Le strane politiche del lavoro: da Berlusconi a Grillo | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Le strane politiche del lavoro: da Berlusconi a Grillo

Dalla cassa integrazione al reddito minimo garantito: fiumi di promesse sugli ammortizzatori sociali non vengono seguite da serie proposte di riforma del mondo del lavoro. Berlusconi allora e Grillo oggi. E chi ne parla, il PD, non riesce a farsi sentire.

io lavoro

Fonte: Oltremedianews

Da quando la politica del profitto a breve termine è divenuta prevalente, le grandi imprese hanno concentrato la propria attenzione sui ricavi finanziari piuttosto che sulla produzione vera e propria. Come affermano vari studiosi, tra cui Luciano Gallino nel libro L’impresa irresponsabile, uno degli elementi che permette di generare profitti enormi ed immediati è la riduzione del costo del personale: licenziamenti in massa suscitano l’apprezzamento dei mercati e conseguentemente le azioni salgono alle stelle. Dunque anche aziende che godono di un ottimo stato di salute e i cui bilanci sono in attivo, trovano notevole giovamento da tali pratiche.

Berlusconi qualche anno fa dichiarò di voler aiutare coloro che si trovavano senza lavoro dall’oggi al domani, incrementando i fondi destinati alla cassa integrazione. Le incongruenze sono state però molteplici. Se da un lato crescevano le forme di sussidio per i nuovi disoccupati, dall’altro si incentivava a più riprese la totale libertà di movimento per le sconsiderate strategie delle grandi imprese. Con alterni risultati si è cercato di dare il via libera a sempre nuove forme contrattuali atipiche e ci si è sforzati più che mai di indebolire i sindacati, individualizzando il rapporto di lavoro e dando maggior peso ai contratti aziendali piuttosto che a quelli nazionali; inoltre sono state avallate politiche di frazionamento e delocalizzazione delle unità produttive. Tutto ciò unicamente per favorire i tagli al personale sotto nuove vesti, poiché non rinnovare un contratto o chiudere una società controllata non equivale ad altro che a lasciare a casa lavoratori.

Ora si parla meno di cassa integrazione e molto più di reddito minimo garantito. Su tutti spicca, se non altro per la forza vocale con cui viene espresso il concetto, la proposta del Movimento 5 Stelle. Si parla, forse erroneamente, di reddito di cittadinanza, che però prevedrebbe il pagamento di tale somma a tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto che lavorino, siano disoccupati o inoccupati. Ma facendo una tara delle varie dichiarazioni di Grillo si può ipotizzare che si tratti piuttosto del vero e proprio reddito minimo garantito -strumento unico di supporto al reddito- il quale risulta universale, poichè basato su regole uguali per tutti, ma anche selettivo, poiché subordina la concessione ad accertamenti su reddito e patrimonio (come hanno efficacemente spiegato Tito Boeri e Roberto Perotti su Lavoce.info). La proposta non è però inserita in un contesto chiaro di riforma del mondo del lavoro e, presa così asciutta come viene sbandierata sul programma, lascia spazio a delle considerazioni.

  •  Se davvero si trattasse di 1000 euro di reddito minimo mensile, come richiesto, si raggiungerebbe una quota di esborso pari a circa 18-20 miliardi l’anno. Tralasciando le stime poco attendibili secondo cui i fondi deriverebbero dal taglio alle pensioni d’oro e dai sempre presenti cacciabombardieri, il problema è un altro. Alla situazione attuale, è difficile ipotizzare che chi riceva una tale cifra, si impegni seriamente nella ricerca di un lavoro che molto probabilmente gli porterebbe nelle tasche un importo inferiore. Oltre ad essere di per sé molto impegnativa l’impresa di trovare una nuova occupazione.
  • Il lavoro sommerso, il cosiddetto “lavoro nero” ne uscirebbe rinforzato. Fare i conti con chi arriverà a percepire i salvifici 1000 euro mensili arrotondandoli con mansioni non dichiarate, diventerebbe un ulteriore problema. Specialmente alla luce delle proporzioni già immense dell’economia “informale” italiana, alla quale più che opporsi ci si è spesso inchinati tramite la logica dei subappalti e dei contratti a tempo determinato che spingono sovente al ricorso dei pagamenti non fatturati, di gran lunga convenienti.
  • Non vengono menzionati suggerimenti volti a migliorare gli attuali metodi di ricollocamento. Non si parla affatto di un serio sistema di ricollocamento attivo che segua ed aiuti le singole persone nel faticoso percorso alla ricerca di un nuovo lavoro, senza obbligarle ad accettare mansioni degradanti e sottopagate, seppur tarando il sussidio sulla disponibilità da loro dimostrata volta per volta.

Mettere le toppe ad un sistema pieno di buchi è sicuramente importante, ma questi provvedimenti, con i limiti che denotano, rischiano seriamente di essere inefficaci a lungo termine. Una politica seria non può tralasciare la riduzione del costo del lavoro stabile per favorirlo rispetto a quello precario, come previsto dal programma del Partito Democratico. Dovrebbe portare innovazioni, come accaduto in Argentina e non solo, dove si sperimentano gestioni aziendali in cui i dipendenti sono proprietari di quote azionarie. E dovrebbe prima o poi confrontarsi con qualche forma di incentivo alle imprese, meglio se responsabili socialmente e dal punto di vista di ambientale, per creare occupazione e ricchezza economica a lunga gittata. Altrimenti, tappato un buco se ne apriranno altri, e sempre più grandi.

                                                                                                                                                 Gianmarco Dellacasa

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top