Le attività del lobbying italiano a Bruxelles/2Tribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Le attività del lobbying italiano a Bruxelles/2

Le attività del lobbying italiano a Bruxelles/2

Il sistema dell’Unione Europea è volutamente aperto, inclusivo e multi-livello. Si parla sempre e comunque da un punto di vista prettamente teorico, anche se qualche cosa di vero c’è.Tale architettura è stata voluta per far partecipare “democraticamente” (detto ciò…di quale concetto di democrazia si tratti è tutto da discutere. Formale? Sostanziale? Misto? Su tutto e per tutto? A volte? Solo quando conviene? Non è facile capirlo!), tutti i rappresentanti dei 28 Paesi membri, degli oltre 150 Paesi terzi e delle migliaia di uffici di rappresentanza di interessi, alla formazione delle politiche, delle norme e delle regolamentazioni comunitarie.

Perchè a Bruxelles ?                                                                       LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’INCHIESTA QUI

Occorre ricordare che Bruxelles, insieme a Washington e Pechino, rappresenta uno dei 3 pilastri strategici del sistema economico e di sicurezza globale.

Nella capitale europea sono tessute intricate reti di contatti internazionali, che si sviluppano e si intersecano tra loro. Regioni, enti locali di tutt’Europa, associazioni di categoria nazionali ed europee, ONG e operatori sociali, centri di ricerca, rappresentanti di Paesi extra-europei, media nazionali ed internazionali, operano a stretto contatto su tematiche di interesse comune. Grazie al suo carattere volutamente cosmopolita e all’ atmosfera europea, per altro costruita artificialmente, che si respira a Bruxelles, la città diviene una piattaforma internazionale con un potenziale enorme per la promozione d’impresa e del territorio, ma anche per altri tipi di interessi, come quelli geopolitici, che con la promozione del territorio hanno ben poco con cui spartire.

Una campagna di marketing nella capitale europea raggiunge un bacino d’utenza indiretto che va ben oltre la singola città o le frontiere del Belgio. Essere presenti a Bruxelles significa, dunque, rilanciarsi sia a livello europeo che extra europeo, proprio per la presenza massiccia della comunità internazionale.

Ogni giorno, a Bruxelles, vengono organizzati decine di incontri, seminari tematici, conferenze, giornate informative. Partecipare a questi eventi permette, da un lato l’accesso ad aggiornamenti e approfondimenti settoriali, dall’altro consente di acquisire contatti internazionali e far veicolare il proprio nome tra gli operatori di un determinato settore.

Questo insieme di ragioni fa sì che la capitale belga assuma anche il ruolo di vera capitale europea delle lobby. Quindi, a Bruxelles, migliaia di lobbisti lavorano per influenzare il processo legislativo europeo, a tutela degli interessi di chi rappresentano.

Premesso che non è facile trovare dati aggiornati sulla presenza italiana, secondo un rapporto del 2006 del Centro Italiano Prospettiva Internazionale, a Bruxelles erano presenti: 119 uffici di collegamento e di rappresentanza con le Istituzioni europee; 2638 funzionari della Commissione Europea; 78 europarlamentari; 7 rappresentanze dello Stato; 21 uffici regionali e provinciali; almeno 16 tra federazioni e associazioni industriali confederate; più di 13 associazioni di settore; più di 14 uffici dei gruppi industriali; più di 17 gruppi finanziari e assicurativi; studi legali; società di consulenza; associazioni della “società civile”; università e centri di ricerca. La stima delle persone coinvolte ammontava a più di 6500 unità, per un costo indicativo di 450 milioni di euro l’anno.

Se considerassimo questo ammontare come un investimento, a quanto corrisponderebbe il guadagno? Difficile a dirsi! Ma sicuramente una cifra enorme.

Sempre secondo il rapporto del 2006 del CIPI, riprendendo un articolo dell’ex-Vice Presidente della Commissione Europea Siim Kallas, pubblicato dal Wall Street Journal Europe nel febbraio 2006, l’insieme della spesa per fare attività di lobbying in Europa è stata di 90 milioni di euro l’anno. Nello stesso periodo, la sola Loockheed Martin Corporation (quella degli F-35, tanto per interderci) investì più di 11 milioni di euro in lobbying a Washington, con un per la società USA stimato in più di 20 miliardi di euro all’anno. Applicando la ratio americana al caso europeo, il ritorno economico, ammonterebbe a più di 150 miliardi di euro annui.

Considerando solo il guadagno in termine di contratti finanziati attraverso il budget comunitario (che equivale a 150 miliardi di euro annui), ci si rende conto che la ratio americana non è applicabile al caso europeo, ma l’esempio ci conferma che si tratterebbe comunque di un mucchio di quattrini.

Come abbiamo già anticipato nell’articolo precedente e in questo, l’effetto economico principale dell’azione di lobbying sull’Unione Europea non è tanto quello di accaparrarsi una quota del suddetto budget in termini di contratti, ma nell’impatto che l’influenza di una lobby può avere sul PIL dei Paesi membri.

In quest’ottica, il volume economico di ritorno, prodotto dall’attività di lobbying, risulterebbe di gran lunga superiore a quello statunitense.

Come enunciato nell’articolo precedente, l’80% della normativa italiana deriva da regolamenti e direttive e decisioni europee. Nei prossimi articoli analizzeremo più dettagliatamente l’attività italiana di lobbying che, al di là della trasparenza proclamata, rimane parecchio discreta…

Andrea Stratta

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