Le Quattro Giornate di Napoli. Un film e tanti ricordiTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Le Quattro Giornate di Napoli. Un film e tanti ricordi

Cominciai ad interessarmi alle Quattro Giornate di Napoli,delle quali ricorre in questi giorni il settantesimo anniversario, nel lontano 1962, quando avevo da poco compiuto i dieci anni.

Abitavo in quel tempo con i miei genitori e mio fratello in una piccola casa del centro di Napoli,a Montesanto, punto di confine di due quartieri popolari e storici: Avvocata e Montecalvario, entrambi radicati in una parte antica e bella della città, e protesi, per diramazioni diverse,verso la dolce collina del Vomero. Una varia umanità si muoveva allora nel dedalo di vicoli, vicoletti, salite con innumerevoli scale e gradini. Famiglie sottoproletarie molto numerose vivevano in bassi maleodoranti, che più che abitazioni erano gelide grotte. Da quei terranei umidi provenivano lamenti e grida di bambini piagnucolanti, costretti a crescere in soffocanti spazi nei quali la luce entrava a malapena. Negli stessi vicoli, di fronte ai bassi, vi erano palazzi antichi e bellissimi, con appartamenti enormi e terrazze immense da cui era possibile ammirare lo splendido Golfo.

Sottoproletari, operai, artigiani, piccoli commercianti, servette, impiegati, avvocati, medici, professori, magistrati, qualche nobile decaduto vivevano quasi gomito a gomito,incrociando quotidianamente le loro esistenze. In quel magma sociale pulsante e complesso, dai tratti apparentemente armoniosi, pesavano duramente le differenze di classe, timidamente e formalmente attenuate, nelle quotidiane relazioni, dal comune uso della lingua napoletana. Il colto professionista ed il popolano spesso analfabeta avevano,infatti, un solo mezzo per comunicare efficacemente: il napoletano, che li faceva sentire partecipi di una storia condivisa e di un destino altrettanto unificante. La lingua napoletana con la sua ricchezza di sfumature, di espressioni ironiche, di modi di dire arguti, di sagaci detti popolari, accompagnata da una gestualità vivace e sanguigna, simpaticamente ammiccante, sembrava avvicinare persone dalle posizioni sociali molto diverse, e dava luogo ad una surreale commedia umana: nel momento in cui l’austero professionista ed il povero popolano,che magari abitavano nell stesso edificio o nello stesso vicolo, scambiavano,per antica consuetudine, poche parole, talvolta soltanto per formale cortesia, le distanze di ceto e posizione quasi svanivano. Ma, appunto, si trattava soltanto di un’illusione momentanea, perché le differenze di classe condizionavano drammaticamente scelte individuali e collettive.

Montesanto, Tarsia, la Pignasecca erano un grande teatro umano,da osservare ed analizzare attentamente. Al Corso Vittorio Emanuele, in uno splendido palazzo di mattoni rossi,proprio di fronte alle scale che sono parallele alla Funicolare e che conducono a Montesanto(le famose e monumentali scale Filangieri) aveva abitato sino all’ultimo giorno della sua vita, avvenuto il 21 marzo del 1950, l’attore e commediografo Raffaele Viviani. Il grande drammaturgo del Novecento italiano(il critico e saggista Umberto Barbaro lo definì secondo soltanto a Goldoni),autore di opere teatrali di ineguagliabile vigore drammatico, era alla continua ricerca di spunti che gli consentissero di disegnare personaggi, di immaginare storie da portare sulla scena. Passeggiava lentamente per i vicoli, osservava ed annotava ogni piccolo particolare, seguiva con lo sguardo le persone che casualmente incontrava,ne studiava la figura, l’abbigliamento, il modo di atteggiarsi. Tanti personaggi indimenticabili del teatro vivianeo sono nati grazie a quella profonda indagine sociologica e psicologica, grazie a quel lavoro di continua osservazione, di scavo profondo nei comportamenti sociali e nell’animo umano. Nessuno ha saputo descrivere la Napoli degli anni Venti e Trenta, e quella martoriata e dolente del dopoguerra, in maniera più realistica ed efficace di Raffaele Viviani. Il regime fascista non amò i testi del commediografo napoletano ,perché quasi sempre ambientati nei vicoli, tra i bassi, nelle botteghe degli artigiani,in un campo di nomadi,in un povero circo. Raramente le storie si svolgevano tra le quattro mura di una casa borghese. La Napoli sottoproletaria ed operaia rappresentata da Viviani non era quella rassicurante e perbenista che piaceva a Mussolini ed ai suoi gerarchi. Cominciò,allora,una perfida e becera persecuzione nei confronti della compagnia diretta dal drammaturgo napoletano: i teatri italiani più importanti le furono negati, le rappresentazioni potevano aver luogo soltanto in circuiti minori. Alle difficoltà frapposte dall’ottusità culturale del regime si aggiunse,nel tempo, una grave malattia che tenne Viviani,un attore versatile che sapeva toccare tutte le corde della recitazione, lontano dalle scene. In quegli anni di forzato esilio dal palcoscenico, che furono anche gli ultimi della sua vita,il drammaturgo si rinchiuse nella sua bella casa di Corso Vittorio Emanuele,nella quale meditava sulla città ridotta in rovine dai cento bombardamenti. L’opera teatrale <<I dieci comandamenti>>-per ogni comandamento una storia- scritta quando Napoli era ancora china a piangere i suoi morti, è un grande affresco delle macerie morali e materiali in cui vivevano i napoletani nell’immediato dopoguerra. Quell’opera fu messa in scena da Mario Martone nel 2001 e riscosse uno straordinario successo di pubblico. Ma Viviani era morto già da cinquanta anni.

Nel 1943-subito dopo la fine delle Quattro Giornate- Mario Palermo, Vincenzo Ingangi, Eugenio Mancini, Vincenzo La Rocca ed altri- divenuti comunisti durante il regime, nella fase della clandestinità del partito- diedero vita a Montesanto ad una seconda federazione del PCI,distinta ed opposta a quella di San Potito, che era ubicata di fronte al Museo Nazionale. I locali furono trovati in un palazzo che era distante non molto, in linea d’aria, dall’ abitazione di Viviani( la cui figlia Luciana fu una dirigente comunista molto amata e popolare, eletta a Montecitorio per quattro legislature e poi presidente dell’UDI). I compagni che si erano posti alla guida della scissione (che passò alla storia come la scissione di Montesanto) non condividevano la politica troppo unitaria portata avanti da Eugenio Reale e Velio Spano, e ritenevano politicamente dannoso accantonare la questione monarchica, perché intendevano risolverla subito con un processo sommario ai Savoia. Con l’ arrivo di Togliatti a Napoli quella dolorosa scissione, che già aveva cominciato a perdere pezzi alla fine del 1943, fu quasi totalmente riassorbita ed i locali della federazione di Montesanto dovettero chiudere i battenti. A Montesanto, però, i comunisti riuscirono a scovare un ardimentoso sottoproletario, molto abile nella guida delle automobili, furbo,scaltro e buon conoscitore di luoghi e persone, e particolarmente delle insidie che si nascondevano nel ventre della città. Quell’uomo,che si chiamava di cognome D’Elia,ma da tutti era conosciuto con il soprannome Cincillà, sarebbe stato l’autista di Togliatti dal marzo del 1944 sino all’estate dello stesso anno.

Negli anni Cinquanta Giorgio Amendola(allora segretario regionale della Campania), Mario Palermo, Vincenzo La Rocca, Giovanni Bertoli,il segretario della Federazione comunista Salvatore Cacciapuoti(che abitava a Via Pasquale Scura,nella Pignasecca), i giovanissimi Gerardo Chiaromonte e Giovanni Bisogni sarebbero stati i più tenaci oppositori di Achille Lauro, capo della destra monarchica e fascista, molto radicata nei quartieri del centro storico. Chiaromonte,lucano di origine ma vissuto a Napoli, aveva abitato a Vico Trucco nel quartiere Montecalvario, si era laureato molto presto e brillantemente in Ingegneria, aveva lasciato la città e si era trasferito a Milano,dove aveva iniziato a lavorare presso un’azienda elettrica. Amendola,che lo aveva notato in Federazione ed era rimasto colpito dalla sua serietà e preparazione,gli propose di ritornare a Napoli e di diventare un “rivoluzionario professionale”.Chiaromonte, lasciata la sua attività che sarebbe stata piena di prospettive interessanti, si gettò senza sosta nel lavoro politico, divenne consigliere comunale nel 1952, e dedicò tutta la sua esistenza alla causa dei lavoratori. Giovanni Bisogni,nei primi anni Cinquanta, era un giovane laureando in legge che, quando era poco più che diciassettenne, aveva partecipato alle Quattro Giornate. Amico di Renato Caccioppoli, allievo di Vincenzo La Rocca e Mario Palermo, dirigente del Fronte della Gioventù, era molto popolare nella zona di Montesanto, dove era nato e vissuto e dove aveva aperto uno studio legale in Piazza Pignasecca. Bisogni,difensore di tanti compagni arrestati durante decenni di manifestazioni, sarebbe entrato in Consiglio comunale nel 1956, ed avrebbe condotto nella Sala dei Baroni memorabili battaglie contro l’arroganza dei monarchici.

Lauro,che aveva compreso molto meglio di tutti gli altri borghesi le debolezze e le ingenuità,ma anche le furbizie e le miserie morali del popolo napoletano, mirava a conquistare un ampio consenso nella capitale del Sud, per poi espandere la sua influenza su tutto il territorio meridionale, in modo da condizionare, da destra, le scelte di politica nazionale della Democrazia cristiana. Prometteva il riscatto del Sud, condizioni migliori di vita, esaltava il senso di appartenenza ad una comunità. Era,insomma, un grande pifferaio,capace di incantare il sottoproletariato, all’ eterna ricerca di un padrone che gli garantisse il pasto quotidiano, e la piccola borghesia che aspirava ad una ascesa sociale decorosa e tranquilla,sempre sotto l’ala di un protettore facoltoso e rassicurante. Da questo arcipelago sociale, il Comandante,che amava esprimersi in napoletano in maniera anche molto colorita,avrebbe tratto decine di migliaia di consensi utili per governare la città e realizzare grandi operazioni di speculazione edilizia. A dire il vero, i suoi successori democristiani non si sarebbero comportati in maniera molto diversa,anche se la classe dirigente cresciuta all’ombra della dinastia dei Gava era molto più moderna e pienamente inserita nei circuiti del capitale pubblico e privato.

Alla Napoli delle Quattro Giornate, dei Mario Palermo, di Mancini, di Cacciapuoti e del mondo laico e socialista si contrapponeva quella populista e plebea dei quartieri del centro storico, che aveva stretto alleanza con esponenti della borghesia delle professioni di fede laurina più interessati agli affari che al ritorno dei Savoia, e con le famiglie nobili residenti nei monumentali palazzi di Chiaia. L’aristocrazia partenopea, nell’ eterna attesa di uno rivolgimento politico che riportasse re Umberto al Quirinale, ma soprattutto terrorizzata dal comunismo, si era rassegnata ad appoggiare quell’ armatore incolto e dai modi sbrigativi, però vigoroso, determinato, astuto, e tanto anticomunista.

La classe operaia, i comunisti, gli intellettuali democratici ed antifascisti (quegli avvocati,medici, architetti, professori comunisti,socialisti,laici, cattolici progressisti che contrastavano il blocco sociale dominante)costituivano l’opposizione politica e culturale che faceva sentire-organizzata dal PCI e dal PSI- la sua voce nelle piazze ed in Consiglio comunale, nelle riviste impegnate (Cronache meridionali),nelle aule universitarie,nei quartieri operai periferici.

Nella Napoli degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta non si parlava molto delle Quattro Giornate del 1943. Ne tenevano vivo il ricordo soltanto gli antifascisti,ma il clima generale era di indifferenza, se non di fastidio. Lauro era stato fascista ed amico di alti gerarchi nazisti, poi, finita la guerra, terminato il suo periodo di internamento a Padula ed a Terni per collaborazionismo, aveva ricostruito la flotta, ripreso a fare affari più e meglio di prima, e cominciato a guardare agli Stati Uniti, nell’ottica della crescita del suo impero armatoriale. Quale beneficio avrebbe tratto il Comandante sul piano politico e delle sue attività imprenditoriali dal ricordo dei giorni del settembre del 43? Nessuno. La Napoli di chi aveva combattuto contro i nazifascisti doveva essere dimenticata, doveva cadere nell’ oblio più profondo,doveva essere cancellata. Del resto, se Lauro avesse parlato,in maniera non retorica, del valore delle Quattro Giornate come avrebbe potuto giustificare la sua alleanza vincente con il Movimento sociale italiano? Con gli eredi di Salò,aveva infatti conquistato nel 1952,grazie alla nuova legge maggioritaria, il Comune di Napoli. In virtù di quel meccanismo elettorale,alcuni neofascisti erano diventati assessori mentre chi aveva combattuto i nazifascisti era stato confinato all’opposizione. E poi perché parlare delle Quattro Giornate, della protervia fascista, dei lutti e dei sacrifici inflitti alla popolazione durante la guerra e l’occupazione nazista, se Napoli aveva dimostrato, il 2 giugno 1946, di essere dalla parte della monarchia, di non volere in alcun modo l’esilio dei Savoia, di temere il famoso vento del Nord? Il vento del Nord portava tempesta, Lauro,invece, avrebbe assicurato ai napoletani ed a tutti i meridionali il venticello del Sud: feste, clientelismo, una forte e competitiva squadra di calcio. Il Comandante,proprietario della società calcistica cittadina, aveva fatto arrivare da Bergamo Hasse Jeppson, acquistato per una cifra allora esorbitante. Allenatore della squadra,dalla fine degli anni Quaranta, era Eraldo Monzeglio, un vecchio calciatore e direttore tecnico che era stato istruttore di tennis di Mussolini e dei suoi figli. Lauro,poi, si era convinto che bisognava incoraggiare la produzione di film divertenti e scaccia pensieri ambientati all’ ombra del Vesuvio. Per qualche tempo accarezzò anche l’idea di creare a Napoli studi cinematografici e di fare concorrenza a Cinecittà, tentò di coinvolgere nell’impresa Eduardo De Filippo,ma il progetto, privo di concrete prospettive, ben presto si arenò. Nella Napoli di Lauro,che era agli antipodi di quella delle Quattro Giornate, furoreggiava una canzonetta di Fiorelli e Valente che invitava a dimenticare il passato: “scurdammoce o’ passato,simme’ e Napule paisà”. Poi, però, all’inizio degli anni Sessanta le cose cambiarono. Il fenomeno laurino cominciò a perdere credibilità e consensi, a logorarsi: troppe promesse mancate e troppo malgoverno,troppi trasformismi,troppe irregolarità amministrative, tardivamente denunciate dal ministro degli Interni Tambroni. Inoltre, la Democrazia cristiana napoletana,quando era ormai chiaro che il fenomeno laurino aveva imboccato il viale del tramonto, aveva deciso che occorreva mettere le mani sul serbatoio di voti monarchici, ancora cospicuo. Ma anche il quadro politico nazionale- entrata da tempo in crisi la formula centrista degasperiana- era alla ricerca di nuovi equilibri. Dopo il luglio del 1960, in cui era stato sconfitto,ad opera della mobilitazione delle masse popolari organizzata dal PCI e dal PSI(con il sostegno di importanti settori delle forze laiche e con il tacito assenso di una parte consistente della Democrazia cristiana),il tentativo autoritario di Tambroni, si cominciò a parlare nuovamente di Resistenza.

Il cinema italiano,dopo anni di quasi totale disinteresse al tema della lotta di liberazione, rivolse la sua attenzione al biennio 1943-1945. Nacque un nuovo filone di straordinario successo, che contribuì alla presa di coscienza antifascista delle giovani generazioni,quelle nate negli anni Quaranta e nel decennio successivo.

Nelle sale cinematografiche apparvero <<Era notte a Roma>> di Roberto Rossellini(1960) con Paolo Stoppa e Giovanni Ralli,<< Tutti a casa>> di Luigi Comencini(1960) con Alberto Sordi e Serge Reggiani, <<La Lunga notte del 43>>(1960) di Florestano Vancini con Enrico Maria Salerno e Gino Cervi,<<Il Federale>> (1961)di Luciano Salce con Ugo Tognazzi e George Wilson. Si respirava un’aria nuova,si recuperava la spinta democratica presente nella produzione cinematografica dei primissimi anni del dopoguerra. La Resistenza non era,dunque, più un tabù per spettatori, registi e produttori. In quella stagione indimenticabile del cinema italiano,Nanni Loy, che aveva già dedicato alla lotta partigiana << Un giorno da leoni>> (una bella storia, avvincente e drammatica, ispirata al libro di Dino Levi Cavaglione intitolato <<Guerriglia nei Castelli Romani>>) continuò nel filone resistenziale, cimentandosi in un’impresa che poteva sembrare ardua: raccontare al grande pubblico le Quattro Giornate di Napoli.

E così nel 1962, cinquantuno anni orsono, iniziarono le riprese del film vincitore di ben due Nastri d’ Argento,forse il miglior lavoro del regista sardo,sicuramente uno dei capolavori del filone cinematografico sulla Resistenza italiana. Inizialmente Loy era orientato a non prendere attori che fossero molto noti, perché temeva che la presenza di grandi star nazionali ed internazionali avrebbe comportato concessioni al divismo, compromettendo l’ispirazione originaria del film. Poi, per esigenze economiche di produzione e coproduzione, fu costretto a mutare opinione e ad inserire nel cast alcuni volti celebri del cinema,che,per la verità- dichiarò anni dopo in un’intervista- recitarono in maniera davvero molto misurata, rifuggendo da prestazioni divistiche. Lea Massari,Gian Maria Volontè, Frank Wolff, George Wilson, Jean Sorel, Aldo Giuffrè,Regina Bianchi sostennero i ruoli principali,affiancati in quelli minori da una nutrita schiera di bravissimi caratteristi napoletani: Enzo Turco,Franco Sportelli,Luigi De Filippo,Pupella Maggio,Enzo Petito,Carlo Taranto,Enzo Cannavale e l’allora giovanissimo Antonio Casagrande. Questi ultimi avevano, quasi tutti, recitato con Eduardo, a teatro e nel ciclo televisivo di commedie andato in onda all’inizio degli anni Sessanta, molto seguito dai telespettatori di tutta Italia, e godevano,pertanto, di una buona popolarità. Il successo del film fu comunque indubbiamente dovuto alla coralità del racconto, che, pur ruotando intorno ad una relazione amorosa tra una donna(Lea Massari), sposata ad un pavido piccolo borghese(Antonio Casagrande), ed un tranviere antifascista (Frank Wolff), non ha un vero e proprio protagonista. Per evidenziare la pluralità delle storie,ed in omaggio al coraggio dimostrato da chi aveva partecipato all’insurrezione rimanendo vittima delle barbarie nazista, gli attori rinunciarono a far apparire i loro nomi nei titoli di testa del film.

Loy ricreò con rara sapienza figurativa la Napoli martoriata dai cento bombardamenti, utilizzando le più moderne tecniche scenografiche che la cinematografia aveva allora a disposizione. Lo scenografo Gianni Polidori ridiede alla città il volto dell’ epoca, e il direttore della fotografia, Marcello Gatti, riprese strade e vicoli riproducendo alla perfezione le atmosfere cupe delle immagini scattate da Robert Capa,il primo reporter straniero a entrare a Napoli dopo la cacciata dei tedeschi. Il compositore Carlo Rustichelli scrisse la colonna sonora del film,la famosa e struggente << Tarantella tragica>> che accompagna le scene più drammatiche. Loy si avvalse della collaborazione di soggettisti e sceneggiatori di grande valore e prestigio culturale. Una prima stesura del soggetto fu,infatti, elaborata dallo scrittore fiorentino Vasco Pratolini, che aveva vissuto alcuni anni a Napoli, dove aveva dovuto trasferirsi nel 1948 per insegnare lettere in un istituto statale d’arte. Aveva preso casa nella zona di Cariati,in prossimità del Corso Vittorio Emanuele, ed aveva cominciato a conoscere i napoletani,registrando con cura in suo diario ricordi e racconti di testimoni diretti di quel che era accaduto in città nelle ultime tragiche giornate del settembre 1943. Quando Loy e Pasquale Festa Campanile gli chiesero di elaborare una prima stesura del soggetto, Pratolini riprese in mano il suo vecchio brogliaccio e buttò giù di getto un testo di ben 200 pagine. Intanto, il regista sardo ed i suoi collaboratori, che temevano di non avere a disposizioni elementi sufficienti per una narrazione cinematografica di ampio respiro,raccoglievano ansiosamente altro materiale e documenti sulle Quattro Giornate.

Una preziosa fonte di notizie e conoscenze fu <<Napoli contro il terrore nazista>>, un agile volumetto dello storico Corrado Barbagallo, pubblicato nel 1943,subito dopo la liberazione della città. Loy aveva poi intervistato alcuni protagonisti degli scontri armati,ai quali era risalito attraverso le domande per il riconoscimento dell’attività partigiana presentate al Ministero dell’Interno, ed aveva voluto conoscere i genitori dei due scugnizzi Capuozzo e Formisano,entrambi caduti durante i combattimenti. Il copione scritto da Pratolini rappresentava,dunque, soltanto un primo trattamento, che avrebbe dovuto essere ulteriormente sviluppato, arricchito, integrato, intrecciando ancor meglio la trama e definendo i personaggi e le situazioni. Loy e Festa Campanile si rivolsero allora allo scrittore Carlo Bernari, autore di <<Tre operai>>, romanzo ambientato nella Napoli operaia degli anni Trenta. Bernari si lanciò a capofitto nel lavoro, raccolse ulteriori testimonianze, scrisse e riscrisse i dialoghi, ed il numero delle pagine finì con il lievitare rapidamente e smisuratamente. Alla fine erano forse più di 600:sicuramente troppe ed andavano ridotte. Lo scrittore napoletano allora cominciò a sfrondare alcune parti, usò le forbici con misura e senza lenti ideologiche, ed alla fine giunse, taglio dopo taglio,non senza perplessità e con qualche polemica con Loy, alla stesura definitiva della sceneggiatura.

Goffredo Lombardo, titolare della storica casa Titanus, assicurò i mezzi finanziari per la realizzazione della pellicola,il cui costo ammontò a circa 450 milioni di lire, una cifra, per l’epoca, abbastanza considerevole, tenuto conto che l’impegno per la normale produzione di un film si aggirava intorno ai 300 milioni. Quando << Le Quattro Giornate>> varcò i confini nazionali, ed approdò negli Stati uniti, gli addetti ai lavori manifestarono stupore per l’entità, a loro avviso modesta,dell’investimento convinti che le imponenti scene di guerra e la partecipazione di un nutrito e qualificato cast di attori, alcuni molto famosi, avesse richiesto uno sforzo economico maggiore.

Loy girò gran parte delle scene in esterno e non negli studi di Cinecittà,dove tutto sarebbe risultato più semplice ed agevole. Fu una scelta molto coraggiosa, ai limiti della temerarietà, ma alla resa dei conti risultata determinante per il successo del film. Strade e vie dei quartieri Montecalvario ed Avvocata, il reticolo di vicoli nelle adiacenze di Piazza Carlo III(in cui avviene il conflitto a fuoco finale tra i carri armati nazisti ed i combattenti napoletani), Via Caracciolo, la Sanità,Posillipo,divennero per mesi un grande set all’aperto. Naturalmente,erano trascorsi quasi venti anni dalle giornate del settembre 43, e molte cose erano cambiate nel paesaggio urbano, ma l’abilità di Polidori,architetto e scenografo, riuscì a ricostruire gli ambienti come se il tempo non fosse mai passato. Ragioni logistiche impedirono,però, di girare a Napoli la scena del tentativo dei partigiani( alla cui testa si erano posti un ufficiale reduce dalla campagna di Russia,Gian Maria Volontè, ed un professore antifascista,Franco Sportelli,) di liberare gli uomini rastrellati dai tedeschi in città, e tenuti prigionieri all’ interno dello stadio del Vomero. Le difficoltà delle riprese indussero la troupe a scegliere un sito più agevole che fu individuato nel Vestuti di Salerno.

Il personaggio interpretato da Franco Sportelli era ispirato alla figura di Antonino Tarsia in Curia,un intellettuale comunista che diresse le operazioni di guerriglia al Vomero. Sportelli era un attore versatile, appartenente ad una famiglia teatrale di antiche origini. Nato in un vicoletto della Pignasecca, ebbe un’educazione teatrale completa. Formatosi alla scuola della sceneggiata e della rivista, divenne nel dopoguerra braccio destro di Eduardo nella direzione della compagnia Scarpettiana, al San Ferdinando. Poi recitò a lungo con il Piccolo Teatro di Milano, affiancando Tino Buazzelli in memorabili messe in scena di alcune opere di Brecht,tra le quali va ricordata <<Schwejk nella seconda guerra mondiale>>.

Sulla funicolare di Montesanto, all’ altezza della stazione del Corso Vittorio Emanuele, furono girate le sequenze in cui alcuni ragazzi fuggiti dal riformatorio per partecipare alla liberazione della città contrastano, guidati dal loro direttore convertitosi alla causa dell’insurrezione, una pattuglia tedesca molto agguerrita. A San Rosario a Portamedina, alla Pignasecca, furono ambientate la scena in cui delle donne inferocite si lanciano,dopo un violento rastrellamento nazista,contro i camion sui quali sono stati fatti salire i loro mariti, i loro figli, i loro fratelli. La rabbia furiosa di ragazze e donne mature riesce ad annientare la debole reazione di una quarantina di militari tedeschi. A Pontecorvo,nel quartiere Avvocata, furono girate le immagini della cattura del marinaio italiano(Jean Sorel) che verrà fucilato sulle scale dell’Università, sotto gli occhi di un folla piangente, impietosita ed atterrita, che sarà costretta dai nazisti ad inginocchiarsi e ad applaudire quando il plotone di esecuzione farà fuoco ( in realtà le riprese della fucilazione furono effettuate davanti all’ Accademia di Belle Arti,in prossimità del Museo nazionale). La ripresa fu di un tale impatto drammatico da far svenire per l’emozione la moglie dell’attore Jean Sorel,presente alle riprese da spettatrice. Ai Ventaglieri,sempre nel quartiere Avvocata, Loy ambientò,poi,l’imboscata che un gruppo di ragazzini tende ad un militare tedesco,disarmato e fatto prigioniero, subendo quale unico atto di violenza un poderoso calcio assestatogli da un anziano passante.

Una mattina dell’estate 1962, proprio sotto il balcone di casa mia, a Montesanto, assistei alla ripresa di una scena del film:quella nella quale si vede un gruppo di marinai inseguito da un carro armato tedesco. Quel giorno tutta la vita della stradina in cui abitavo si bloccò. Sembrava di essere ritornati alla drammaticità del settembre 1943,all’atmosfera plumbea di quei terribili momenti. Un signora,che probabilmente era l’aiuto regista, impartiva ordini secchi e perentori a tutti: attori,comparse,figuranti,tecnici e persino ad abitanti che timidamente si affacciavano da qualche balcone per godersi lo spettacolo. Ai vetri delle finestre furono fatti applicare dei nastri adesivi,così come accadeva durante la guerra per evitare che le esplosioni facessero schizzare i frammenti dei vetri. La scena, molto difficile e faticosissima, intensamente coinvolgente, fu ripetuta credo almeno dieci volte. Gli attori erano esausti,ed Aldo Giuffrè, che interpretava il ruolo di un sottufficiale di marina destinato a morire combattendo eroicamente,fu costretto a correre più volte davanti al carro armato tedesco. La mia curiosità mi spinse a scendere in strada,perché volevo assistere da vicino alle riprese e rendermi conto di come si girasse un film. Fu una giornata che non ho mai cancellato dalla memoria, perché provai un ‘emozione enorme. Gli attori che interpretavano i quattro marinai, sebbene ormai stanchi e sudati, erano molto bravi nel trasmettere, a noi che osservavamo a distanza, il senso di terrore di chi sa di dover combattere ad armi impari

La presentazione del film avvenne a Roma, il 15 novembre 1962, al Teatro dell’ Opera. Erano presenti Loy,il produttore Lombardo,i principali attori. Ospiti illustri furono il Presidente del Senato,Cesare Merzagora,il Presidente della Camera,Giovanni Leone ed il Presidente della Corte Costituzionale Gaspare Ambrosini. Domenica 18 novembre la pellicola fu proiettata a Napoli, al cinema Metropolitan,alle 10 del mattino,alla presenza di Loy, di Lombardo e di un gruppo di attori. Il successo fu enorme, anche se non mancarono critiche e polemiche. Ma gli attacchi inattesi e sorprendenti per la violenza verbale giunsero dalla Germania dell’ Ovest. Il settimanale tedesco occidentale Der Stern pubblicò una dichiarazione indignata del Ministro degli Esteri dell’ epoca, Gerhard Schroeder,esponente della CDU, che annunciò l’intenzione di promuovere delle ricerche storiche sulle Quattro Giornate per dimostrare la correttezza con la quale, a suo dire, si erano comportate le truppe naziste a Napoli. Addirittura l’insurrezione fu definita da un giornalista un tafferuglio tra ruffiani e prostitute. Il corrispondente romano della Suddeutsche Zeiutung di Monaco di Baviera attaccò Loy asserendo che nel film si assisteva a scontri a fuoco tra napoletani e tedeschi,ma il regista aveva accuratamente evitato di far cenno ai conflitti tra fascisti e partigiani. Loy fu difeso dalla stampa democratica, il critico cinematografico del <<Mattino>>, Vittorio Ricciuti,intervenne con molta decisione e respinse puntualmente le accuse. Tre consiglieri comunali di Napoli(il comunista Carmelo Gabriele,il democristiano Gustavo Troisi, il socialista Lelio Porzio) presentarono,in dicembre, una mozione in cui respingevano con sdegno gli”oltraggi della stampa tedesca alla città”.Alla fine di novembre si riuniva,presso la Commissione interni della Camera, la deputazione parlamentare campana. I deputati Pasquale Schiano,Luigi Renato Sansone,Stefano Riccio,Luciana Viviani,Giovanni Arenella ed il senatore Mario Palermo chiedevano che,in occasione del ventesimo anniversario delle Quattro Giornate, si lanciasse la proposta della costruzione di un monumento che ricordasse l’insurrezione del 1943. Inoltre i parlamentari suggerivano a Loy ed alla produzione di inserire,all’inizio o alla fine della pellicola, un riferimento alla medaglia d’oro di cui fu insignita la città.

Molti anni dopo,all’inizio degli anni Settanta,partecipai alle celebrazioni delle Quattro Giornate, e conobbi alcuni protagonisti dell’antifascismo napoletano e della liberazione di Napoli dall’oppressione nazista. Nel 1969,dopo un crescendo di attentati attribuiti agli anarchici ma di marca fascista, vi era stata la strage di Piazza Fontana. In ogni parte d’ Italia( dal Veneto alla Lombardia,dal Lazio alla Calabria) gli eredi di Salò tentavano di uscire dall’ isolamento, di spingere a destra,usando qualsiasi mezzo, lo scenario politico del Paese. Godevano di protezioni nei servizi segreti,in ambienti filo atlantici, in alcuni settori della stampa conservatrice. Le aggressioni,le intimidazioni contro militanti e sezioni della sinistra erano continue. Quel clima diventava sempre più pesante ed insopportabile, le minacce alla democrazia repubblicana sempre più preoccupanti. I fascisti aggredivano gli studenti democratici davanti alle scuole, e le forze dell’ordine erano insensibili e volutamente disattente. Pensai che fosse giunto il momento di dare il mio contributo. Mi sentivo antifascista e marxista,ma non ero ancora certo se aderire al PCI o al PSIUP. Pensai che fosse più giusto frequentare l’ANPI, e così feci. Luigi Mazzella,un vecchio operaio che era stato militante comunista nella clandestinità, ed era segretario provinciale dell’ANPI, mi disse che, pur avendo appena poco più di diciotto anni, avrei potuto iscrivermi all’ associazione, e mi invitò a partecipare alle iniziative. Andavo molto spesso alla sede dell’ ANPI, che allora era in Piazza Nicola Amore,al Rettifilo,in coabitazione con la CNA. Mario Palermo,avvocato penalista molto popolare a Napoli, ex combattente della Prima Guerra mondiale, antifascista, sottosegretario nel secondo governo Badoglio, presidente del Tribunale per la mancata difesa di Roma,membro della Consulta nel 45, senatore del PCI per le prime quattro legislature repubblicane e dirigente autorevole del Partito napoletano, diede ad un gruppetto di giovani studenti di cui facevo parte indimenticabili lezioni (per la precisione della ricostruzione storica, la conoscenza diretta di persone e fatti, la passione) sulle vicende dell’antifascismo nazionale e napoletano. Palermo,alto e dinoccolato, aveva una figura molto elegante che lo faceva sembrare un anziano direttore d’orchestra. Era un gentiluomo, nato alla fine dell’Ottocento, garbato, cortese e disponibile, con la sua scelta di vita comunista aveva preso le distanze dal suo mondo di origine,borghese e benestante. Era dotato di una innata curiosità ed attenzione per i processi di maturazione culturale e politica dei giovani. Aveva vissuto a lungo nell’ambiente forense partenopeo nel quale si era sempre distinto per la difesa dei tanti comunisti vittime della repressione poliziesca di Scelba. A Palazzo Madama era stato protagonista di epiche battaglie dialettiche con i senatori democristiani e di destra,soprattutto coni monarchici eletti a Napoli ed in provincia . Era molto stimato da Enrico de Nicola,con il quale aveva consuetudine di rapporti,ed aveva un notevole ascendente in diversi ambienti napoletani,anche quelli lontani dalla sinistra e dai comunisti.

Maurizio Valenzi,allora capogruppo del PCI al Consiglio comunale di Napoli (sarebbe divenuto sindaco della città dopo qualche anno) raccontò,in una bella e lunga conversazione, a me e ad un altro giovane compagno alcuni episodi della sua vita di militante comunista. Andammo a lezione da Maurizio in una sera del dicembre 1972, faceva molto freddo. In mattinata i giornali avevano riportato la notizia degli incidenti avvenuti in Consiglio comunale il giorno precedente: un consigliere fascista,Abbatangelo, noto alla cronache per episodi di violenza, con un lungo salto aveva scavalcato la transenna che separava l’emiciclo dell’assemblea dalla zona riservata al pubblico per scagliarsi contro alcuni compagni che assistevano alla seduta,ma,nel salto, era scivolato cadendo pesantemente. La cosa aveva creato un certo trambusto, la polizia era intervenuta, vi erano stati dei fermi. Maurizio,che era allora il capogruppo comunale, era intervenuto energicamente in Assemblea, e la tensione accumulata lo aveva fortemente provato. Ma, nonostante la stanchezza e una nottata insonne, il giorno successivo ,volle incontrarci ugualmente e discorrere con noi. Conobbi, poi, Ezio Murolo,uno dei più coraggiosi combattenti delle Quattro Giornate, Ciro Picardi,operaio comunista che era stato al confino con Terracini, e Vincenzo Ingangi( invalido della Prima guerra mondiale, avvocato amministrativista, Giudice costituzionale aggregato, figura eminente dell’antifascismo napoletano,consigliere provinciale). Partecipai,come invitato, ad alcune riunioni del direttivo provinciale,ed ero molto orgoglioso di poter sedere accanto a Palermo, Picardi, Mazzella, Schettini, Murolo,Ettore Bonavolta, e Federico Zvab,un vecchio socialista, che aveva peregrinato negli anni Trenta e Quaranta per molti paesi europei ed aveva combattuto in Spagna con Carlo Rosselli.

Nel 1971, a Napoli,città medaglia d’oro della Resistenza, il Movimento Sociale di Almirante aveva indetto una manifestazione in occasione del quarantanovesimo anniversario della Marcia su Roma. I fascisti avevano chiesto Piazza del Plebiscito, per un’adunata “oceanica”.Era una provocazione inaudita,alla quale occorreva dare una risposta decisa. C’era molta tensione in città. Le riunioni nella Federazione del PCI in Via dei Fiorentini erano continue, anche il Comitato provinciale dell’ANPI era mobilitato. Le forze democratiche, comunisti in testa, chiesero al sindaco democristiano, Gerardo De Michele, di negare le piazza agli eredi di Salò. Il comizio missino fu,quindi spostato davanti ai Cavalli di bronzo, alle spalle della Biblioteca Nazionale e di Piazza del Plebiscito. Quella domenica mattina si formarono in città due distinti cortei: gli antifascisti,eredi delle Quattro Giornate, partirono da Piazza Mancini e conclusero la manifestazione a Piazza Matteotti; i neofascisti si mossero tra Piazza Trieste e Trento e Via Toledo. Sul palco Alfredo de Marsico- ex ministro di Mussolini, poi condannato a morte al Processo di Verona per aver firmato l’ordine del giorno Grandi, e divenuto nella Repubblica senatore monarchico nella seconda legislatura- abbracciò calorosamente Giorgio Almirante,sancendo con quel gesto la riappacificazione tra le due anime della destra italiana: l’ala monarchico- fascista degli uomini che avevano seguito le indicazioni di Grandi e Bottai nel voto del 25 luglio 1943, e quella dei repubblichini di Salò. Quel giorno ero nel corteo partito da Piazza Mancini, ed ero sempre più convinto che nella mia vita sarei stato un antifascista ed un comunista.

Fonte: Marx 21

Antonio Frattasi, segretario della Federazione PdCI di Napoli

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