Le rivoluzioni arabe due anni dopoTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Le rivoluzioni arabe due anni dopo

(Traduzione dalla rivista Recherches Internationales, n. 94, febbraio/marzo 2013, a cura di Sergio Ricaldone).

Fonte: Marx 21

Sebbene il saggio di Samir Amin sia, come sempre, documentato da una analisi rigorosa e abbia come filo conduttore la massima coerenza antimperialista, perciò totalmente condivisibile, qualcuno si chiederà come mai siano stati omessi richiami diretti alle analisi prodotte sulle primavere arabe dai partiti comunisti in Egitto, Siria, Algeria, Libano. Alcuni di questi partiti hanno una lunga storia di persecuzioni feroci, altri, come in Siria, hanno avuto accesso alle istituzioni. Benchè si tratti di piccoli partiti, con un peso politico marginale, i giudizi e le critiche elaborate dai loro gruppi dirigenti meritano di essere conosciute. Sui nostri siti abbiamo letto i loro documenti e osservato come il loro impegno contro il neoliberismo, la guerra, l’integralismo islamico e la sudditanza alla triade imperialista sia l’essenza del loro intervento nei movimenti di lotta che hanno sconvolto il mondo arabo. Nessuno ha dato segni di settarismo o si è sottratto alle lotte e alle iniziative di massa dei movimenti di liberazione dalla tirannide dei vecchi regimi.
La lettura del saggio mostra che gli intendimenti di Samir erano altri : lungi dal sottovalutare la presenza dei comunisti nel mondo arabo, quella che può sembrare un reticenza è in realtà una rigorosa messa a punto dei contenuti politici della fase che dovrebbe segnare il massimo impegno unitario di tutta la sinistra araba che oggi include forze che si ispirano a Bandung, al movimento dei “non allineati” e al terzo mondismo di Mandela, piuttosto che alla classica nozione di comunismo. Nessuna archiviazione dunque, da parte di Samir, della prospettiva storica aperta dai comunisti nel secolo scorso. Ma bensì, un forte richiamo alle priorità tattiche richieste dal mondo d’oggi e alle conseguenti alleanze necessarie per vincere la sfida della transizione “democratica” che nel presente, e con gli attuali rapporti di forza tra i due campi antagonisti, non può avere che dei contenuti antimperialisti.

Sullo sfondo di questa analisi appaiono, ovviamente, le scelte innovatrici delle transizioni messe a punto dai comunisti in Cina, Brasile, India, Sudafrica, Vietnam, Cuba e altrove. Tutti impegnati nella costruzione di modelli di sviluppo innovativi vincenti su scala planetaria. Si tratta beninteso di transizioni molto diverse tra loro ma dalle molte ispirazioni comuni dentro la quale, mi par di capire, Samir colloca la prospettiva a breve delle rivoluzioni arabe.

E’ una lettura molto interessante e molto utile anche per noi comunisti italiani impegnati dal profondo delle nostre sconfitte a riemergere con una analisi credibile dei nostri percorsi futuri, senza cedere alle tendenze liquidatorie e ribadendo l’esigenza di un partito pienamente autonomo e organizzato, capace di restituire una piena centralità alla nozione di unità e alla politica di alleanze.

(Sergio Ricaldone)

 



Origini dell’insurrezione dei popoli arabi.

Queste insurrezioni scoppiate nel 2011 hanno sorpreso i regimi al potere nonché le cancellerie occidentali che li hanno sostenuti, ma non hanno sorpreso i militanti della sinistra araba. Dei segni anticipatori, lo sciopero di Gassa, quello degli operai egiziani nel 2007/2008, la resistenza dei piccoli contadini egiziani alle espropriazioni accelerate, le manifestazioni democratiche delle classi medie ( la Kefaya in Egitto), ci avevano in qualche modo preavvertito.

Durante il periodo di Bandung e del non allineamento (1955-1970-1975), certi paesi arabi erano collocati all’avanguardia delle lotte per la liberazione nazionale e il progresso sociale. Questi regimi (Nasser,il FLNA, il Baas) non erano democratici nel senso occidentale del termine (si trattava di regimi a partito unico), né al senso che io attribuisco al termine che implica il potere esercitato dalle stesse classi popolari. Ma non per questo non erano perfettamente legittimi per le realizzazioni importanti al loro attivo: un bond gigantesco dell’educazione che ha permesso una crescita della scolarizzazione di massa (i ragazzi delle classi popolari sono diventati classe media in espansione), della sanità, delle riforme agrarie, delle garanzie al lavoro, almeno per i diplomati di ogni livello. Associate a delle politiche di indipendenza anti-imperialista, queste realizzazioni hanno rappresentato la forza dei regimi, a dispetto dell’ostilità permanente delle potenze imperialiste e delle aggressioni militari compiute con l’intermediazione di Israele.

Ma dopo avere realizzato in due decenni con mezzi e metodi propri (riforme decise dalle alte sfere senza permettere alle classi popolari di partecipare con proprie organizzazioni) i regimi si sono sgonfiati. L’ora della controffensiva dell’imperialismo è puntualmente arrivata. Per conservare il loro potere, le classi dirigenti hanno allora accettato di sottomettersi alle esigenze nuove del “neoliberalismo”: apertura ai capitali esteri incontrollata, privatizzazioni, ecc. Di fatto, in qualche anno, tutto ciò che era stato conquistato è stato perduto: ritorno massiccio della disoccupazione e della povertà, ineguaglianze scandalose, corruzione, abbandono internazionale della dignità e sottomissione alle esigenze di Washington, e di Israele. In risposta all’erosione rapida della loro legittimità, i regimi hanno risposto scivolando sempre più nelle pratiche della repressione poliziesca con il pieno sostegno di Washington.

Lo scenario si apre allora per l’insurrezione generale. Nella mia opera recente sulle “primavere arabe” pubblicata da Temps des Cerises nel 2011, ho proposto una analisi delle diverse componenti del “movimento” e dei suoi avversari, prevedendo tempi di lunga durata. Questo capitolo si è chiuso con le elezioni tunisine e egiziane.

La vittoria elettorale dell’islam politico in Egitto e Tunisia.

La vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani e dei salafiti in Egitto (gennaio 2012) non è affatto sorprendente. La degradazione prodotta dalla mondializzazione capitalista contemporanea ha prodotto un rigonfiamento prodigioso delle attività cosiddette “informali”, che, in Egitto, forniscono mezzi di sopravvivenza a oltre metà della popolazione (le statistiche dicono il 60%). I Fratelli Musulmani sono diventati forti e ben piazzati per trarre vantaggio da questo degrado e di perpetuarne la riproduzione. La loro semplice ideologia assegna una legittimità a questa miserabile economia di mercato/bazar, agli antipodi delle esigenze in grado di garantire uno sviluppo dignitoso. I mezzi finanziari favolosi messi a loro disposizione dagli emiri del Golfo permettono di tradurli in mezzi d’azione efficaci: finanziamenti all’economia informale, elargizioni caritatevoli (centri di cura e simili). E’ in questo modo che i Fratelli Musulmani si installano nella società reale e la piegano alla loro dipendenza.

I paesi del Golfo non hanno mai avuto l’intenzione di sostenere lo sviluppo dei paesi arabi, ancor meno con investimenti per fini industriali. Essi sostengono il modello di “sviluppo straccione” (per utilizzare il termine usato a suo tempo da Andrè Gunder Frank) che presenta le società arabe rinchiuse in una spirale discendente di pauperismo e di esclusione che sono il propellente dell’islam politico reazionario sulla società. Ma questo successo sarebbe stato difficile se non avesse coinciso perfettamente con gli obbiettivi dei paesi del Golfo, di Washington e di Israele. Questi tre alleati condividono le stesse preoccupazioni : far fallire la ribellione popolare in Egitto poiché un Egitto forte ed emergente significa la fine del triplice egemonismo : quello del Golfo (pieni poteri all’islamizzazione della società), degli Stati Uniti (L’Egitto compradore e miserabile resterebbe sotto il loro controllo) e di Israele (L’Egitto impotente abbandona la Palestina).

Il ritorno dei regimi arabi al neoliberismo e la sottomissione a Washington è stata totale e brutale in Egitto, più lenta e misurata in Algeria e in Siria. Diverse volte, in un mio libro (già citato), ricordo che i Fratelli Musulmani – parte decisiva del sistema di potere – non devono essere considerati semplicemente come un “partito islamista” ma sopratutto come un partito ultrareazionario, non solo per quelli che sono definiti “problemi sociali” (il velo, la charia, la discriminazione dei copti), ma per tutti gli ambiti fondamentali della vita economica e sociale. I Fratelli si oppongono agli scioperi, alle rivendicazioni dei lavoratori, al movimento di resistenza che si oppone all’espropriazione dei contadini, ecc.

Il blocco pianificato della “rivoluzione egiziana” ha garantito la continuità del sistema messo a punto da Sadat, fondato sulla stretta alleanza tra l’alto comando dell’ Armata e l’islam politico. Certo, forti della loro vittoria elettorale, i Fratelli sono ormai in grado di esigere più potere di quello concesso ai militari. Una revisione del dosaggio dei profitti di questa alleanza può tuttavia presentarsi difficile.

L’assemblea Costituente uscita dalle elezioni dell’ottobre 2011 in Tunisia è dominata da un blocco di destra che associa il partito islamista e numerosi quadri reazionari (fino al giorno prima sostenitori del regime di Ben Alì), tuttora ben piazzati e infiltrati nei cosiddetti “nuovi partiti” che si autodefiniscono “bourghibisti”. Gli uni e gli altri condividono lo stesso sostegno incondizionato all’economia di mercato tale e quale a quella di prima, cioè a dire un sistema di capitalismo dipendente e subalterno. Francia e Stati Uniti non domandano nemmeno più che “tutto cambi perché niente cambi”.

Due cambiamenti sono tuttavia all’ordine del giorno. In positivo c’è ora una democrazia politica ma non sociale, ossia una democrazia a debole intensità, che tollera la diversità di opinioni, rispetta di più i “diritti dell’uomo” e mette fine agli orrori polizieschi del regime precedente. In negativo c’è invece un arretramento dei diritti delle donne, ossia un ritorno al “bourghibismo”, colorato di islamismo.

Il piano delle potenze occidentali, fondato sul potere del blocco reazionario compradore, è quello di mettere un termine a questa transizione, che si vuole molto breve (ciò che il potere ha accettato senza valutarne le conseguenze), per evitare che i soggetti sociali organizzino le lotte permettendo che il loro potere diventi legittimo e esclusivo attraverso “elezioni corrette”. Il movimento tunisino è stato largamente disinteressato della politica economica del regime abbattuto, ed ha concentrato le critiche sulla corruzione del presidente Ben Alì e la sua famiglia. Molti contestatori, anche a sinistra, non hanno rimesso in discussione gli orientamenti fondamentali dello sviluppo messi in atto da Bourghiba e Ben Alì. L’uscita di scena del movimento era dunque prevedibile.

Il presidente di transizione, Marzuki, è stato un combattente dei diritti dell’uomo, e perciò, a questo titolo, una delle vittime della repressione. Ma egli sembra ignorare il legame tra la miseria del suo popolo e l’opzione liberale della politica economica dello Stato e non mostra alcuna volontà di rimetterla in discussione. Curiosamente ha preso l’iniziativa di organizzare a Tunisi , nel febbraio 2012, una conferenza internazionale sulla Siria che porta acqua al mulino degli interventisti occidentali !

Col risultato che le stesse cause stanno producendo gli stessi effetti. Che succederà, che faranno le classi popolari in Egitto e in Tunisia quando pagheranno il prezzo del proseguimento inesorabile del degrado delle loro condizioni sociali, con il conseguente aumento della disoccupazione e del precariato, senza contare i peggioramenti supplementari causati dalla crisi generale della mondializzazione capitalista ?

E’ troppo presto per dirlo, ma è incomprensibile ostinarsi a ignorare che sarà la cristalizzazione rapida della sinistra radicale, ansiosa di andare ben oltre la semplice rivendicazione di elezioni corrette, che permetterà una ripresa delle lotte per un cambiamento degno di questo nome. E’ compito di questa sinistra radicale elaborare una strategia di democratizzazione della società di portata ben più ampia di quella elettorale, ossia quello di associare la democratizzazione al progresso sociale.

Un obiettivo che implica, ovviamente, l’abbandono del modello di sviluppo attuale e la messa in atto di una politica internazionale indipendente e decisamente antimperialista. Non saranno certo i monopoli imperialisti e i loro servi internazionali (Banca mondiale, FMI, OMC e l’Unione europea) che aiuteranno i paesi del sud a uscire dal loro miserabile degrado.

Alcune questioni fondamentali non sembrano preoccupare gli attori politici maggiori. Tutto viene accettato e presentato come se l’obbiettivo finale della “rivoluzione” fosse di ottenere subito delle elezioni. Come se l’esclusiva legittimità del potere potesse uscire magicamente dalle urne elettorali. C’è invece una priorità, quella di proseguire le lotte per il progresso sociale e la democratizzazione autentica della società ! Queste esigenze chiameranno il popolo a confronti molto seri nei mesi a venire. Già appaiono chiaramente con tutta la loro forza in Egitto. E’ comunque ancora troppo presto per poter dire se le “rivoluzioni” arabe saranno in grado di realizzare i loro obbiettivi o se saranno destinate alla sconfitta.

L’islam politico è compatibile con la democrazia ?

La depolitizzazione è stata decisiva per l’ascesa dell’islam politico. Questa depolitizzazione non è un fattore esclusivo dell’Egitto nasseriano e post nasseriano. Ma è stata la pratica dominante di tutte le esperienze nazional-popolari del primo risveglio del Sud e anche di quelle di socialismo storico dopo la prima fase degli sconvolgimenti rivoluzionari del passato. Denominatore comune : la soppressione della pratica democratica (che non si riduce a elezioni politiche multi partitiche), ossia il rispetto delle diversità di opinioni e di proposte politiche e delle loro eventuali organizzazioni politiche. Il formarsi di una coscienza politica esige la democrazia. E la democrazia non esiste che quando la libertà è garantita ai tuoi “avversari”. In tutti i casi la sua soppressione, che è all’origine della depolitizzazione, è responsabile di disastri ulteriori. Sia che questa significhi un ritorno al passato (religione e altro), sia che introduca il consumismo e l’esasperato individualismo cavalcato dai media occidentali, come è stato il caso dei popoli dell’Europa orientale e dell’ex URSS, ciò che ha portato le classi medie (eventuali beneficiarie dello sviluppo), e anche le stesse classi popolari che, private di alternativa, aspirano a trarne benefici, anche su piccola scala e solo per una parte, (ciò che è perfettamente comprensibile e legittimo).

Nel caso delle società mussulmane, questa depolitizzazione assume la forma di un ritorno (apparente) all’islam, che associa l’islam politico reazionario, la sottomissione compradora e la pauperizzazione con il dilagare dell’economia di bazar (sviluppo straccione), non è specifico dell’Egitto, ma caratterizza la più parte delle società arabe e mussulmane, fino al Pakistan e oltre. Anche in Iran è operante questa articolazione: il trionfo di questa economia di bazar era già stata segnalata come il risultato maggiore della rivoluzione komeinista. Un modello analogo è quello che ha devastato la Somalia ormai cancellata dalle carte delle nazioni esistenti.

Cosa immaginare se questo islam politico salisse al potere in Egitto e altrove ?

Siamo sommersi da discorsi rassicuranti su questo tema, sicuramente ingenui, sinceri o falsi che siano. “Si tratta di un esito inevitabile, le nostre società sono impregnate dall’islam. Si è voluto ignorare il radicamento religioso di massa imposto da un potere secolare” dicono gli uni. Come se il successo dell’islam politico non dipendesse invece dalla depolitizzazione e dal degrado sociale volutamente ignorati. “Ciò non è affatto così pericoloso; il successo dei vari passaggi e il fallimento del potere esercitato dall’islam politico condurrà l’opinione pubblica a distaccarsene”. Come se Fratelli si siano improvvisamente convertiti al rispetto dei diritti democratici ! E’ quello che vogliono far credere a Washington, i media dominanti e le consorterie di intellettuali arabi, per opportunismo o mancanza di lucidità.

No. L’esercizio del potere dell’islam politico reazionario può durare tranquillamente per altri 50 anni. E nel contempo farà di tutto per avanzare e sottomettere le società, giorno dopo giorno, nella assoluta indifferenza delle “democrazie” avanzate. Al termine di questa triste transizione i paesi sacrificati si troveranno in fondo alla scala delle classifiche mondiali.

La questione del ritorno ad una coscienza politica democratica costituisce, nel mondo arabo come altrove, l’asse centrale della sfida. La nostra epoca non è quella di grandi avanzate democratiche ma, al contrario, di retromarce disastrose. La centralizzazione estrema e generalizzata dei capitali dei monopoli richiede la sottomissione incondizionata e totale del potere politico ai suoi ordini.

L’accentuazione dei poteri”presidenziali”, in apparenza attribuiti in modo estremo, ma di fatto sottomessi al servizio della plutocrazia finanziaria, rappresenta la forma di questa deriva che restringe sempre più gli spazi della defunta democrazia borghese (mantenuta e rafforzata dalle conquiste dei lavoratori) sostituendola con delle ingannevoli farse. Nelle periferie del mondo contemporaneo, gli embrioni di democrazia, ammesso che esistano, sono sempre più associati a repressioni sociali, ancora più violente di quelle al centro del sistema, e perdono ogni credibilità. La mancanza di democrazia è sinonimo di depolitizzazione. Questa implica l’affermarsi sulla scena di cittadini capaci di formulare progetti di società alternative e non solo di mirare ad elezioni senza sbocco, ovvero di “alternanza” senza cambiamenti. I cittadini dotati di immaginazione creatrice sono spariti, l’individuo depoliticizzato che a lui succede è uno spettatore passivo della scena politica, un consumatore modello per un sistema che gli fa credere di essere un individuo libero. Avanzare sul terreno della democratizzazione e della ripolitizzazione dei popoli è perciò indissociabile. Ma da dove cominciare ? Il movimento può essere attivato a partire all’uno o dall’altro di questi due poli. Nulla può essere qui sostituito all’analisi concreta delle situazioni in Algeria, in Egitto, esattamente come in Grecia, Congo, Bolivia o Francia e Germania.

In mancanza di avanzate visibili in questa direzione, il mondo sprofonderà, come sta già avvenendo, in una tormenta caotica associata all’implosione del sistema. Al peggio ci stiamo dunque arrivando.

A proposito del salafismo.

Il salafismo è il prodotto della svolta della Nahda compiuta nel XIX secolo, che supera le proposte oscurantiste di Rachid Reda, convertito al wahabismo (forma più arcaica dell’islam), è stata adottato immediatamente dai Fratelli mussulmani di quel tempo (1927). I salafiti rigettano il concetto di libertà e democrazia che, secondo loro, non terrebbe conto della “natura” che ha imposto all’uomo di obbedire a Dio (“come uno schiavo dovrebbe obbedire al suo padrone”, l’espressione è loro). Rimane inteso che solo gli ulema sono autorizzati a trasmettere ciò che Dio ordina. Ecco che la via è aperta alla teocrazia.

Come Burke e De Maistre, i salafiti sono nemici della modernità se per essa si intende proclamare che l’essere umano è individualmente e collettivamente – in società – responsabile di costruire la sua storia. I media pretendono invece che i salafiti sono “moderni” in quanto non vietano i computer e il “business management” che essi stessi insegnano a partire dai manuali che l’USAID loro fornisce.

Evidentemente la gestione del sistema ha bisogno di servitori competenti, a condizione che essi siano sprovvisti di ogni capacità critica.

I Fratelli e i salafiti si sono spartiti i compiti di islamizzazione della società e dello Stato. I salafiti dicono apertamente quello che i Fratelli pensano, ma non dicono più, per poter ottenere il diploma di democrazia che Obama ha loro concesso.

Capitalismo di connivenza, Stato compradore e sviluppo straccione.

I governi egiziani successivi a quello di Sadat, e fino ai giorni nostri, hanno messo in opera con assiduità tutti i principi del fondamentalismo neo liberale. Il progetto nasseriano di costruzione di uno Stato nazionale sviluppato ha prodotto un modello di capitalismo di stato che Sadat ha smantellato. I profitti realizzati sono stati ceduti a uomini d’affari conniventi e vicini al potere, agli arabi del Golfo e a società straniere americane e europee, a dei prezzi irrisori. Questa è la strada seguita per costruire la nuova classe possidente egiziana e straniera che merita pienamente la qualifica di capitalismo connivente.

La proprietà concessa alle Forze armate ha trasformato il carattere di responsabilità diretta che esercitava su certi settori del sistema produttivo (officine produttrici di armi) gestite in quanto istituzioni dello Stato. Questi poteri di gestione sono stati ceduti alla proprietà privata. L’accumulazione di ricchezza egiziana e straniera si è formata con l’acquisizione di profitti già esistenti senza aggiungere che trascurabili capacità produttive. Le entrate di capitali stranieri (arabi ed altri), in apparenza modesti, appartengono a questo quadro. L’operazione si è dunque saldata con la messa in opera di gruppi monopolistici privati che dominano ormai tutta l’economia egiziana. Le posizioni monopolistiche di questo nuovo capitalismo di connivenza sono state sistematicamente rafforzate da sovvenzioni colossali da parte dello Stato. I salari reali della grande maggioranza dei lavoratori si sono deteriorati per effetto della legge sul libero mercato del lavoro e per la feroce repressione delle azioni collettive e sindacali. L’ineguaglianza si è drasticamente ingigantita con il sistema di fiscalità leggera per i ricchi e le società con la benedizione della Banca Mondiale per le sue pretese virtù agli investimenti. Queste politiche hanno reso impossibile la riduzione del deficit pubblico e di quello della bilancia estera commerciale. Inoltre hanno trascinato il deterioramento continuo del valore della lira egiziana e imposto un indebitamento interno ed estero in continua crescita. Tutto ciò ha offerto l’occasione al FMI d’imporre sempre più i principi del liberalismo.

Le risposte immediate del movimento popolare.

Queste risposte non sono opera dell’autore il cui scritto è successivo ai contatti avuti con i responsabili delle varie componenti dei movimenti. Sottolineo i punti seguenti: a) la proprietà dei profitti pubblici “privatizzati” deve essere trasferita da apposita legge a delle società anonime di cui lo Stato sarà azionario e dopo avere ripianato la differenza tra il valore reale dei profitti e quello pagato dagli acquirenti; b) la legge deve stabilire un salario minimo legato ad una scala mobile. Stabilito che, in quanto beneficiari della libertà dei prezzi, i settori privati che dominano l’economia egiziana hanno già scelto di fissare i loro prezzi simili a quelli delle importazioni concorrenti, la misura può diventare subito operante e non avrà altro effetto che quello di ridurre i margini di rendita dei monopoli; c) le concessioni colossali elargite dai budget statali per i monopoli privati devono essere soppresse. Gli studi condotti in questo ambito dimostrano che l’abolizione di questi vantaggi non ledono in alcun modo la redditività delle varie attività, ma riducono soltanto le rendite monopolistiche; d) una nuova legislazione fiscale deve essere messa a punto, fondata sull’imposta progressiva degli individui e il prelievo del 25% della tassa sui profitti delle imprese con più di 20 lavoratori. Gli esoneri d’imposta concesse con estrema larghezza ai monopoli arabi e stranieri devono essere soppressi. La tassazione delle piccole e medie imprese, attualmente troppo pesanti, devono essere riviste al ribasso. Un calcolo preciso è stato condotto e dimostra che l’insieme delle misure proposte permette, non solamente di sopprimere il deficit attuale, ma di liberare un eccedenza che sarà destinata alla sanità e all’edilizia popolare; e) alcune organizzazioni progressiste di agronomi hanno realizzato progetti concreti destinati ad assicurare maggiore efficienza ai piccoli contadini : miglioramento dei metodi di irrigazione (goccia a goccia, ecc.), scelta di culture ricche e intensive (legumi e frutta), liberazione a monte, con il controllo dello Stato, delle forniture di strutture e di crediti, liberazione a valle con la creazione di cooperative di commercio di produttori, associati alle cooperative di consumatori.

Il programma di azioni immediate ripreso nel paragrafo precedente avvierebbe la ripresa di una crescita economica sana e condivisibile. L’argomento usato dai suoi detrattori liberali che tutto ciò colpirebbe l’afflusso di capitali esteri non è credibile. L’esperienza dell’Egitto e di altri paesi, particolarmente africani, che hanno accettato di sottomettersi integralmente ai precetti del liberismo e hanno rinunciato ad avere un proprio programma di sviluppo autonomo, non attirano affatto i capitali stranieri a dispetto delle loro aperture incontrollate (o più precisamente proprio causa di quelle).

I capitali esteri si contentano in tal caso di razziare le risorse del paese citato, sostenuti dallo Stato compradore e dal capitalismo di connivenza. Al contrario, i paesi emergenti che mettono invece in opera progetti nazionali di sviluppo offrono delle possibilità reali agli investitori stranieri che accettano di partecipare a questi progetti, come pure accettano le condizioni loro imposte dallo Stato nazionale nonché il riequilibrio dei loro profitti a tassi ragionevoli.

Il governo attualmente insediato al Cairo, composto esclusivamente da Fratelli Mussulmani scelti dal presidente Morsi, ha subito proclamato la sua adesione incondizionata a tutti i principi del liberismo e dispiegato a questo fine tutti i mezzi di repressione ereditati dal vecchio regime abbattuto. Lo Stato compradore e il capitalismo di connivenza sono di nuovo al potere ! La coscienza popolare ha recepito il messaggio antipopolare e scende in piazza come testimoniato dalle grandi manifestazioni di protesta e di collera del 12 e 19 ottobre. Il movimento è ripreso e continua. Come è stato detto in tutte le strade d”Egitto : la rivoluzione non ha cambiato il regime, ma il popolo sì che è cambiato.

Riforme promosse e padroneggiate dall’interno saranno possibili in Algeria ?

L’Algeria e l’Egitto sono stati, nel mondo arabo, i due paesi d’avanguardia del primo “risveglio del Sud”, all’epoca di Bandung, del “non allineamento” e delle affermazioni nazionali vittoriose post coloniali, associate ad autentiche realizzazioni economiche e sociali importanti e progressiste che prefiguravano buone possibilità per l’avvenire. Ma in seguito i due paesi sono usciti di scena fino ad accettare un “ritorno all’ovile” tra gli stati e le società dominate dall’imperialismo.

Il modello algerino ha mostrato, a suo tempo, i segni evidenti di una maggiore consistenza, ciò che spiega come abbia meglio resistito alla sua degradazione ulteriore. La classe dirigente algerina, molto composita e divisa, incapace di scegliere tra le aspirazioni nazionali ancora presenti in alcuni e la sottomissione alla compradorizzazione di altri (talvolta queste due componenti conflittuali si combinano nelle stesse persone !). In Egitto invece, la classe dominante è diventata integralmente, con Sadat e Mubarak, una borghesia compradora priva di qualsiasi aspirazione nazionale.

Due le ragione che rendono chiara la differenza. La guerra di liberazione in Algeria aveva prodotto naturalmente una radicalizzazione sociale e ideologica. Al contrario, in Egitto, il nasserismo arriva alla fine del periodo di eclisse del movimento iniziato dalla rivoluzione del 1919, che si radicalizza nel 1946. L’ambiguo colpo di stato del 1952 arriva come risposta alla stasi del movimento. La società algerina aveva invece subito con la colonizzazione, assalti distruttivi maggiori. La nuova società algerina uscita dopo la riconquista dell’indipendenza, non aveva più nulla in comune con quelle delle epoche precoloniali : era diventata una società “plebeizzata” con una forte aspirazione all’eguaglianza. Questa aspirazione – con la stessa forza – non si ritrova in nessuna altra parte del mondo arabo, né nel Magreb, né nel Mashrek. Per contro, l’Egitto moderno, è stato costruito all’inizio (a partire da Mohamed Alì), dalla sua aristocrazia, diventata progressivamente una “borghesia aristocratica” (o una “aristocrazia capitalista”). Da questa differenza ne deriva un’altra di una importanza evidente, concernente l’avvenire dell’islam politico. Come mostra Hocine Bellalufi, l’islam politico algerino (il FIS) che aveva presentato la sua mostruosa identità, è stato sconfitto. Ma questo non significa che questa questione sia del tutto superata. La differenza è comunque grande rispetto all’Egitto che si caratterizza per la convergenza solida tra la borghesia compradora e l’islam politico dei Fratelli Mussulmani.

Da tutte queste differenze tra i due paesi emergono possibilità di risposte diverse alle sfide attuali. L’Algeria sembra meglio piazzata (o meno mal piazzata), per rispondere a queste sfide, nel breve termine di mesi. Riforme economiche, politiche e sociali promosse padroneggiate dall’interno sembrano avere ancora delle chance in Algeria. Diversamente dall’Egitto dove il confronto tra il “movimento” e il blocco reazionario “contro rivoluzionario” sembra inesorabilmente aggravarsi.

L’Algeria e l’Egitto costituiscono due esempi magistrali dell’impotenza delle società di quel tipo di fare fronte alla sfida. Si tratta di due paesi del mondo arabo potenziali candidati possibili tra i paesi “emergenti”. La responsabilità maggiore delle classi dirigenti e dei sistemi di potere in atto che hanno causato i disastri sembra fatalmente destinata a riprodursi. Ma la volontà di cambiamento delle società, dei loro intellettuali, dei militanti dei movimenti in lotta devono essere tutte ugualmente prese in seria considerazione.

La stessa speranza di un’evoluzione democratica pacifica è possibile anche in Marocco ? Dubito che il popolo marocchino continuerà ad aderire al dogma arcaico che non dissocia la monarchia e al suo preteso diritto divino sulla nazione. E’ senza dubbio la ragione per la quale i marocchini non comprendono le ragioni del popolo saharaui : i fieri nomadi del Sahara hanno un altra concezione dell’islam che impedisce loro di inginocchiarsi davanti ad un altro Allah, sia pure un monarca.

Il dramma siriano.

Gli Stati Uniti hanno capito la lezione dopo le sorprese di Tunisia e Egitto e hanno deciso di cavalcare il movimento di protesta introducendo gruppi armati che prendessero l’iniziativa di aggredire l’apparato dello Stato, auto proclamandosi “armata di liberazione”e chiedendo immediatamente il sostegno della Nato.

Questa strategia è stata già collaudata con successo in Libia. Il risultato non è stato ovviamente l’instaurazione della democrazia ma la disintegrazione del paese, ceduto ai signori della guerra, quasi sempre islamisti amici di Al Qaeda ! Il modello Somalia ha ispirato questa strategia. E’ la stessa strategia messa in atto in Siria, con l’introduzione di gruppi armati infiltrati,a partire dalla Giordania (agli ordini di Tel Aviv), da Tripoli (base dell’islam radicale in Libano), e dalla Turchia (considerata da mezza America latina la Colombia del Medio Oriente). Potenza importante della Nato, la Turchia partecipa alla cospirazione contro la Siria : i campi cosiddetti dei “rifugiati” nell’Hatay sono in realtà dei campi di addestramento di mercenari reclutati nei gruppi terroristi (talebani e altri), finanziati dall’Arabia saudita e dal Qatar.

Bisognerebbe essere molto ingenui per essere sorpresi dal silenzio delle cancellerie occidentali : silenzio sul reclutamento dei terroristi, silenzio sui proclami di questi “liberatori” (“passeremo sul corpo degli alawiti, dei Drusi e dei cristiani”), silenzio concernente il regime di Ryad e di Doha, promossi, tra i “difensori della democrazia”, silenzio sul massacro dei manifestanti in Barhein perpetrato dall’armata saudita, silenzio sull’introduzione di Al Qaeda nello Yemen destinato a far fronte ad un possibile ritorno della sinistra sud-yemenita ! Il terrorismo ha le spalle larghe : imperdonabile quando attacca gli Stati Uniti, benvenuto quando serve. Questa strategia del caos programmato è peraltro formulata col più grande cinismo dalle autorità di Washington.

Il regime baathista della Siria aveva beneficiato di legittimità allo stesso titolo di altri regimi nazional-popolari dell’epoca. In seguito aveva raggiunto a sua volta il campo neo liberista come gli altri. Il disastro sociale che ne è seguito ha prodotto le stesse conseguenze che altrove : la crescita delle proteste democratiche e sociali, perfettamente legittime, la risposta del regime con la repressione. E’ quasi divertente notare che il capo della “ribellione siriana” – Kaddam – è stato il principale artefice della liberalizzazione economica.

Rimane il fatto che la distruzione della Siria costituisce l’obbiettivo dei tre principali partners : Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita che hanno mobilitato a questo fine i Fratelli Mussulmani. La loro eventuale vittoria – con o senza l’intervento militare straniero – produrrebbe lo sfacelo del paese e il massacro degli alawiti, dei drusi e dei cristiani. Ma poco importa. L’obbiettivo di Washington non è quello di liberare la Siria dal suo dittatore, ma di distruggere il paese come è successo in Iraq.

Il veto di Russia e Cina ha per fortuna reso più difficile i “bombardamenti umanitari” modello Libia. Il regime di Damasco ha a sua volta capito e individuato i focolai di intervento maggiore alimentati dall’esterno. Rimane il fatto che l’entrata in scena dei gruppi al soldo delle potenze straniere ha deviato il movimento democratico e sociale su una falsa pista. Il “movimento” – diffuso ma senza un’organizzazione propria – ha rifiutato di legarsi al campo dei comitati cosiddetti di liberazione, chiaramente manipolati dalle potenze imperialiste, senza peraltro sostenere il regime impegnato nella repressione. Rispondere al terrorismo degli agenti imperialisti con il terrore dello Stato non è comunque la risposta efficace alla sfida. La soluzione va cercata nella concessione di riforme a beneficio delle forze popolari e democratiche che esistono e rifiutano di arruolarsi nei Fratelli Mussulmani. Se il governo di Damasco si mostra incapace di comprenderlo il dramma proseguirà fino alla fine.

Democrazia o distruzione degli Stati e delle nazioni

L’obbiettivo degli Stati Uniti e dei loro alleati subalterni della Nato per “un grande Medio Oriente” non è certamente la democrazia ma la garanzia di proseguire la sottomissione dei paesi della regione alle esigenze della mondializzazione in quanto operante a esclusivo beneficio dei monopoli imperialisti. “Tutto cambia perché niente cambi”. Lo sviluppo straccione fondato sull’esclusione e sull’impoverimento della grande maggioranza è lo scopo centrale di questa strategia.

La sua realizzazione richiede la distruzione degli Stati e delle società che si oppongono. L’Iraq ne è stato il modello. Là gli occupanti statunitensi hanno sostituito alla dittatura di Saddam Husseim con tre dittature ancor più criminali, in nome della religione (sciita e sunnita) e dell’etnicità kurda. Dittature che hanno compiuto l’assassinio sistematico di decine di migliaia di quadri scientifici e professionali, poeti inclusi, e vietato ogni forma di educazione che non fosse religiosa e utile al potere

L’obbiettivo che si intravede dopo la distruzione della Siria è quella dell’Iran con il falso pretesto delle armi nucleari. Due pesi, due misure, come sempre : l’armamento nucleare di Israele non è mai stato messo in discussione !

Ma questa strategia mira ai paesi emergenti e, soprattutto a Russia e Cina. L’establishment degli Stati Uniti ha formulato a questo scopo un programma in due tempi. Si tratta in primo luogo di contenere gli sforzi su cui questi paesi sono impegnati per modulare la mondializzazione ed imporre la sua gestione policentrica, ponendo fine all’egemonismo di Washington. Il termine inglese usato è quello di “containment”. Ma a lungo termine gli USA vogliono distruggere la loro capacità di movimento autonomo e ricolonizzarli. Il termine utilizzato è quello di “rolling back”. La prospettiva implica apertamente l’abolizione del diritto internazionale, del rispetto della sovranità degli Stati e il ricorso alla guerra. Le “guerre preventive” (più esattamente le guerre preparatorie) iniziate in Medio Oriente si iscrivono in questa prospettiva.

L’obbiettivo è quello di garantire la dominazione del “Nord” ossia dei monopoli della triade Stati Uniti/Europa/Giappone sul mondo, e più particolarmente di garantire l’accesso esclusivo alle risorse naturali dell’intero pianeta per farne l’uso che conosciamo, ecologicamente disastroso.

I termini pseudo culturali invocati a questo proposito (la difesa della democrazia, essa stessa sottoposta a una erosione continua nello stesso Nord, le “guerre umanitarie”) servono a mascherare gli obbiettivi reali. Questa strategia implica per i popoli del Sud uno sviluppo straccione e niente altro. Il sistema non è sostenibile, non solo per le ragioni ecologiche conosciute, ma sopratutto per il disastro politico e sociale che lo caratterizza. Le “rivoluzioni arabe” non sono le sole risposte, appena abbozzate, alla sfida. Quelle più sostenute in America Latina, come la crescita delle lotte nel mondo intero, Europa inclusa, testimoniano la globalità di questa sfida.

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top