Lavoratori pubblici sotto attacco tra tagli e blocco dei contrattiTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Lavoratori pubblici sotto attacco tra tagli e blocco dei contratti

Prosegue col governo Letta l’operazione di attacco al pubblico impiego, in continuità con il governo Monti e con l’offensiva lanciata dal governo Berlusconi, sostenuta dalla più volgare propaganda dell’allora ministro Brunetta contro i “fannulloni”.

Fonte Marx21.it

Dietro l’intento di riformare la pubblica amministrazione – sempre dichiarato e mai realizzato – si perseguiva in realtà l’obiettivo di bloccare le retribuzioni, ridimensionare pesantemente l’autonomia contrattuale, emarginando e umiliando il sindacato, per riportare in ambito legislativo gran parte delle materie oggetto di contrattazione, in primo luogo l’organizzazione del lavoro: più che un macigno, una vera pietra tombale sulla contrattazione che nella sintesi tra obiettivi salariali e diversa organizzazione del lavoro trova la sua profonda ragione d’essere.

Sono più di tre milioni i lavoratori pubblici che, da molti anni, vedono precipitare il proprio reddito; il 2009 segna il punto di caduta più critico, con l’aggravarsi della crisi e il blocco per legge dei rinnovi contrattuali, reiterato dal governo Monti e riconfermato oggi dal governo delle “larghe intese”.

In perfetta continuità con le politiche finanziarie e sociali dei precedenti governi, la manovra finanziaria varata dal governo in questi giorni nega risorse per i rinnovi contrattuali per tutto il 2014, rinviando di fatto al 2017 ogni possibilità di aumento per milioni di persone il cui reddito medio si attesta attorno ai 1200-1300 € al mese; un reddito che, nel suo valore reale, corrisponde a quello percepito nel 2002, come evidenziato dalla stessa Corte dei Conti. I provvedimenti preannunciati nella Legge di Stabilità (o meglio Finanziaria, perché bisogna tornare a chiamare le cose col giusto nome!) vanno a incidere ulteriormente su un settore già pesantemente colpito dalla perdita di 500.000 posti di lavoro dall’inizio della crisi: si conferma fino al 2018 il turn over al 20%; si elimina per il 2013-2014 l’indennità di vacanza contrattuale, che rappresenta pur sempre un recupero, seppur inadeguato e parziale, della perdita del potere d’acquisto dovuta all’inflazione; si tagliano ulteriormente gli straordinari; si rateizza la liquidazione; per 150.000 precari, i cui contratti scadranno al 31 dicembre 2013, non ci sarà rinnovo, con grave compromissione del futuro di questi lavoratori e della funzionalità dei servizi da loro garantiti, soprattutto nel comparto sanità. Una situazione che deve preoccupare, ben oltre la già vasta platea dei diretti interessati, tutti i lavoratori e la sinistra di questo paese.

Al di là della facile considerazione degli effetti ulteriormente recessivi prodotti dalla riduzione del reddito di quei soggetti cosiddetti garantiti che, come tali, hanno una maggiore propensione al consumo, occorre chiedersi il perché di tanto accanimento. Sfumato il furore iconoclasta, di brunettiana memoria, contro i “privilegiati”, è ormai in atto un disegno più sottile, ma non meno evidente, che tende a demolire, anche mediante l’attacco al lavoro pubblico, il sistema dello stato sociale in questo paese.

L’ideologia liberista, volta a limitare il perimetro dell’intervento pubblico, ha assunto la cifra del rigore e dell’equilibrio dei conti pubblici attuata con i tagli lineari, senza peraltro intervenire sul carico ed equità fiscali. Negando le risorse da finalizzare alla valorizzazione del lavoro pubblico, alle riorganizzazioni e al miglioramento dei servizi, si compromette la qualità e la quantità dei servizi mentre, proprio a causa della crisi economica, aumentano i bisogni e le emergenze sociali.

Se “uniamo i puntini” emerge netto il disegno di marca liberista che si vuole attuare: indebolire il sistema dei servizi pubblici, sanità in primo luogo, per far spazio ai privati.

Il luogo comune, artatamente diffuso dalla propaganda di destra, che vorrebbe il numero dei dipendenti pubblici troppo elevato e parassitario va sfatato: in 10 anni, dal 2001 al 2011, il numero dei dipendenti pubblici è sceso dal 6,4 al 5,8% della popolazione, in controtendenza rispetto a molti paesi UE: basti pensare che in Francia il rapporto è di 9,4 dipendenti pubblici ogni 100 abitanti. Segno evidente che l’efficienza della pubblica amministrazione, di cui la Francia è notoriamente un esempio positivo, non si misura dal numero – ridotto – degli addetti, bensì dalla buona organizzazione del lavoro, dalla capacità dei dirigenti, dal coinvolgimento dei lavoratori nel raggiungimento degli obbiettivi. Su questo occorrerebbe piuttosto intervenire, destinando adeguate risorse per gli investimenti e per il lavoro, ponendo fine alla facile demagogia che divide i lavoratori e fomenta la guerra tra poveri. In tempo di crisi i servizi non sono un lusso da tagliare, ma un investimento per vivere meglio e non lasciare soli i più deboli.

Proprio negli enti locali risiede la maggior parte dei servizi molto appetibili per i privati, dagli asili nido alla sanità fino alla gestione del ciclo dei rifiuti e ai beni fondamentali come la distribuzione e vendita dell’acqua. Sono servizi che attirano fortemente gli interessi del settore privato perché hanno un mercato vastissimo e garantito: si può rinunciare ad un vestito o al televisore nuovo, ma nessuno, neppure in tempo di crisi, può rinunciare all’istruzione dei figli, all’assistenza ad un familiare malato o non autosufficiente o ad usare l’acqua! Sottrarre risorse agli enti pubblici gestori, impedire assunzioni di personale, umiliare giuridicamente ed economicamente il lavoro pubblico significa creare le condizioni perché questi enti facciano un passo indietro, cedendo le prerogative loro spettanti ai privati pronti a prenderne il posto per ricavarne profitto.

Non ci sarebbe nulla di male se non fosse che i beni di cui trattiamo non sono semplici beni di consumo alla stregua di un’automobile o di un abito, ma ineriscono ai diritti fondamentali della persona. La mistificazione ideologica ha trasformato gradualmente il cittadino/utente in cliente, riducendo gli stessi diritti alla misura del profitto e del calcolo ragionieristico. Ai sostenitori della privatizzazione dei servizi occorre chiedere come sia possibile garantire servizi di qualità a prezzi concorrenziali rispetto al pubblico. La risposta è semplice: o si riduce la qualità o si abbatte il costo del lavoro degli addetti aumentandone lo sfruttamento o, cosa assai poco probabile, si rinuncia a quote di profitto. Tutte le esperienze fatte dimostrano che nelle privatizzazioni il vantaggio economico per gli enti e per i cittadini è solo apparente, e sopravvive solo a fronte della cattiva organizzazione o a forti limitazioni di spesa imposte agli enti pubblici, fintantoché i soggetti privati non acquisiscono posizioni di forza tali da imporre condizioni contrattuali loro favorevoli, diventando monopolisti di fatto. Il passaggio degli enti da soggetti gestori a stazioni appaltanti o semplici coordinatori di concessionari di servizi, non garantisce affatto maggiore economicità e funzionalità al sistema ma, di sicuro, riduce spazi di partecipazione e garanzie di fruizione di diritti universali.

Si abbassa il livello dei diritti e il trattamento economico di chi in quei servizi lavora e si insinua pericolosamente un’ ulteriore divisione tra lavoratori più o meno protetti, un’altra guerra tra poveri che indebolisce il mondo del lavoro.

La risposta deve essere netta, lo sciopero generale si impone per fermare questo disegno scellerato e porre fine ad una stagione di accanimento contro chi è impegnato a garantire servizi di pubblica utilità.

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