Le Brigate Garibaldi, i guerrieri della "nostra" libertàTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Le Brigate Garibaldi, i guerrieri della “nostra” libertà

A causa dei venti del revisionismo che spirano fortissimo la memoria stessa della Resistenza è stata infangata. Manco a dirlo noi crediamo che l’unico riscatto per il nostro Paese sia figlio del sacrificio dei partigiani. E la loro organizzazione più potente erano le Brigate Garibaldi, furono le formazioni più numerose, più coraggiose, e anche quelle che subirono più perdite. Ripercorriamo velocemente la loro storia, che è anche la storia della nostra libertà. 

Si chiamavano Brigate d’assalto “Garibaldi” e operavano durante la Resistenza, ovvero in quel periodo che cominciò all’indomani dell’8 settembre 1943 e si prolungò fino a alla fine di aprile del 1945. Una lunga striscia di azioni eroiche ma anche di sacrificio, di sangue, di dolore. Legate prevalentemente al Partito Comunista Italiano, che recava sulla sua pelle la repressione durissima patita da parte del governo fascista nel corso degli anni Trenta, le Brigate Garibaldi erano composte in realtà da gruppi eterogenei di partigiani che facevano parte anche ai socialisti e al Partito d’Azione. A coordinare il comando generale ci pensavano personalità di spicco come i comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, due personalità che si sono fatte le ossa con la Resistenza e avrebbero poi scritto anche la storia d’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale. La formazione più coraggiosa e che prendeva parte alle azioni più pericolose era proprio la Brigata Garibaldi, che non a caso è anche la formazione partigiana che ha subito più lutti in battaglia.In azione i componenti delle brigate indossavano per riconoscimento fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi, e ben presto diventarono una autentica spina nel fianco dei nazisti e dei fascisti. Tutto cominciò il 20 settembre del 1943 a Milano, quando venne costituito il comitato militare del Pci che in ottobre, appunto, divenne il comando generale delle Brigate d’Assalto Garibaldi sotto la direzione di Longo e Secchia. Nonostante dovesse operare in una situazione di difficoltà oggettiva, il comando generale delle Garibaldi riuscì a operare sin da subito organizzando sabotaggi e l’embrione dei primi battaglioni contro la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Le Garibaldi si occuparono anche della Resistenza in città, dove le condizioni erano più dure vista la vicinanza oggettiva del nemico, ma organizzarono anche un intricato reticolo di staffette e ispettori per organizzare la lotta.

Nel novembre del 1943 Pietro Secchia scrisse un articolo su “La Nostra Lotta”, rivista del PCI, in cui precisò ulteriormente il carattere delle Brigate e criticò aspramente l’attendismo proponendo al contrario di rilanciare la guerra partigiana per abbreviare la guerra in modo da risparmiare dolore e lutto alla popolazione civile occupata. Il nome scelto, “Brigate Garibaldi” venne scelto da un lato perchè il nome “brigate” richiamava le Brigate Internazionali della Guerra di Spagna, dall’altro per il riferimento al nome di “Garibaldi”, figura mitica del Risorgimento italiano. I primi membri delle Brigate erano quasi tutti quadri comunisti, ma anche volontari, giovani disertori, ex militari ed ex membri del regime che volevano riscattare il loro passato. Il 50% dei militanti del Partito Comunista venne inquadrato direttamente nelle formazioni partigiane delle Garibaldi, mentre l’altra metà si dedicò alla lotta in città, nelle fabbriche, nelle scuole e nei quartieri, svolgendo anche l’importantissimo incarico del reclutamento di volontari da inviare in montagna. Ma non si trattava di due compartimenti stagni, c’erano anche molti partigiani che passavano da una attività all’altra, occupandosi ora del lavoro politico, ora di quello militare. All’interno delle “Garibaldi” comunque c’erano anche dei personaggi non militanti comunisti come il cattolico e apolitico Aldo Gastaldi, oppure l’apolitico Mario Musolesi “Lupo”, capo della Brigata Partigiana Stella Rossa che venne ucciso dai nazisti a Marzabotto. Tra gli eroi comunisti dei Garibaldi impossibile non ricordare Vincenzo Moscatelli “Cino”, Pompeo Colajanni “Barbato”, Vincenzo Modica “Petralia”, e ancora Arrigo Boldrini “Bulow”, Giovanni Latilla “Nanni”, Mario Ricci “Armando”, e tanti, tantissimi altri come Giovanni Pesce Visone, uno degli eroi della Resistenza Italiana, gappista a Torino e Milano.

Impossibile poi non menzionare i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), che operavano in contesti urbani compiendo azioni di sabotaggio e attentati contro gli occupanti nazifascisti. Si trattava di qualcosa come del 50% delle forze partigiane e al momento della battaglia finale del 25 aprile nel Nord Italia i garibaldini contavano qualcosa come 55.000 combattenti divisi in 23 divisioni su un totale di circa 100.000 partigiani. Le Brigate Garibaldi, piaccia o no a qualcuno, rappresentavano il gruppo più numeroso e organizzato delle Resistenza con ben 575 formazioni organiche. Solo i garibaldini subirono qualcosa come 42.000 morti in combattimento o per rappresaglia, un numero altissimo che oggi si cerca di svuotare di significato ma che significa che furono i comunisti e i garibaldini a pagare il prezzo più alto in sangue nella lotta con l’invasore e il fascismo. Infine furono garibaldini i partigiani che misero le mani su Mussolini , in particolare la 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” del comandante “Pedro” (Pier Luigi Bellini delle Stelle), dipendente dalla 1ª Divisione Garibaldi Lombardia. Insomma una storia gloriosa che ebbe fine nei mesi successivi alla fine della guerra quando gli Alleati e il CLN ordinarono la consegna delle armi e lo scioglimento delle unità partigiane, ma in realtà solamente il 60% delle armi vennero realmente consegnate con i partigiani garibaldini che continuarono a conservare armi leggere, berretti, giubbotti, zaini e fazzoletti rossi.

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