Lavoro: patto Fiom-IG Metall per l'art. 18. L'orizzonte nuovo del sindacatoTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Lavoro: patto Fiom-IG Metall per l’art. 18. L’orizzonte nuovo del sindacato

Soluzioni europee e risposte politiche: dopo la rottura con Renzi per la Cgil è tempo di cambiamenti. Dalla ricerca di una nuova sponda politica sino alle sinergie con gli altri sindacati europei, la sfida è ridare rappresentatività ai lavoratori.

Fonte: Oltremedianews

Costruire un sindacato diverso che operi a livello transnazionale e fare fronte comune contro la riduzione dei diritti dei lavoratori. Di più, tornare a rinsaldare il collegamento tra sindacato e politica con un nuovo soggetto che porti in parlamento le istanze dei lavoratori. L’agenda di Cgil e Fiom non è mai stata così fitta come in queste settimane. Da un lato la preparazione della grande manifestazione del 25 ottobre e del probabile sciopero generale contro le riforme del lavoro progettate dal governo; dall’altra l’esigenza di trovare un nuovo appoggio politico per una Cgil rimasta orfana di quel sostegno politico parlamentare evidentemente indispensabile per un’efficace azione sindacale.

Lo spaesamento dopo la rottura con un governo almeno formalmente di centro sinistra è forte, soprattutto per quella parte del sindacato da sempre vicina agli ambienti democratici eppure lontana anni luce dal nuovo corso targato Renzi. Un cambiamento forse non proprio imprevedibile che però di fatto costringerà, dopo tanti anni, la principale organizzazione sindacale italiana a guardasi intorno e a fare una seria analisi interna funzionale ad una ridefinizione del ruolo del sindacato nell’attuale fase e ad una ricollocazione dello stesso nei rapporti di forza con i governi e i datori di lavoro.

Così, in un contesto che vede la Cgil navigare in mare aperto, anche una semplice riunione tra i vertici di Fiom Emilia Romagna e della federazione provinciale di Wolfsburg del corrispettivo sindacato tedesco IG Metall, è stata occasione per affrontare temi che potrebbero segnare una svolta epocale nell’organizzazione dei soggetti rappresentativi dei lavoratori a livello europeo. «Abolire l’articolo 18 è un attentato ai diritti dei lavoratori di tutta Europa» ha esordito in maniera non troppo diplomatica Hartwig Erb, segretario provinciale del sindacato IG Metall di Wolfsburg. «Se l’Italia dovesse abolire le tutele, – ha poi continuato – rischiamo che in Europa si verifichi il cosiddetto effetto domino. Ovvero che le aziende multinazionali decidano di applicare anche agli stabilimenti esteri le stesse modalità contrattuali approvate in questo Paese, con il risultato che forme di lavoro con minori tutele potrebbero essere introdotte anche da altri stati dell’Unione, contribuendo così a peggiorare crisi e disoccupazione».
Il motivo della preoccupazione di IG Metall si chiama dunque ancora una volta articolo 18, segno che non si tratta proprio di un feticcio o di una questione ideologica tutta italiana come qualcuno vorrebbe far credere. Il fatto il Jobs Act allarmi tanto persino i metalmeccanici tedeschi potrebbe sembrare cosa strana visto che proprio il modello tedesco a detta dei nostri media dovrebbe aver ispirato Renzi. Niente di più falso: in Germania il licenziamento senza giusta causa, anche con indennizzo, non esiste. A dirlo è lo stesso Erb: «Non vorrei che con la sua cancellazione in Italia iniziasse a cambiare qualcosa anche in Germania. In Volkswagen per esempio per legge non si può licenziare così come nelle altre aziende. Nonostante ciò continuamente tentano sempre di dividere i lavoratori dall’azienda».
La ricetta, nemmeno a dirlo, sta nell’unione delle lotte: «Dobbiamo disegnare un modello diverso
di sindacato – ha sottolineato quindi Erb – che agisca a livello transnazionale in sinergia, che unisca le forze nel combattere le battaglie del mondo del lavoro. A partire dalla tutela dell’articolo 18. Per capire questa necessità, del resto, basta guardare come opera l’imprenditoria: le aziende si presentano sempre molto unite, e così deve fare il sindacato». E proprio su questa visione è impostato l’accordo di cooperazione tra i due sindacati che al momento vede in fase di elaborazione un protocollo che promuoverà la condivisione di linee comuni, la costruzione di un fronte unito sui ‘no’ al peggioramento delle condizioni di lavoro e anche lo scambio di funzionari e delegati.

Dalle federazioni provinciali alle strutture sindacali nazionali il passaggio è breve e potrebbe rappresentare davvero il salto di qualità nella costruzione di un fronte sindacale unitario a livello europeo sinora irrealizzato. Ciò che avviene in Italia avviene anche in Europa, è la sintesi del sindacato tedesco, per questo a novembre sarà proprio Maurizio Landini che andrà in trasferta in Germania per incontrarsi con i vertici della IG Metall. E chissà se non ci sia allo studio proprio una rappresentanza unitaria e condivisa per l’incontro previsto in autunno tra imprenditori italiani e tedeschi del medesimo settore, cui si dice possano partecipare addirittura lo stesso Renzi e Angela Merkel. Appuntamenti fondamentali tanto quanto quello che porterà IG Metall e Fiom rispettivamente il 10 ed il 22 novembre in Brasile per un incontro con laConfederazione sindacale brasiliana. Insomma è sul campo internazionale che la Cgil proverà a testare il proprio peso.

Un peso che non può essere solo contrattuale. Sicuramente l’unità sindacale è un presupposto fondamentale per far pesare tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale le posizioni dei lavoratori. Come è vero pure che gran parte della stagione espansiva dei diritti dei lavoratori culminata con lo Statuto e con gli accordi confederali degli anni ‘70 è stata segnata da una forte sponda politica su cui i sindacati hanno potuto contare, rappresentata dal PCI. Collegamento in qualche modo mantenuto anche con le mutazioni dell’ex partito comunista e che però rischia di essere per sempre affossato dalla mutazione genetica targata Renzi. Non solo, al centro delle riflessioni ci sono anche la disoccupazione dilagante, le difficoltà incontrate dal sindacato nell’intercettare le istanze e le esigenze dei lavoratori precari e la frammentazione indotta dal modello Fiat cui il Jobs Act si ispira. Un insieme di spunti che ha portato qualcuno a ritenere di dover mettere in discussione anche la stessa vocazione associativa del sindacato (a dir la verità mai digerita dalla Cgil e prediletta da Cisl e Uil): chi si iscriverebbe ad un sindacato in caso di abolizione dell’articolo 18? Chi rappresenta i 3,3 milioni di disoccupati? E poi ci sono le dichiarazioni degli ultimi giorni di Maurizio Landini il quale ha nuovamente rilanciato su temi non proprio di rilevanza prettamente contrattuale come le critiche alla politica fiscale del governo, all’impostazione economica di base, ai tagli previsti in finanziaria.

Da anni da più parti il segretario Fiom viene tirato per la giacca da chi sogna una sua discesa in politica, ma al di là dei personalismi respinti dallo stesso sindacalista che tanto hanno fatto male alla sinistra negli ultimi anni, la domanda sorge spontanea: non sarebbe ora di riunire tutto ciò che c’è a sinistra del Pd per un grande partito del lavoro di supporto all’azione del sindacato? Visto la trasferta brasiliana in programma, chissà che Landini non trovi proprio in Lula, ex sindacalista ed indimenticato presidente brasiliano dal 2003 al 2011, un modello da seguire.

Michele Trotta

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