Lenin e i problemi della transizione. A 90 anni dalla morte del grande rivoluzionarioTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Lenin e i problemi della transizione. A 90 anni dalla morte del grande rivoluzionario

Il 21 gennaio 1924, 90 anni fa, scompariva Vladimir Il’ič Ul’janov, universalmente noto come Lenin, la principale figura di rivoluzionario, teorico e dirigente comunista del XX secolo.

Fonte: Marx21.it 

E in effetti la centralità di Lenin sta non solo nell’aver fattola rivoluzione, ma anche nell’averla pensata, ossia nell’averla progettata prima e nell’avere profondamente riflettuto su di essa durante e dopo l’Ottobre 1917, e in particolare negli ultimi anni della sua vita, allorché dovette confrontarsi con le difficoltà della costruzione del nuovo Stato. Accanto alla sua elaborazione sul tema dell’imperialismo, sul partito e sulle modalità dell’azione politica, sullo Stato e sul nuovo modello di potere rappresentato dai soviet, e infine sulle questioni economiche e sulla politica delle alleanze, rimane dunque fondamentale il suo contributo sulla complessità del processo rivoluzionario e ’idea stessa di transizione.

A quest’ultimo riguardo, riportiamo qui tre brani di grande interesse,  tratti dalla raccolta di scritti Sulla rivoluzione socialista, Mosca, Edizioni Progress, 1979. Si tratta di uno stralcio della Lettera agli operai americani, pubblicata sulla “Pravda” il 22 agosto 1918, sul discorso Per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (“Pravda”, 18 ottobre 1921) e sulla risposta a N. Sukhanov e alla critica neo-menscevica sulla “non maturità” della rivoluzione in un paese arretrato e in gran parte contadino come la Russia (Sulla nostra rivoluzione, “Pravda”, 30 maggio 1923).

Anche ripartendo da questa elaborazione, come comunisti dei nostri giorni, potremo forse utilmente riflettere sul problema della transizione al socialismo e sulla complessità di un processo che, come scrivevano Marx ed Engels, occupa “un’intera epoca storica”.

Lenin sulla complessità del processo rivoluzionario

«Il processo storico non è il marciapiede del Nievski prospekt, diceva il grande rivoluzionario russo Cernyscevski. Chi “accetta” la rivoluzione del proletariato solo “a patto” che essa si svolga in modo rettilineo e facile, che l’azione comune dei proletari dei diversi paesi si realizzi di colpo, che ci sia in partenza la garanzia contro ogni sconfitta, che la strada della rivoluzione sia ampia, sgombra, dritta, che nel marciare verso la vittoria non si debbano compiere a volte i sacrifici più gravi, che non “ci si chiuda nella fortezza assediata” o che ci si apra un varco per gli stretti, impraticabili, tortuosi e perigliosi sentieri di montagna, costui non è un rivoluzionario, ma un uomo che è rimasto prigioniero della pedanteria degli intellettuali borghesi e che di fatto andrà sempre a finire nel campo della borghesia controrivoluzionaria […]

Sulle orme della borghesia questi signori si dilettano a imputarci il “caos” della rivoluzione, lo “sfacelo” dell’industria, la disoccupazione e la fame. Quant’ipocrisia racchiudono queste accuse, formulate da chi ha acclamato e sostenuto la guerra imperialistica o “si è accordato” con Kerenski che continuava questa guerra! La responsabilità di tutte queste sventure ricade infatti proprio sulla guerra imperialistica. E una rivoluzione generata dalla guerra non può non conoscere difficoltà e sofferenze incredibili […]. Accusarci dello “sfacelo” dell’industria o del “terrorismo” significa fare gli ipocriti o dar prova di un’ottusa pedanteria, dell’incapacità di capire le condizioni fondamentali di questa lotta di classe furibonda ed esasperata al massimo che si chiama rivoluzione […].

Ci accusano delle distruzioni causate dalla nostra rivoluzione… Ma chi dunque ci accusa? I tirapiedi della borghesia, di quella stessa borghesia che, dopo quattro anni di guerra imperialistica, ha quasi distrutto la civiltà europea e ricondotto l’Europa alla barbarie, allo stato selvaggio, alla fame […] I suoi servitori ci accusano di terrorismo… I borghesi d’Inghilterra hanno dimenticato il 1649 e i borghesi di Francia hanno dimenticato il 1793. Il terrore era giusto e legittimo quando veniva esercitato a vantaggio della borghesia contro i signori feudali. Ma è diventato mostruoso e criminale nel momento in cui gli operai e i contadini poveri osano esercitarlo nei confronti della borghesia! […]

La borghesia imperialistica internazionale ha fatto sterminare dieci milioni di uomini e ne ha resi invalidi altri venti milioni nella “sua” guerra […] Se la nostra guerra, se la guerra degli oppressi e degli sfruttati contro gli oppressori e gli sfruttatori, causerà mezzo milione o un milione di vittime in tutto il mondo, la borghesia comincerà a dire che i primi sacrifici erano legittimi e i secondi sono invece delittuosi. proletariato dirà ben altro […] Una rivoluzione non potrà essere vittoriosa se non avrà schiacciato la resistenza degli sfruttatori.

Strepiti pure la prezzolata stampa borghese per ogni errore commesso dalla nostra rivoluzione! Non abbiamo paura dei nostri errori. Gli uomini non sono diventati dei santi solo perché e cominciata la rivoluzione […] Per cento dei nostri errori sbandierati ai quattro venti dalla borghesia e dai suoi lacchè […] si contano diecimila grandi atti d’eroismo, che sono tanto più grandi ed eroici proprio perché sono semplici, invisibili, nascosti nella vita quotidiana di un quartiere operaio o di un villaggio sperduto […] Ma, anche se le cose non stessero così, e io so bene che quest’ipotesi è infondata, anche se per cento azioni giuste si contassero diecimila errori, la nostra rivoluzione sarebbe tuttavia – e lo sarà davanti alla storia mondiale – grande e invincibile, perché per la prima volta, non una minoranza, non i soli ricchi, non i soli strati colti, ma le grandi masse, la stragrande maggioranza dei lavoratori costruiscono da sé una nuova vita, risolvono con la loro esperienza gli ardui problemi dell’organizzazione socialista.

Ogni errore commesso in questo lavoro, nella sincera e coscienziosa attività con cui decine di milioni di semplici operai e contadini trasformano tutta la loro esistenza, ogni errore di questo genere vale mille e milioni di “infallibili” successi ottenuti dalla minoranza sfruttatrice nell’arte di ingannare e turlupinare i lavoratori. Perché solo a prezzo di questi errori gli operai e i contadini impareranno a costruire una nuova vita, impareranno a fare a  m e n o dei capitalisti e si apriranno – tra mille ostacoli – la strada verso il trionfo del socialismo».

[Da: V.I. Lenin, Lettera agli operai americani, “Pravda”, 22 agosto 1918].

Lenin nel IV anniversario della Rivoluzione d’Ottobre:

«Abbiamo condotto la rivoluzione democratico-borghese sino alla fine, come nessun altro. Noi procediamo con piena coscienza, fermezza ed inflessibilità verso la rivoluzione socialista, sapendo che essa non è separata da una muraglia cinese dalla rivoluzione democratico-borghese, sapendo che soltanto la lotta deciderà in quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad avanzare […]. Ma noi vediamo fin d’ora che si è fatto un lavoro enorme, gigantesco – in un paese devastato, esaurito, arretrato – per la causa della trasformazione socialista della società […]. Dire che la rivoluzione ha un contenuto democratico-borghese significa che i rapporti sociali (il regime, le istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò che è medievale, dalla servitù della gleba, dal feudalesimo.

[…] Noi abbiamo spazzato via tutto il luridume monarchico come nessun altro aveva mai fatto […]. Le radici più profonde del regime di casta, e precisamente i residui di feudalesimo e di servaggio nella proprietà fondiaria, sono state divelte completamente […]. In qualche settimana, abbiamo completamente cancellato dalla faccia della terra russa questi grandi proprietari fondiari e tutte le loro tradizioni. Prendete la religione o le condizioni della donna, priva di ogni diritto, oppure l’oppressione e l’ineguaglianza giuridica delle nazioni non russe […]. In neppure uno dei paesi più avanzati del mondo questi problemi sono stati risoltiinteramente in senso democratico-borghese. Da noi sono stati risolti completamente dalla legislazione della Rivoluzione d’Ottobre.

[…] Noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti oltre […]. Le riforme […] sono un prodotto accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le trasformazioni democratiche borghesi – abbiamo detto e dimostrato coi fatti – sono un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista. D’altronde, tutti i Kautsky […] non hanno saputo comprendere tale nesso tra rivoluzione democratica borghese e rivoluzione proletaria socialista. La prima si trasforma nella seconda. La seconda risolve cammin facendo i problemi della prima […]. Il regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia […] della democrazia proletaria o dittatura del proletariato.

[…] Lotteremo inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e ai nostri errori, per migliorare l’applicazione, ancora ben lontana dall’essere perfetta, dei principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser fieri – e siamo fieri – che ci sia toccata la fortuna d’incominciare la costruzione dello Stato sovietico, d’iniziare perciò una nuova epoca della storia mondiale […].

[…] Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva […]. Noi abbiamo cominciato quest’opera […]. Il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata […]. Alla guerra imperialistica, alla pace imperialistica, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l’umanità intera […].

Trasportati dall’ondata di entusiasmo […] ci proponevamo […] di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto il corso obiettivo seguito dalla rivoluzione […]. Oggi, nelle condizioni attuali accanto all’Occidente capitalista […] non c’è altro mezzo per passare al comunismo».

[Da: V.I. Lenin, Per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, “Pravda”, 18 ottobre 1921]

*

La replica di Lenin a N. Sukhanov:

«È infinitamente banale il loro argomento […] secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo, e secondo il quale da noi non esisterebbero […] le premesse economiche obiettive per il socialismo […]. Ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria […] non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

[…] Che fare se la situazione, assolutamente senza vie d’uscita, decuplicava le forze degli operai e dei contadini e ci apriva più vaste possibilità di creare le premesse fondamentali della civiltà, su una via diversa da quella percorsa da tutti gli altri Stati dell’Europa occidentale? […]

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura […] perché non dovremmo cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito – sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico – metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

[...]

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzitutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?».

[Da: V.I. Lenin, Sulla nostra rivoluzione, “Pravda”, 30 maggio 1923]

Alexander Höbel

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