Le tre fasi dei democraticiTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Le tre fasi dei democratici

Di democratici e posizionamento, di Pdl e di giustizia, di tre fasi e di tabula rasa, di referendum e di reato di clandestinità.  Il tutto senza una posizione ufficiale del Pd che, forse, ha già tirato i remi in barca.

Photo Credit: www.riccardocotumaccio.bloog.it

La stagione che vede protagonista il Partito Democratico sembra ancora non essere finita del tutto, non importa se tale periodo comporti una visione positiva o negativa agli occhi dell’opinione pubblica, degli elettori e delle elettrìci. Il momento che sta attraversando in questo periodo il Pd, in realtà, si potrebbe collocare a metà, in un’ipotetica linea del tempo: magari suddividendola in tre fasiLa prima fase è senz’altro quella che l’ha visto protagonista della costruzione della fu coalizione Italia Bene Comune, quella del centrosinistra che aspirava al governo del Paese. Prima del patatrac di febbraio, Pierluigi Bersani era riuscito a mettere insieme Nichi Vendola e Matteo Renzi – dopo la sconfitta delle primarie -, Riccardo Nencini e Bruno Tabacci: Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Partito Socialista Italiano e Centro Democratico – Diritti e Libertà.

La corazzata del centrosinistra avanzava mentre il Pdl era in stato comatoso e i 5 stelle si facevano sempre più minacciosi; rimaneva aggrappata all’avanzamento, seppur più debole, e sempre saldamente davanti al centrodestra nonostante lo scandalo Monte dei Paschi di Siena. Poi, com’è andata a finire, si sa: né vincitori, né vinti; tutti vincitori e tutti vinti. Pd, Pdl, e M5S, lasciando stare il capitolo riguardante Scelta Civica: storia a sé. La seconda fase è il travaglio post-elettorale: governo tecnico, Enrico Letta, resa dei conti all’interno del partito e Guglielmo Epifani alla guida del Pd. Il blogger Diego Bianchi, in arte Zoro, ha rappresentato questo momento, e quello della resa dei conti, con uno dei suoi video: in un’assemblea, quella delle dimissioni di Bersani, tutti applaudono ma, al momento della sua uscita dalla porta, terminata l’assemblea e designato il nuovo segretario, nessuno gli stringe la mano e se ne va in solitaria. Tutto condito in salsa Zoro ma rende, più o meno, quello che era il clima all’interno dell’organizzazione politica appena sconfitta nonostante avesse vinto le elezioni.

E già, solo a ripetere quest’espressione, viene in mente una situazione non molto stabile. E quindi, ora, il Pd sarebbe in piena seconda fase in cui la transizione di Epifani dovrebbe portarsi a compimento entro breve, dovrebbe tenersi un congresso del partito e lo stesso dovrebbe iniziare a prendere posizione. Su cosa? Su tutto. La forza del Partito Democratico, per ora, non sta nel prendere posizione, ma di posizionarsi a seconda degli eventi o, peggio, di non posizionarsi affatto e aspettare sul letto del fiume. Un esempio su tutti che rende molto ben chiara la situazione: i 12 referendum proposti dai Radicali. Il Popolo della Libertà ne ha approvato, ed incentivato al proprio interno, la raccolta firme, in particolar modo quelli sulla cosiddetta “giustizia giusta”: responsabilità civile dei magistrati, magistrati fuori ruolo, separazione delle carriere, abolizione dell’ergastolo e contro l’abuso della custodia cautelare. Sinistra Ecologia Libertà e lo Psi ne hanno appoggiati altri, quelli della campagna “Cambiamo noi” (già segnalata da Oltremedia con l’intervista al segretario di Radicali Italiani Mario Staderini http://www.oltremedianews.com/5/post/2013/06/al-via-la-campagna-referendaria-cambiamo-noi.html nda), quelli che vertono su: legalizzazione delle droghe leggere, finanziamento pubblico ai partiti, 8×1000 alla Chiesa Cattolica, abrogazione del reato di clandestinità e delle norme discriminatorie in materia di lavoro regolare e di soggiorno dei cittadini stranieri.

Il M5S, tendenzialmente, appoggerebbe quelli sostenuti da Sel e Psi ma la posizione ufficiale del movimento pentastellato ancora non è totalmente ufficiale: c’è stata una ritrattazione su di essi da parte di Beppe Grillo. E il Pd? Niente. Tabula rasa del posizionamento. Almeno i due quesiti che hanno come tema centrale l’immigrazione ( abrogazione del reato di clandestinità e delle norme in materia di lavoro regolare e di soggiorno dei cittadini stranieri), dovrebbero poter rientrare nell’alveo di temi propri del maggiore partito di centrosinistra. Oppure il Pd sta lentamente diventando un monolite istituzionale? Sicché, si dovrebbe passare alla terza fase: dopo la direzione del Pd di qualche giorno fa, arriva l’incertezza. Si discute al proprio interno facendo disamorare elettori e simpatizzanti; polemizzano dirigenti di correnti diverse; si posizionano le anime carismatiche del partito pronto a portarlo fuori dalla situazione di impasse in cui versa.

Ma ci riuscirà, chiunque esso sia? Tant’è che ieri, sul quotidiano La Repubblica, si torna ad usare il termine di “scissione” a proposito dell’area renziana. Zero posizioni, molte discussioni; militanti lasciano il partito, Letta tiene a bada i bollenti spiriti pidiellini e grillini ma il Pd, per l’opinione pubblica, ha tirato già i remi in barca. E da tempo.

Fonte: Oltremedia

 Marco Piccinelli

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