L'emancipazione femminile durante la II Repubblica di Spagna (1931-1936)Tribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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L’emancipazione femminile durante la II Repubblica di Spagna (1931-1936)

Le donne spagnole furono incorporate nel mercato del lavoro solo nel primo trentennio del XX secolo e non senza difficoltà: l’alto tasso di analfabetismo, che coinvolgeva più del 50% della popolazione femminile, e la mancanza di infrastrutture per i figli costituivano importanti impedimenti. Per le donne sposate inoltre vi erano ulteriori complicazioni: serviva loro il permesso del marito per poter lavorare e solo lui poteva disporre del loro salario.

A causa di questo inserimento tardivo si svilupparono più tardi rispetto agli altri paesi europei anche le rivendicazioni femminili che avranno una certa risonanza solo a partire dagli anni ‘20. La Repubblica e le leggi a favore delle donne: Con l’instaurazione della II Repubblica nell’aprile del 1931 la Costituente dovette esprimersi in diverse occasioni sulla vita delle donne ed i loro diritti politici: in particolare quello di voto, la cui approvazione fu tutt’altro che scontata. Sia a destra che a sinistra era infatti diffusa l’opinione che le donne fossero maggiormente influenzate dalla propaganda conservatrice della Chiesa Cattolica e che l’allargamento del suffragio avrebbe inevitabilmente favorito la destra. Questa considerazione portò una parte della sinistra e importanti femministe come la socialista Margarita Nelken e la socialista radicale Vittoria Kent, elette alla Costituente del 1931, ad opporsi all’estensione del diritto di voto mentre a difenderlo appassionatamente fu la deputata del Partito Radicale Clara Campoamor.

Clara Campoamor La Costituzione che venne approvata il 9 dicembre del 1931 era estremamente progressista e stabiliva, oltre al suffragio universale (battaglia vinta con 161 voti contro 121), la piena uguaglianza giuridica tra i sessi, la possibilità di accedere alle cariche pubbliche, il riconoscimento del matrimonio civile e l’uguaglianza tra i coniugi. Donne al voto nel 1933 Nello stesso anno furono inoltre riformati il Codice Civile e quello Penale che garantirono alle donne alcuni diritti politici tra i quali poter testimoniare per testamenti e matrimoni civili e la possibilità di ricoprire il ruolo di tutrici di minori o incapaci. La vita familiare e sessuale fu al centro di una serie di importanti interventi legislativi: le riforme del 1931 diedero alle donne la possibilità di conservare la propria nazionalità in caso di matrimonio con uno straniero e di condividere con il marito sia i beni coniugali sia la patria potestà sui figli e abolirono i delitti di adulterio e concubinato. Nel 1932 fu varata una legge sul divorzio tra le più avanzate a livello internazionale che prevedeva la possibilità di richiedere lo scioglimento del vincolo sia per mutuo accordo sia per volontà di uno solo dei due coniugi. La prostituzione regolamentata fu abolita nel 1935 e l’anno seguente in piena guerra civile la ministra della Sanità, l’anarchica Federica Montseny, legalizzò l’aborto.

Il lavoro femminile e la politica sindacale: Le donne durante tutto il periodo repubblicano parteciparono attivamente a diversi scioperi e questo fu un periodo di generale avanzamento per le lotte operaie nei luoghi di lavoro: si riconobbe il diritto di associazione e, in particolare, di associazione sindacale, la giornata lavorativa fu ridotta a 8 ore, fu regolamentato il lavoro notturno e il riposo domenicale (con l’eccezione delle lavoratrici domestiche, che ne furono escluse). Anche in questo caso le donne riuscirono ad ottenere normative che dessero loro la possibilità di contratti dove non fosse previsto il licenziamento per matrimonio e ottennero una legge sulla maternità che tutelava per la prima volta il periodo dell’allattamento e l’opportunità di avere orari ridotti. Nonostante questi progressi le condizioni di vita delle lavoratrici continuarono ad essere dure: le discriminazioni nelle assunzioni, le difficoltà ad ottenere il sussidio di disoccupazione e le differenze tra i salari femminili e quelli maschili continuarono ad essere presenti e sarebbe irrealistico pensare che tutte le discriminazioni sociali di cui le donne erano vittime scomparissero rapidamente per il solo effetto delle misure legislative, per quanto avanzate. Mentre aumentava l’inclusione nel mondo del lavoro andava aumentando anche la partecipazione delle donne ai sindacati ed ai partiti operai. I sindacati operai cominciavano a comprendere la necessità di coinvolgere le donne nella lotta di classe e all’interno delle proprie fila. Durante il congresso della UGT (sindacato a maggioranza socialista) nel 1932 si approvò l’abbassamento del costo della tessera per le donne, per agevolare la loro iscrizione tenendo conto della differenza salariale che le penalizzava, e di incrementare la propaganda sindacale tra le lavoratrici. La svolta più importante di questo congresso sarà tuttavia il lancio dell’obiettivo “a uguale lavoro uguale salario”, una campagna per la parità salariale che ancora oggi risulta estremamente attuale. Questi orientamenti ebbero un rapido effetto: l’UGT passò infatti dalle 18.000 affiliate del 1929 alle oltre 100.000 del 1936. La CNT, che aggregava le componenti dell’anarcosindacalismo, seguì lo stesso percorso e nel 1936 arrivò ad avere oltre 142.000 affiliate. Data questo contesto non stupisce che una delle caratteristiche principali dell’emancipazione femminile in Spagna fu l’importanza delle lotte sociali e di classe, mentre le rivendicazioni borghesi e giuridiche ebbero meno spazio.

Le spagnole entrano a far parte della vita politica del paese: La campagna elettorale del 1933 fu sviluppata sia dalla destra che dalla sinistra con il chiaro obiettivo di conquistare il voto delle donne, in particolare con slogan che facevano riferimento al loro ruolo materno. Nonostante le riforme intraprese dal governo repubblicano continuava ad esistere, nei fatti, un modello di femminilità che considerava prima di tutto le donne come madri, mogli e padrone di casa, che avrebbe portato le donne a ricoprire ruoli quasi esclusivamente ausiliari durante la Guerra Civile. Le femministe, le repubblicane e le comuniste si impegnarono a sfruttare l’opportunità del suffragio per allargare la politica interna a temi di ampio respiro come la salute, l’istruzione e la pace internazionale. A loro in particolare si devono le prime denunce contro il nazismo e il fascismo. Il nuovo corso politico ed istituzionale iniziato con la Costituzione del 1931 ebbe una profonda influenza e portò alla creazione di numerose associazioni femminili tra i cui obiettivi vi erano la formazione politica delle donne spagnole, che riflettevano il panorama politico repubblicano con le sue differenze e rivalità e che durante la guerra organizzarono le donne del fronte antifascista, restando tuttavia nettamente separate tra di loro. Tra le principali occorre ricordare l’AMA (Agrupación de mujeres antifascistas) che aggregava donne di diversa provenienza ma aveva un orientamento comunista vicino al PCE e che vedeva tra le sue dirigenti la Pasionaria Dolores Ibarruri, le anarchiche Mujeres Libres, le marxiste del POUM (Partito operaio di unificazione marxista di orientamento trotzkista) e l’Unión de Dones de Catalunya. Nonostante le profonde differenze politiche che dividevano queste associazioni esse rappresentarono un aspetto importante del periodo repubblicano: la mobilitazione femminile non coinvolgeva infatti solo un’elite minoritaria ma migliaia di donne spagnole che erano fino ad allora rimaste ai margini della vita sociale e politica della nazione e che ora, finalmente, riuscivano ad imporre le proprie rivendicazioni nell’agenda politica nazionale. Tra queste spiccavano la lotta contro l’analfabetismo e quelle per il diritto all’istruzione, alla cultura, una preparazione professionale, il diritto al lavoro e ad un salario pari a quello maschile. A riprova di questa presa di coscienza e di parola furono moltissimi i periodici e le riviste che videro la luce negli anni della Repubblica. Questi ci testimoniano non solo la capacità di organizzazione e comunicazione delle donne ma anche una chiara coscienza di classe e di appartenenza politica che si manifestano già nei nomi scelti: Companya, Emancipación, Mujeres Libres, Muchachas, Mujeres, Noies Muchachas, Pasionaria,Trabajadora, ecc… Durante la guerra civile le associazioni femminili si svilupparono anche in campo franchista dove venne creata una sezione femminile della Falange ed altre associazioni con compiti assistenziali. Dolores Ibarruri Per la Terza Repubblica: La Seconda Repubblica in pochissimi anni diede un impulso straordinario all’emancipazione femminile, almeno a livello legale. La legislazione spagnola fu tra le più avanzate del mondo occidentale, le donne presero parte attivamente alla vita politica ed alle lotte sociali, alcune parteciparono in prima fila alla rivoluzione delle Asturie e in moltissime diedero il loro contributo alla Guerra Civile, soffrendo poi la repressione di Franco.

Al tempo stesso era aumentata la loro inclusione nella classe lavoratrice, la loro adesione ai sindacati e ai partiti di classe, alle lotte politiche ed alle organizzazioni sociali, culturali e professionali. Dopo la guerra quasi tutte le conquiste furono abolite e la condizione femminile tornò indietro di almeno mezzo secolo. Tutto quello che era stato conquistato venne perso: il diritto di abortire, divorziare e di stringere matrimoni civili, fu di nuovo ostacolato l’accesso al lavoro e all’educazione. I compagni e le compagne del PCE* ci ricordano che lotta per la Terza Repubblica oggi, a 85 anni dalla proclamazione della Seconda, non ha nulla di nostalgico o romantico ma che è una battaglia più che mai attuale. Il concetto di Repubblica è strettamente legato ad uno Stato laico, federale, al recupero della sovranità popolare opposta ai privilegi di classe o stirpe, e all’uguaglianza di tutti gli esseri umani. È l’unica strada possibile per lo sviluppo della democrazia e delle libertà pubbliche, individuali, collettive, sociali e politiche. Il modello di Stato e di Governo che è nato durante la Transizione oggi ha fallito: la Costituzione del 1978 dichiara diritti che nessuno garantisce (abitazione, lavoro degno, servizi pubblici di qualità e di accesso universale, ridistribuzione della ricchezza nazionale, etc.), ed in tempi difficili come gli attuali fa ricadere tutto il peso della crisi sulle famiglie lavoratrici, liquidando la democrazia formale in favore della dittatura dei mercati. Per questo il 14 aprile è un momento speciale per rivendicare la memoria democratica del popolo ed è anche una giornata di lotta: perché i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una rivoluzione democratica, che ponga le risorse pubbliche al servizio della maggioranza, per finirla con il regime della disoccupazione, della corruzione e dei tagli. Per questo il partito fa un appello alla militanza comunista, alla maggioranza lavoratrice ed alla cittadinanza in generale: facciamo del 14 aprile una giornata di rivendicazione repubblicana!

* le righe che seguono sono una sintesi, liberamente tradotta, dell’appello del PCE per questo 14 aprile: http://www.pce.es/secretarias/secmovrepublicano/pl.php?id=5923.

Giulia Salomoni per Marx21.it

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