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domenica , 22 gennaio 2017
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Le guerre del petrolio nel cuore dell’Africa

Le guerre del petrolio nel cuore dell’Africa

Due “nuove” guerre con la presenza di truppe straniere e con odore di petrolio hanno incendiato il cuore dell’Africa, provocando migliaia di vittime e incalcolabili danni economici.

Nella Repubblica Centrafricana (RCA), dove la Francia è intervenuta militarmente all’inizio di dicembre, si sono moltiplicate le azioni violente tra le due fazioni sul terreno. Da un lato stanno gli ex ribelli di Séléka (“Alleanza”), presumibilmente musulmani, che nel marzo scorso avevano rovesciato il presidente eletto François Bozizé e avevano insediato al potere il loro capo, Michel Djotodia, e, dall’altro lato, le milizie “anti-balaka” (anti-machete), cosiddette cristiane, che esigono la rimozione dei golpisti e praticano rappresaglie sulla popolazione islamica.

Sul piano della sicurezza, ha poco valore la presenza di 1.600 soldati francesi appoggiati da blindati ed elicotteri, nel quadro dell’operazione “Sangaris”, o dei 4.000 uomini di Misca, la forza militare africana, entrambi stazionati soprattutto a Bangui.

Al di là della versione di un conflitto tra cristiani e musulmani, divulgata dai media dominanti, ci sono altre interpretazioni su ciò che sta accadendo nella RCA. Olivier Ndenkop illustra, nella rivista Afrique-Asie, le ragioni nascoste dell’intervento di Parigi, sempre più il gendarme dell’imperialismo in Africa.

Respingendo l’ “imperativo umanitario” invocato dal socialista Hollande per giustificare l’aggressione francese, l’articolo spiega che l’operazione “Sangaris” ha la pretesa di contrastare la crescente influenza della Cina e di garantire il controllo delle riserve di oro, diamanti e uranio del sottosuolo centrafricano. E, chiaramente, del petrolio.

Ndenkop ricorda che l’ex presidente Bozizé aveva stabilito legami economici con Pechino e aveva affidato all’impresa statale CNPC (China National Petroleum Corporation) la prospezione petrolifera di Boromata, nel nord est del paese, prima data in concessione alla compagnia statunitense Grynberg RSM – il che aveva provocato la reazione rabbiosa di Parigi e Washington.

Lo stesso Bozizé, una volta alleato dei francesi, ha rivelato a radio RFI le ragioni della sua rimozione: “Sono stato rovesciato a causa del petrolio”. Poco prima del golpe, aveva già dichiarato: “Ho dato il petrolio ai cinesi e ciò è diventato un problema”.

In definitiva: gli Stati Uniti e la Francia non hanno tollerato che un loro “protetto” abbia osato stabilire relazioni di cooperazione con la Cina. Per questo, hanno armato un gruppo di “ribelli”, hanno rovesciato il governo di Bangui e hanno inventato un conflitto “religioso”…

Conflitto fratricida nel Sudan

Vicino della RSA, il Sud Sudan è dal 15 dicembre coinvolto in una guerra civile, che ha già causato migliaia di morti e di rifugiati.

Si sono verificati combattimenti tra truppe governative, leali al presidente Salva Kiir, e forze legate all’ex vice-presidente, Riek Machar, destituito in luglio e ora accusato del tentativo di colpo di Stato. I media hanno sopravvalutato la dimensione “tribale” del conflitto, poiché Kiir è di etnia dinka e Machar appartiene al gruppo dei nuer.

Le Nazioni Unite e i paesi della regione, guidati dal Kenya e dall’Etiopia, stanno tentando di porre fine alla guerra, di portare le parti belligeranti al cessate il fuoco e al tavolo delle trattative.

Ci sono anche truppe straniere nel paese, indipendente dal 2011, dopo un conflitto armato di decenni. L’Uganda ha già inviato 300 soldati per appoggiare il presidente Kiir. L’ONU ha rafforzato il Minuss, portando il contingente di “caschi blu” a più di 12.500 militari. Anche gli Stati Uniti, principali padrini dell’indipendenza del Sud Sudan, hanno inviato a Giuba, la capitale, un centinaio di fucilieri per evacuare i cittadini nordamericani.

Anche in questo caso c’è il petrolio. Il Sud Sudan ha petrolio – la cinese CNPC guida la produzione e la ricerca – e esporta – o per il Mar Rosso, o attraverso oleodotti che passano per il Sudan, il che trasforma l’ “oro nero” nella principale fonte di entrate dei due stati.

Le tragedie che i popoli centrafricano e sud sudanese vivono in questi giorni sono esempi delle conseguenze degli interventi militari stranieri in Africa che mirano alla neocolonizzazione del continente, all’intensificazione dello sfruttamento dei suoi lavoratori e al saccheggio delle sue ricchezze.

Nel quadro dell’aggravamento della crisi del capitalismo mondiale, potenze imperialiste come gli Stati Uniti e la Francia, con l’appoggio di settori corrotti delle borghesie nazionali che esse alimentano, continuano oggi, anche in Africa, a istigare divisioni, ad attizzare conflitti etnici e religiosi, a provocare colpi di Stato, a fomentare guerre civili e, infine, a ricorrere al loro vasto arsenale di armi e mezzi per dominare e depredare i popoli.

di Carlos Lopes Pererira, da www.avante.pt | Traduzione di Marx21.it  

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