Le conseguenze di una strage. Se Benetton e il mondo occidentale chiudono gli occhiTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Le conseguenze di una strage. Se Benetton e il mondo occidentale chiudono gli occhi

Benetton assente alla riunione di Ginevra con l’International Labour Organization e le altre aziende in qualche modo coinvolte nelle stragi industriali del Bangladesh, dove avrebbero perso la vita 1133 operai.

Fonte: Oltremedianews

In questi giorni a Ginevra è in corso una riunione internazionale per la costituzione di un fondo, di circa 58 milioni di euro, per il risarcimento alle famiglie delle vittime di una tra le più grandi catastrofi industriali della storia, avvenuta lo scorso 24 Aprile a Dahka, in cui sono morti 1133 lavoratori nel crollo del complesso manifatturiero Rana Plaza.

Il Bangladesh è la più grande fabbrica di vestiti occidentali, direttamente o, più spesso, attraverso contratti di subappaltoquasi tutte le principali aziende di moda pronta europee producono a basso costo nel paese. Tra queste ci sarebbe l’italiana Benetton, difatti tra il 2 ed il 4% dei prodotti della multinazionale veneta sarebbero fabbricati in Bangladesh. L’azienda gestisce direttamente solo la metà della produzione affidandosi per l’altra a fornitori esterni.

Bassi costi di produzione e pochi obblighi da rispettare: comprare in Bangladesh conviene.

In un paese in cui l’industria tessile impiega circa 3 milioni di persone, e crea ricchezza quasi esclusivamente per le multinazionali che comprano a prezzi stracciati i suoi prodotti, lo stipendio medio di un operaio si aggira sui 410 dollaril’anno, secondo quanto attestato da un dossier di Greenreport dello scorso Maggio.

Alla riunione di Ginevra, purtroppo, sono presenti solo 12 aziende delle 41 che hanno sottoscritto l’Accordo per la sicurezza degli edifici e la prevenzione degli incendi in Bangladesh, promosso dalla ong olandese, Clean clothescampaign, in cui era previsto anche l’incontro svizzero, con la partecipazione e supervisione dell’International Labour Organization. Tra le firmatarie assenti spicca la Benetton, coinvolta direttamente nella strage come riporta una documentazione accurata dell’agenzia France Press, che ha risposto con il silenzio agli inviti arrivati dalla Ccc.

Il giorno del crollo del Rana Plaza, l’azienda italiana smentiva con una nota le prime voci sulla presenza di suoi  prodotti tra le macerie: “Nessuna delle manifatture è fornitrice di Benetton”. il 29 aprile, di fronte alle foto dell’Associated Press che mostravano al mondo come Benetton si rifornisse in quelle fabbriche, iniziò a cambiare la versione: “Un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente”. Il 30 aprile il numero degli ordini era già salito di un’unità: “Abbiamo verificato che quantomeno un ordine in passato c’è stato, forse due”. Il 7 maggio arrivava l’ennesima versione: “Un fornitore estero dell’azienda aveva occasionalmente subappaltato ordini a uno di questi laboratori”. Successivamente l’agenzia France Press fece sapere di aver ricevuto dalla Federazione operai tessili delBangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, uno dei laboratori manifatturieri  coinvolti nel crollo.

Difficile quantificare le responsabilità di Benetton così come di tante altre multinazionali circa le tragedie che puntualmente colpiscono stabilimenti e luoghi di lavoro di aziente fornitrici situate in paesi in via di sviluppo dove spesso non sono rispettati diritti e norme di sicurezza. Certo è che se non esistono responsabilità dirette, quella di chiudere gli occhi e voltare lo sguardo non può essere di certo una soluzione accettabile. E questo vale sia per chi fa i profitti con prodotti acquistati sottocosto a spese dei lavoratori, e sia per i consumatori occidentali dalla cui sensibilizzazione passano anche le scelte industriali delle aziende più importanti.

Giulio Mario Morucci

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