Le nuove frontiere Arci. Intervista al neopresidente Massimo CortesiTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Le nuove frontiere Arci. Intervista al neopresidente Massimo Cortesi

In un periodo storico di crisi economico-culturale dove l’associazionismo rischia di essere spodestato dall’individualismo di massa, quali sono gli obiettivi che si pone l’Associazione Italiana Arci nei confronti della nostra società? Massimo Cortesi, neopresidente Arci Lombardia, ha rilasciato un intervista a Oltremedia.

Fonte: Oltremedianews

Massimo Cortesi, da quanto tempo collabora con l’Arci e perché ha deciso di avvicinarsi a questa realtà?

Conosco l’Arci sin da quando ero bambino perché frequentavo quest’ambiente già dai primi anni ’70 con mio nonno. Operativamente ho iniziato a collaborare con l’Associazione dal 1992 tramite servizio civile per Lega Ambiente e dal ’93 invece sono entrato a farne parte a tutti gli effetti. Sono da otto anni presidente dell’Arci di Bergamo e vicepresidente Arci Lombardia; nell’ultimo periodo era aumentata molto la dialettica tra Comune e Regione così ho deciso di candidarmi come presidente regionale, incarico che mi è appena stato affidato.

Quali sono le nuove frontiere dell’Arci Lombardia che si è posto con il consiglio direttivo? 

La Lombardia è una delle regioni con il più alto numero di tesserati, conta circa 216.000 iscritti, seconda solo all’Emilia con 300.000 iscritti. Tuttavia non le è mai stato riconosciuto un grande attivismo. Oggi vogliamo portare avanti un nuovo modello di misurazione del patto associativo. Non conta solamente il tesseramento ma la prerogativa espressa dal territorio. L’obiettivo che la regione oggi si pone è proprio quello di sperimentarsi fortemente dal punto di vista del cambiamento di prospettiva: vogliamo puntare sulla qualità più che sulla quantità della relazione. Questo è l’obiettivo che ci siamo posti. Domani pomeriggio si terrà il primo consiglio per approvare la presidenza che sarà più snella e sicuramente più centrata su una politica che rappresenterà il suo territorio.

Quali cambiamenti effettivi saranno fatti nel consiglio direttivo dell’Associazione?

Il consiglio direttivo parteciperà concretamente a gruppi di lavoro e verrà quindi rafforzata la politica di cui fa parte. Sarà una vera e propria scommessa, approvata dall’unanimità del gruppo: vogliamo sperimentare un nuovo modello che possa confrontarsi con le decisioni collettive del territorio, aumentando così il quadro dirigente e portando quindi ad una crescita collettiva di tutto il personale; più persone collaborano fra loro, più l’associazione cresce. Quest’idea porterà a rafforzare l’insediamento associativo dove ancora è debole, sia dal punto di vista economico che da quello culturale. Creando osmosi e mutualità tra i comitati infatti, vorremmo aumentasse l’autonomia e l’economia di ogni realtà.

Cosa rappresenta e cosa dovrebbe rappresentare, a suo parere, un’Associazione come l’Arci per la cittadinanza?

L’Arci ha un ruolo centrale all’interno del terzo settore, e quello a cui puntiamo è proprio di continuare a mantenere quest’impegno sociale per la cittadinanza. Ad esempio, nonostante la nostra visione critica dell’Expo, siamo impegnati attivamente sul tema della cultura e delle politiche giovanili e anche sulla diffusione della cultura per il recupero degli spazi non utilizzati attraverso attività educative, per collegarsi quindi al tema della disoccupazione/occupazione giovanile. L’anno scorso è stato inoltre istituito un fondo di sviluppo grazie alla collaborazione di Banca Etica: sono stati emessi 150.000 euro da Banca Etica e 50.000 dalla nostra associazione Arci per aiutare i circoli nella loro fase di start-up. Ad oggi sono due i centri che ne hanno già usufruito: il Maite in Città Alta e la Ferriera di Lecco.

I numeri dell’Arci sono molto alti: oltre un milione di soci, 17 comitati regionali, 116 comitati provinciali e 5.000 circoli: di fronte a questa realtà, qual è la partecipazione effettiva dei giovani tesserati?

La partecipazione giovanile è molto alta e a mio avviso addirittura in fase di incremento. Soprattutto la parte femminile. Non viviamo di certo il problema delle quote rosa, anzi, siamo quasi in controtendenza, in alcuni comuni addirittura la componente maschile non è presente.

Con l’occasione del festeggiamento, il prossimo maggio, dei 57 anni dell’Associazione, l’Arci ha indetto un congresso a Bologna, il sedicesimo organizzato ad oggi. Il tema principe era proprio ‘l’associazionismo in tempo di crisi, come mettersi e rimettersi in gioco’. Quali sono stati i risultati emersi dal congresso?

Le presenze sono state moltissime, eravamo circa 600 persone, il 97% delle presenze previste e la componente giovanile era davvero altissima. Come l’Arci si pone di fronte alla crisi? Noi vogliamo aiutare i disagi, vogliamo aiutare le persone nell’avere una vita sociale e culturale. Il terzo settore è l’unico in crescita ed è anche l’unico modello che può effettivamente dare un aiuto concreto.

Ha ragione Filippo. Noi dobbiamo cambiare la cultura utilizzando la cultura. Finché la cultura è stata collettiva ci sono stati risultati nella nostra società. Se c’è e si mantiene la volontà di lavorare in modo collettivo, si arriva molto più facilmente ai risultati. A livello individuale non costruisci collettività e anzi, entri in crisi non appena viene a mancare la figura di riferimento; questo è il problema del leaderismo.  E noi, al leaderismo, siamo contrari.
Qual è la vostra idea di associazionismo?

Ci sono due reti di realtà, la prima che vede l’associazionismo una questione meramente numerica, e la seconda, la nostra, che adotta altri metri di misurazione come il quadro complessivo regionale e la difficoltà o meno in cui versa il territorio. Al congresso c’erano due candidati per la presidenza nazionale Arci e questa cosa ha portato ad una battaglia sul tema politico e sul riconoscimento o meno del gruppo dirigente come ente effettivamente operativo sul territorio. Si è creata quindi una paralisi che ha portato conseguentemente ad una sospensione della riflessione. Ci troveremo noi presidenti regionali quindi ogni lunedì a Roma per discutere del tema e della questione della presidenza, così da stabilire, entro la data massima del 30 giugno, quale sarà il nuovo presidente e quali le nuove linee guida direttive che verranno adottate.

Filippo Miraglia, candidato per la presidenza nazionale Arci, oggi responsabile del settore immigrazione, dice che ‘bisogna saper interpretare la cultura per far parte di un possibile cambiamento della società’: lei cosa ne pensa?

Ha ragione Filippo. Noi dobbiamo cambiare la cultura utilizzando la cultura. Finché la cultura è stata collettiva ci sono stati risultati nella nostra società. Se c’è e si mantiene la volontà di lavorare in modo collettivo, si arriva molto più facilmente ai risultati. A livello individuale non costruisci collettività e anzi, entri in crisi non appena viene a mancare la figura di riferimento; questo è il problema del leaderismo.  E noi, al leaderismo, siamo contrari.

Federica Bani

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