Le leggi di Marx per capire l’economiaTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Le leggi di Marx per capire l’economia

Le leggi di Marx per capire l’economia

Alcune riflessioni a partire da una nuova pubblicazione di Roberto Sidoli, Daniele Burgio e Massimo Leoni sulle leggi universali dell’economia ed elementi d’attualità dell’analisi marxiana.

Fonte: Oltremedianews

“Le previsioni degli economisti servono solo a risollevare l’autostima dei metereologi”. E’ questa una delle ironie preferite e più in voga negli ultimi anni nel mondo dell’economia per bollare il ruolo dei “tecnici” del ramo. In verità, dopo lacrisi finanziaria del 2009, questa che inizialmente fungeva da burla tra colleghi è diventata nel senso comune una verità disarmante. Lo stesso scontro tra neoclassici e neokeynesiani, in una certa misura, palesa il rifiuto consapevole di leggere con gli occhi della scienza economica gli ultimi quarant’anni: da un lato, l’illusione neoliberista di relegare nell’ambito della fatalità il crollo di un intero sistema finanziario perpetratosi per decenni, il cui accumulo di macerie parte da una sovrapproduzione totale di merci e passa per una conseguente sovra speculazione; dall’altro il confortevole rifugio nel neokeynesismo che rifiuta di ragionare sulla sconfitta storica del pensiero del suo capostipite in favore del selvaggio tandem reaganiano-thatcheriano negli anni ‘80, sono la prova di un fatto: il pensiero economico-politico prevalente e contemporaneo appare inadeguato ad interpretare le grandi trasformazioni intercorse negli ultimi decenni e ad indagare una gerarchia di cause e concause all’origine delle miserie della contingenza.

Si tratta esclusivamente di demeriti individuali? O vi è invece una ragione più profonda rispetto a questo trend consolidatosi nel tempo?

Chi scrive propende per la seconda tesi. Ciò che alla radice disarma il pensiero economico contemporaneo è lasussunzione del modello sociale ed economico stesso su cui hanno poggiato gli ultimi decenni: l’anarchia del mercato ed il profitto come obiettivo prioritario ed “essenziale”. A partire da questo, l’impossibilità di cimentarsi con un’analisi più accurata e non ipocrita dei fatti della storia ben si spiega e ancor più si affossa ogni concessione di credito nei confronti di un’elite di ragionieri, più che scienziati dell’economia. Da dove ripartire dunque per contrastare una deriva disastrosa, figlia del dominio egemonico di un non-pensiero poco propenso all’autocritica?

Se il problema sta nella accettazione supina di un modello di società, è importante soffermarsi sul vivere e sul riprodursi dello stesso, partire dalle leggi economiche che caratterizzano le fasi distinte dell’economia storicizzata. E’ proprio nella prospettiva illustrata che muove il libro di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, “Le Leggi economiche universali”, appunto, in uscita nel 2014.

La consapevolezza che muove gli autori è chiarissima: per dirla con le parole di Federico Engels dal suo Anti-Dühring, l’economia come scienza prettamente “storica” si fonda su “leggi particolari” imperanti in “ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio”. E’, però, con altrettanta certezza che lo stesso Engels afferma che alla fine di quest’indagine è possibile stabilire “le poche leggi assolutamente generali valide per la produzione e lo scambio in genere”. Conseguentemente a quest’impostazione, i tre autori propongono una disamina accurata di alcune leggi individuate. Lo sforzo compiuto non si limita a quest’attività. Essi tentano di delineare un quadro economico-storico entro cui il comunismo, “ regno della libertà”, potrà instaurarsi, eliminando lo scambio delle merci e sancendo la gratuità delle stesse. Uno sforzo teorico notevole, che tiene sempre a mente, è bene specificarlo, il monito marxiano sull’osteria del sol dell’avvenire. Ciò non impedisce però di delineare un quadro assoluto entro cui realizzare una nuova organizzazione sociale complessa. Sarebbe superficiale tentare di soffermarsi, nei tortuosi confini di un breve scritto come questo, su ogni singola legge indicata. Sarà assai più proficuo soffermarsi su alcune di esse e tentare di analizzarne tratti d’attualità lampante per servire una causa alta come quella della lotta contro la liquidazione del Marx e della sua imponente dottrina dialettica. A parere di chi scrive, non si può non aprire questa disamina con un punto fermo: nella esposizione delle leggi, il ribadire “l’indispensabilità del lavoro umano” non vuol dire, oggi, soffermarsi su di un esercizio lapalissiano, ma più propriamente porsi in controtendenza rispetto ad un’interpretazione che, anche tra diversi “seguaci” del marxismo, raduna proseliti. L’avvento di uno slancio impetuoso nel mondo scientifico e  tecnologico-virtuale porta una sorta di neofuturisti di maniera a immaginare una società in cui la “attività lavorativa” arendtiana, intesa quale attività fisica volta al soddisfacimento dei bisogni, divenga sostanzialmente un mero ricordo. In realtà, il tema in esame è piuttosto articolato: grande importanza all’argomento è stata riservata in misura considerevole anche da studiosi della pedagogia marxista e, proprio da questi, viene un contributo costruttivo. Uno dei maggiori studiosi della pedagogia gramsciana, Mario Alighiero Manacorda, ebbe a scrivere in un suo testo di alcuni anni fa con un titolo provocatorio ma assai significativo, “Quel vecchio liberale del comunista Marx”, che, secondo il filosofo di Treviri, il lavoro fosse essenzialmente una catena che stringe e costringe l’uomo al suo bisogno, impedendo un “ritorno a sé”, ad esempio non dedicando tempi sufficienti allo studio, alla formazione teroica, per realizzare la società in cui l’uomo possa essere “al giorno pescatore e filosofo alla sera”, citando una potente metafora marxiana. Verrebbe, però, a questo punto da discutere sulla posizione assunto in tema da un grande filosofo come il Lukacs, il quale dedica un’intera sua opera, “L’ontologia dell’essere sociale” per esaminare il carattere sociale del lavoro. Tuttavia il lavoro, in quanto dimensione ontologica, facilmente svela, in una società capitalistica, competitiva, volta alla selezione naturale nella giungla del mercato, le ruggini di una catena, ma in una società socialista, libera dal giogo del profitto, può essere assai più serenamente inteso, così come Marx lo rappresenta nella Critica al programma di Gotha allorchè enuncia la famosa espressione “da ciascuno secondo  le proprie capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Non si tratta di astrazione, di un sollazzo per utopisti. Ci troviamo in un frangente storico nel quale si afferma virulente, nel mezzo della crisi capitalistica, il dibattito su reddito e lavoro: slegare la formazione del reddito dal lavoro è oggi uno dei temi che più investe la discussione nella sinistra politica. Una seconda “legge universale” che merita sottolineatura è quella che sancisce “la dipendenza costante della (variabile) produttività sociale umana principalmente dal livello (variabile) di sviluppo della scienza (protoscienza) e tecnologia”.  In essa non solo si ricava la tendenziale e costante applicazione della scienza al processo produttivo (in effetti, dai tre autori l’applicazione è considerata un carattere essenziale e costitutivo della scienza in quanto tale, come rimarcato in un’altra loro recente pubblicazione “Microsoft o Linux?”), ma utilizzando un lessico giuridico che ben si concilia con le “leggi” discusse, essa funge da elemento di un combinato disposto con la prima legge analizzata. Dalla lettura combinata delle due è possibile ricavare un’altra legge universale, non enumerata dagli autori nel loro volume, ma intuitivamente proposta, qual è la marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto. Forse una delle più note, di certo la più discussa oggigiorno (si badi, però, che queta legge finisce altrettanto sovente sulla bocca di chi, a proposito di Marx, nulla altro conosce), essa si innesta in questa discussione come la legge fondamentale della crisi dell’economia capitalista. Elevarla a “universale”, forse, sarebbe imprudente dato il suo legame strettissimo col modo di produzione capitalistica. Di certo, questa legge impera ciclicamente dopo ogni fase di accumulazione e impone la sua verità con costanza.  Restando fedeli alla promessa iniziale di un’analisi non superficiale ma nemmeno striminzita dai limiti fisici di queste che altro non sono che brevi note, appare opportuno calcare il segno su di un’altra “legge”, quella “della trasformazione costante di una parte (variabile)  del lavoro sociale in lavoro complesso e potenziato, capace di erogare nello stesso tempo di lavoro molte più energie psicofisiche del lavoro semplice e non-qualificato”. Non ci richiamano queste poche parole straordinariamente ad una condizione attuale o a quella che potremmo definire una torsione stessa del mercato che forgia un’offerta aggregata al cui cospetto si rivela una domanda sempre più insufficiente? Non è la situazione in cui masse numerose di giovani, costrette alla nuova emigrazione, riscontrano una “solubilità” molto bassa della propria domanda sui mercati del “Nord” Europa (quello tedesco sia preso a paradigma)?

In verità si potrebbe continuare a lungo ad esaminare le singole leggi indicate dagli tre autori, i quali si cimentano, nel solco dell’elaborazione marxiana e offrendo riflessioni nuove ad esempio sulla teoria del “surplus”, o a considerare nel loro articolato dispiegarsi i “megatrends” indicati dagli stessi o ancora gli “inscindibili rapporti universali” che emergono della produzione umana. Di certo uno dei meriti maggiori che ha questo tipo di approccio e di pubblicazione è quello di mantenere un metodo sistematico, improntato all’analisi complessa di fatti complessi, rifuggendo da “fughe solitarie” verso “nuove” elaborazioni, che più  spesso si rivelano elucubrazione iperuraniche o da compitino liceale. Questo metodo di studio e, conseguentemente, epistemologico è tanto utile  oggi, in queste ore, in questi attimi in cui un nuovo tornante storico si manifesta: i paesi, oramai definibili come “emersi”, compresi nell’acronimo BRICSaprono prospettive nuove, principalmente in campo economico, nel solco del socialismo e di un’ economia in prospettiva libera dal profitto e liberatrice dai monopoli capitalistici, ma anche, conseguentemente, nell’ambito geopolitico. Sarà assai interessante osservare quali nuovi trends, quali nuove relazioni e, quindi, quali nuove “leggi” saranno capaci di imporre all’Occidente oramai in preda all’anarchia del mercato e all’anomia della crisi. Di certo questo interesse non manca a Sidoli, Burgio e Leoni già da tempo impegnati nello studio della grande Repubblica popolare cinese. Sarà un lavoro faticoso e complesso ma che, se affrontato con la cassetta degli attrezzi giusta, saprà dare i suoi frutti.

Marx ha usato e ne ha lasciata una molto completa.

Francesco Valerio Della Croce
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