Lavoro. Viaggio nella ripresa che non c'èTribuno del Popolo
mercoledì , 13 dicembre 2017
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Lavoro. Viaggio nella ripresa che non c’è

Ripresa? Assunzioni? Jobs Act? Ecco un breve viaggio nel mondo di chi un lavoro non lo aveva e continua a non averlo a dispetto dei trionfalismi e degli annunci del governo. Le uniche posizioni aperte che si trovano nei siti di annunci sono quelle per venditori, per non parlare della richiesta assurda di esperienza di fronte a milioni di ragazzi alla ricerca del primo impiego. 

Paese bizzarro l’Italia, un paese dove i problemi dei giovani espulsi dal mercato del lavoro vengono bellamente ignorati da un governo e da una classe dirigente che pensa di conoscere a fondo il Paese e invece ne ha una immagine distorta e deformante. A sentire i proclami del governo si penserebbe a un Paese in ripresa dove finalmente le aziende hanno ripreso ad assumere, al punto che si potrebbe quasi pensare che siano svogliati e viziati questi ragazzacci che al posto che lavorare continuano a “lamentarsi”. Una visione questa propagandata dal governo che trova proseliti soprattutto in quelle categorie di persone che vivono un’altra “Italia”, quella dove la mancanza di lavoro e la disoccupazione non sono di casa per intenderci. Il rischio però è quello di perdere di vista la realtà, eppure non ci va poi così tanto per farci i conti se solo uno lo volesse.

Basta fare un giro anche approssimativo su tutti i motori di ricerca e portali di lavoro per rendersi conto di come questa fantomatica ripresa sia solo “immaginaria”. Le uniche posizioni aperte infatti sono quelle dei venditori, degli addetti marketing (che poi è un altro modo per dire venditori), o degli agenti di commercio (altro modo per dire venditori, venditori e ancora venditori). Non vorranno mica dirci che anche quelle siano reali offerte di lavoro? Qua non stiamo parlando di laureati viziati che vogliono il lavoro della loro vita oppure preferiscono rimanere senza fare niente a casa con mamma e papà, stiamo parlando di ragazzi e ragazze cui viene detto di lavorare senza contare su uno stipendio fisso dato che i contratti di vendita vengono a pagati a provvigione. Non solo, spesso e volentieri si richiede l’apertura di una partita Iva, quindi non è difficile comprendere come mai molti preferiscano non fare nulla piuttosto che rischiare di lavorare ore e ore senza vedere un soldo.

Ma non è finita qui, il governo non vuole vedere che decine di migliaia di ragazzi e ragazze laureati vengono persino colpevolizzati dal mondo del lavoro per la loro elevata formazione, come se per il fatto stesso che hanno scelto di studiare sono stati “marchiati” in qualche modo con la stimmate degli “scansafatiche”. E questo vergognoso atteggiamento del mondo del lavoro italiano nei confronti di personaggi dall’alta formazione culturale è figlio di una impostazione “miserabile” della classe imprenditoriale italiana che punta tutto sullo sfruttamento secco della manodopera e niente sulla ricerca, sull’innovazione, sulla cultura e sul lavoro di qualità. Sembra quasi che si voglia in qualche modo punire coloro i quali hanno voluto affrontare un determinato percorso di studi, una sorta di “scappellotto sociale” che mette al “proprio posto” i laureati che hanno avuto il torto di credere nella realizzazione delle proprie aspirazioni.  In ogni caso il problema del lavoro non riguarda certo solo i laureati, vi è poi la beffa delle posizioni di lavoro aperte solo per coloro i quali hanno avuto anni di esperienza in una determinata mansione, una beffa appunto dato che coloro i quali non riescono a trovare nemmeno il primo impiego della loro vita vengono messi ai margini della società come una specie di “paria” della società contemporanea.

Quello che si chiede a decine di migliaia di ragazzi è di rimboccarsi le maniche e accettare qualsiasi tipo di lavoro senza formalizzarsi sugli stipendi, che secondo la vulgata che va per la maggiore, arriveranno prima o dopo se te lo meriti. E se non te lo meriti? Evidentemente la risposta è che devi sparire, senza nemmeno fare troppo rumore. Una forma evoluta di darwinismo sociale secondo cui coloro le cui aspirazioni sociali e lavorative non sono in consonanza con il progetto globale del governo vengono espulsi dal mondo del lavoro, liberi solo di andare altrove a cercare di sopravvivere, sempre se possono permetterselo. Del resto un Paese ricco di beni culturali e di laureati umanistici senza lavoro non dovrebbe forse investire in quello che ha, e quindi nella cultura? Troppo facile.

@Babeuf

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