno di estrarre valore dal ciclo produttivo reale o sotto forma di interessi o sotto forma di profitti/dividendi.
Se il ciclo produttivo non è in grado di produrre valore in quantità sufficiente, c’è poco dai estrarre. E ha voglia Draghi con le sue puerili manovre di stampaggio di cartacce sotto varie forme e vari nomi…se non c’è valore reale da spartire non c’è proprio quella trippa per gatti. E presto o tardi arriva il botto finale.
Insomma è ora che chi sa parli, e che chi non sa si levi di torno. Prima che la risolvano come l’hanno sempre risolta: guerra che distrugge ma che permette di ricostruire, e milioni di giovani (facili da manipolare con parole quali “Patria, Onore, Eroismo” ecc.) da mandare al macello vero, mica la “macelleria sociale”…

Giuseppe Masala

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